Un’apocalisse laica – la trilogia dei Santasangre

I Santasangre sono tra i protagonisti della scena capitolina degli anni duemila, e con il loro percorso che interseca spazi occupati e teatri ufficiali, e una cifra stilistica potente e riconoscibile, hanno ben presto suscitato un’attenzione sul loro lavoro a livello nazionale e internazionale. La compagnia che prende il nome da un film di Jodorowsky nasce nel 2001 dall’incontro di quattro artisti, attivi di diversi ambiti delle arti visive e performative: Diana Arbib, Luca Brinchi, Maria Carmela Milano, Pasquale Tricoci. Un incontro artistico e umano che mette assieme le esperienze e i percorsi dei singoli, come la body art, il linguaggio video, le istallazioni sonore e quelle meccaniche. Ma ciò che anima le loro performance non è una semplice idea di complementarità delle arti, quanto il tentativo di stratificare segni, simboli, linguaggi, in un insieme sicretico e di forte impatto visivo.
L’attività della compagnia, nei primi due anni, si svolge fuori dal teatro. I loro lavori trovano intenzionalmente spazio nei luoghi occupati, in modo permanente o temporaneamente, come i capannoni industriali utilizzati per i rave party. Difatti, a completare il quadro della loro ricerca estetica, c’è l’attenzione alla poetica dei luoghi scelti come teatro delle performance, alla potenza espressiva ed evocativa di archeologie industriali e macerie urbane. Solo dal 2003 i Santasangre sentono l’esigenza di confrontarsi con lo spazio teatrale, occupandolo con il loro stile carico del percorso precedente. Nascono così gli spettacoli «Celle silenziose», «Frame-rate60» e «Faust».
Con l’arrivo di Dario Salvagnini e Roberta Zanardo la compagnia assume la sua formazione attuale, e con la sua attività anima la vita culturale di Roma in modo sempre più incisivo. Non solo dal punto di vista artistico, ma anche da quello organizzativo. Oggi i Santasangre sono parte attiva del Kollatino Underground, spazio occupato e centro culturale tra i più interessanti della capitale, e hanno messo in rete la loro esperienza con quella di altri operatori e compagnie, sia a livello locale (è il caso della rete Ztl – zone teatrali libere) sia a livello nazionale. Ne è un esempio Ipercorpo, che mette in relazione i Santasangre con altre compagnie come Cosmesi (Udine), Città di Ebla (Forlì), Off.ouro (Cagliari), Nanou (Ravenna), disegnando una geografia di estetiche e interventi culturali che si traduce in un festival itinerante, ma anche in occasioni di confronto e dibattito.

La trilogia

Con lo spettacolo «Seigradi», la loro ultima produzione, i Santasangre chiudono un ciclo. Non solo perché si tratta dell’ultima tappa di un percorso di tre spettacoli, intitolato «Studi per un teatro apocalittico» – che segna una fase ulteriore della compagnia, dopo i primi lavori realizzati in teatro. Ma anche perché l’intera trilogia è stata per la compagnia un percorso di ricerca unitario, orientato all’elaborazione di un linguaggio che ricompatta elementi visivi, sonori e cinestetici in un unico segno. Per ottenere questo risultato i Santasangre hanno sperimentato una tecnologia particolare, che ha permesso alle immagini proiettate di trasformarsi in un “oggetto scenico”, emergendo dalla piatta bidimensionalità delle proiezioni video, e manifestandosi come ologrammi; un tratto distintivo del lavoro che in «Seigradi» tocca l’apice dal punto di vista della raffinatezza formale.
Non è un caso. Il lavoro dei Santasangre, che pure nel tempo ha attraversato le piazze più importanti per la scena contemporanea – da Enzimi, che ha accolto il loro primo lavoro su palco, ai festival di Santarcangelo e Polverigi –, ha potuto contare su una produzione vera e propria solo per «Seigradi», grazie al sostegno di Romaeuropa festival nell’ambito di «Nuove creatività».
Al centro di «Studi per un teatro apocalittico» c’è un’idea laica del termine che dà il nome all’ultimo libro della bibbia. Apocalisse, in senso etimologico, significa “rivelazione”, ed è in questo senso, come rivelazione di una realtà misconosciuta, che i Santasangre hanno proposto la loro visione di una modernità in crisi. Un percorso attraverso le derive della modernità, tra omologazione, autoritarismo, paradisi artificiali e da ultimo anche le problematiche connesse a un ambiente compromesso. Se infatti le prime due tappe della trilogia partono da due delle più famose distopie della letteratura – «84.06» e «Spettacolo sintetico per la stabilità sociale», i primi due lavori, si rifanno direttamente alle narrazioni di autori come George Orwell e Aldous Huxley – per «Seigradi» i Santasangre hanno seguito una traccia autonoma, connessa al dibattito in corso sui cambiamenti climatici, dando vita ad una drammaturgia per immagini che segna il punto più alto della loro ricerca sulla proiezione olografica (ma anche la rinuncia ad una partitura drammaturgia che includa la parola, come invece avveniva negli spettacoli precedenti).
Nel titolo «Seigradi» fa riferimento a un teoria – ripresa poi in un libro e in un documentario del National Geographic – secondo cui l’aumento della temperatura sul pianeta Terra potrebbe provocare l’estinzione della vita e la desertificazione. Basterebbero sei gradi in più per ottenere questo risultato irrimediabile. Questa moderna distopia ha a che vedere col futuribile preconizzato dalla scienza, ma anche con la portata che questa previsione esercita sul dibattito politico (visto che con l’elezione di Obama alla Casa Bianca e la sua svolta ambientalista il tema del surriscaldamento sta tornando prepotentemente nell’agenda di molti governi). Tuttavia i Santasangre scelgono di non esporre una teoria, né di verificare la validità scientifica di quelle tesi. Preferiscono trattare questa “apocalisse” come un contesto da rappresentare, dando corpo e visione a una dimensione solo immaginata. Come? Attraverso la storia di un essere vivente e il suo ciclo biologico all’interno di una biosfera segnata dal cambiamento climatico.

I cicli della biosfera

All’inizio è tutto immerso nel buio, e dal buio si leva un rumore assordante, metallico – il rumore della creazione, o forse di un cataclisma. Poi sentiamo scorrere una pioggia fitta, pesante, e dal buio comincia a farsi strada una luce, forse un fuoco, sicuramente un’energia che si sprigiona e cresce. Come una bolla, o forse una goccia d’acqua che ricorda, nell’infinitamente piccolo, l’immagine sferica del mondo. O come un uovo, che deformando la sua superficie permette alla vita che ha covato dentro di uscire. E la vita è un essere femminile, dalle fattezze assieme di donna e di insetto [Roberta Zanardo], che prende forma – letteralmente “compare” – tra un groviglio di filamenti che ricordano iridescenti forme di vegetazione acquatica. Il suo evolversi, le sue mutazioni, procedono come una danza dove alla lenta maturazione di parti del suo corpo che si generano e rigenerano si alternano accelerazioni fulminee, cambi di forma e di prospettiva – proliferazione di una materia biologica che sboccia e si espande.
Tutto ruota attorno all’idea di un liquido primordiale da cui scaturisce la vita. L’acqua è nelle forme, nei colori che sfumano da un blu intenso, marino, alle stesse immagini che si fanno liquide. Finché si produce un nuovo rumore assordante, una scarica che come un fulmine attraversa la scena, e con lei l’essere vivente e la biosfera da cui è scaturito; di colpo tutto vira verso il rosso, un fuoco che si espande e brucia ogni cosa. Della vita che abbiamo visto sbocciare e crescere non resta che uno scheletro carbonizzato, che si dissolve sotto l’immagine di un terreno arido, dove la terra è spaccata dalla siccità.

Una drammaturgia musicale

In questa partitura per immagini, i Santasangre portano fino alle estreme conseguenze l’idea di un orizzonte espressivo dove linguaggi diversi (audio, video, movimento) convivono come sitagmi omogenei di un’identica lingua. Nel compiere questo passaggio giungono al grado zero del racconto (epurando definitivamente la parola) per affidare alla sensorialità il compito di trascinare lo spettatore nel mondo distopico che è al centro di «Seigradi». Una scelta che rappresenta un cambiamento rispetto ai primi due spettacoli dove, sia pur in un contesto paritetico con la visione, la parola aveva il compito di restituire le atmosfere dei due romanzi a cui la compagnia attingeva, «1984» e «Il Mondo Nuovo». Se lì si trattava del tentativo di creare una drammaturgia per immagini e parole, in «Seigradi», assente un testo sorgente, è più giusto mutuare questo termine con “partitura”, di derivazione musicale. Per altro il debito, rispetto all’idea di una concertazione polifonica di elementi espressivi, è più volte sottolineato dalla compagnia. Dapprima nel sottotitolo dello spettacolo, «Concerto per voci e musiche sintetiche» – che durante tutta la prima fase della lavorazione è stato anche il titolo provvisorio del lavoro. E poi nell’intento dichiarato di seguire la struttura dell’opera sinfonica classica come griglia drammaturgica, articolata in quattro movimenti:
– I movimento: “Allegro in forma strumentale”
– II movimento: “Adagio in lento ma deciso crescendo”
– III movimento: “Minuetto in forma tripartita”
– IV movimento: “Finale lento e doloroso”
Ogni movimento diviene a sua volta un quadro dello spettacolo, e una tappa dell’evoluzione e mutazione del ciclo biologico dell’essere vivente:
– I movimento: prologo, che coincide con la fase della generazione
– II movimento: esposizione, che coincide con l’inizio della mutazione
– III movimento: accrescimento, che coincide con la fase dello sviluppo
– IV movimento: finale, che coincide con lo spostamento finale
Allo stesso modo, i quattro movimenti sono associati visivamente ai quattro elementi, che sono alla base dei vari processi di evoluzione:
– I movimento: aria
– II movimento: acqua
– III movimento: fuoco
– IV movimento: terra
Dario Salvagnini, che all’interno della compagnia si occupa specificatamente della ricerca sonora, spiega come l’idea di seguire questo schema sia nato sia dalla necessità di darsi una sorta di “drammaturgia musicale”, sia dal tentativo di superare l’opera sinfonica riproponendola in un contesto di linguaggi stratificati. Anche solo a livello sonoro, infatti, si sovrappongono elementi di musica elettroacustica e musica classica contemporanea, la rielaborazione di strumenti classici (violoncello, oboe e voce) e una tecnica contemporanea di scrittura musicale. “Abbiamo voluto produrre una partitura scritta che ci desse modo di rielaborare i materiali raccolti – spiega Dario –. Non c’è casualità nell’esecuzione musicale dello spettacolo. Tutto è stato fissato”.
La ricerca sulle sonorità che ha dato vita a «Seigradi» affonda le proprie radici nello spettacolo precedente, «Spettacolo sintetico per la stabilità sociale». Da lì i Santasangre hanno attivato un percorso di ricerca e sperimentazione sulla voce a partire da Luciano Berio, Chaty Berberian e Umberto Eco. “Quella è stata una stagione importante per il Novecento musicale, in quanto la voce riacquistava una ‘gestualità’ che aveva perduto; ad esempio recuperando suoni come lo sbattere dei denti, lo sbadiglio, etc. Una ‘gestualità’ che è immediatamente teatrale”.

L’attore e il suo doppio: l’ologramma

L’idea che ha guidato la composizione di «Seigradi», però non ha solo a che vedere con la ricerca musicale. Anzi, lo stesso termine “Concerto” sta più come forma del “concertare” diversi linguaggi artistici ed elementi, che non unicamente come riferimento musicale. Un altro elemento che affonda la sue radici negli spettacoli precedenti è il video, ovvero la ricerca operata dai Santasangre per proiettare immagini in scena senza farle apparire proiezioni. Il risultato è, appunto, l’immagine olografica.
Già in uno spettacolo che precede la trilogia, «Faust», c’era il tentativo di creare immagini che sussistessero sulla scena senza dare l’impressione di essere proiettate. «In quel caso – racconta Luca Brinchi – proiettavamo l’immagine attraverso specchi finti, gli specchi-puma. Il performer a volte si specchiava davvero, altre volte si confrontava con un’immagine proiettata». Con la trilogia, invece, la proiezione delle immagini passa attraverso lastre di vetro, come quelle che compongono le “teche visive” dove si svolge la scena dei tre spettacoli. In «84.06» gli schermi per la proiezione di trovavano in scena, laterali, nascosti da una quintatura. I due performer-tecnici, Luca Brinchi e Diana Arbib, governavano da una postazione le immagini che interaggivano con il performer Stefano Cataffo, intrappolato nella teca-mondo del controllo. Con «Spettacolo sintetico per la stabilità sociale», si passa ad una fusione tra scena e proiezione olografica, dove i performer e le immagini convivono in un piano visivo omogeneo. È la tecnica di proiezione che sarà anche alla base di «Seigradi».
“C’è una differenza nella qualità del video tra il primo e il secondo spettacolo della trilogia – spiega Luca – ed è una differenza dovuta ad esigenze drammaturgiche. In «84.06» volevamo disegnare un certo tipo di realtà, che comprendeva la guerra, le macerie della società, e la scelta di un video più grezzo, di un’immagine più sgranata, da nastro magnetico, era più funzionale. Con «Spettacolo sintetico», invece, il fulcro era la clonazione; poter sdoppiare i performer con un’immagine nitida, il più possibile perfetta e non riconducibile a una proiezione, diventa un’esigenza centrale. E così abbiamo studiato la possibilità di proiettare video che fossero percepiti il più possibile come un ologramma”.
Questa tecnica è alla base anche di «Seigradi», dove lo schermo di proiezione viene occultato posizionandolo sopra la testa degli spettatori. Ma rispetto allo spettacolo precedente c’è una novità: le immagini proiettate non sono riprese video, ma elaborati 3D. Sono, cioè, immagini e forme astratte, che creano sulla scena un mondo virtuale. La tridimensionalità delle elaborazioni, accentua il carattere olografico dell’immagine, che acquista volume dentro la teca e addosso al corpo della performer. Non è una scelta casuale: oltre a creare un ambiente virtuale in grado di suggerire una biosfera, le immagini che si innestano sul corpo dell’essere vivente permettono di deformarne la struttura fisica, suggerendo una mutazione. Le immagini vengono elaborate dal vivo attraverso un software (Modul8) che ne permette la gestione in tempo reale. È dalla regia, quindi, che vengono seguiti i movimenti della performer, che è sempre di spalle e non può vedere la proiezione: l’immagine si modula sulla sua azione.
“Volevamo rappresentare la Natura e i suoi stati, ma non volevamo riprodurla in senso naturalistico – spiega Luca –. Per quello sarebbero bastate delle immagini adeguate, da documentario. Procedendo per immagini astratte volevamo creare un ambiente visivo autonomo, in grado di suggerire l’interezza della biosfera e delle sue fasi”.

La rivelazione del mutamento

L’apocalisse laica, ovvero la “rivelazione” che i Sansasangre propongono al loro pubblico, grazie ad un percorso visivo comune mette in relazione le distopie della letteratura con gli scenari proposti dalla scienza moderna. Non si tratta di un accostamento casuale, ma della scelta precisa di mettere due generi di narrazione – uno di finzione, l’altro scientifico – sullo stesso piano. Per quale motivo? Per sottolineare come entrambi, pur con strumenti diversi, siano in grado non tanto di preconizzare il futuro, quanto di porre l’accento su un mutamento del circostante che già ci coinvolge qui e ora, nel tempo presente. Se infatti le due distopie, che risalgono al 1932 e al 1948, rilette nel primo decennio del ventunesimo secolo hanno il sapore di una preconizzazione, cioè di anticipazione di un processo che oggi si dà (pur con tutti i distinguo) per attuato o in via di attuazione, allo stesso modo lo scenario scientifico diventa illuminante non tanto e non solo come sguardo sul futuro, ma come lettura di un processo che già stiamo vivendo, di cui volenti o nolenti siamo partecipi distratti e vittime future.

.

[dal volume «Teatri del tempo presente», a cura di Andrea Nanni, Editoria&Spettacolo, 2009]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...