La memoria clandestina

ulderico-pesceCon «Il triangolo degli schiavi» – in scena fino al 17 maggio al Teatro Orologio di Roma – Ulderico Pesce tocca alcuni dei temi a lui più cari: quelli della terra, del sud, del lavoro. Ma non si tratta di uno spettacolo sulla memoria del meridione; si tratta piuttosto di un lavoro sulla memoria negata. La vicenda di Ambrogio Morra si svolge, infatti, ai nostri giorni. A partire da Roma, dove è venuto per studiare ma è finito a fare il manovale, tra albanesi, africani e altra gente del sud; per arrivare a Orta Nova, in Puglia, da dove se n’era partito, e dove torna per toccare con mano un’altra realtà di sfruttati, di schiavi: i clandestini che lavorano nel triangolo d’oro della raccolta dei pomodori (la Capitanata), sulla cui condizione si fondano le ricchezze degli imprenditori agricoli.
Perché oltre a raccontare facce e storie – come quelle di Abdul, Sonia, Piotr, Camilla – Ulderico Pesce fornisce dati e cifre: per ogni ettaro di terra, oltre ai guadagni, gli imprenditori ricevono 3.600 euro di incentivi dall’Unione Europea, e arrivano a guadagnare 500mila euro puliti ogni tre mesi. Ma si può davvero controllare il lavoro nero? Sì: in Spagna e Francia l’indice di congruità obbliga a riportare su ogni confezione il nome dei produttori, permettendo di stimare il numero reale di lavoratori impiegati. Una normativa europea che l’Italia non applica. Lo ha fatto la Puglia di Vendola, col risultato che l’attività illecita si è spostata in Campania e Basilicata, dove ciò non avviene. D’altronde, anche se così non fosse, come è possibile controllare davvero le imprese? L’Italia dispone di soli 2.500 ispettori del lavoro, ci ricorda Pesce, per oltre quattro milioni di lavoratori clandestini. Nella vicina Francia il rapporto è 5.000 per un milione.
Assieme alla nonna, occupatrice di terre nei primi anni del secolo, Ambrogio scoprirà che in cento anni assai poco è cambiato: come in quel 16 maggio, che la vecchia donna continua a ricordare ogni anno, si continua a morire per ottenere il più basilare dei diritti, il pane. Una memoria sepolta dall’ignoranza di chi urla ai clandestini di tornarsene a casa loro – come una futura senatrice della lega, il cui sfogo avviene di fronte a 14 superstiti di un viaggio che portava oltre cento persone. Anche qui sì continua a morire, e a non voler vedere. Nella storia di Tak, che ha intrapreso quel viaggio per finire a Roma tra cantieri edili e lo smercio di hashish, o in quella di Camilla, incinta di tre mesi e costretta a lavorare e vivere in condizioni disumane, si disegna un intreccio di eventi che non ha nulla a che vedere con la sfortuna di essere nati poveri, ma è connesso al degrado in cui è incappato il nostro paese, alla perdita di senso, di solidarietà. La morte di Piotr, uno dei tanti polacchi senza nome scomparsi tra i campi della Puglia, ci riguarda perché non è solo frutto dell’odio cieco dei caporali, ma anche delle cose che fingiamo di non vedere, per interesse, pigrizia o paura. La forza di questo spettacolo di Ulderico Pesce e di mostrarcelo con forza, con un’evidenza che non si può ignorare.
A differenza che nelle Bermuda, a scomparire nel triangolo degli schiavi è la dignità dell’Italia come paese fondato sulla solidarietà, il lavoro, la giustizia sociale. «Dov’è lo stato? La chiesa? Dov’è la sinistra?» – risuonano come un’accusa queste domande senza una risposta. O forse una risposta c’è, ed è nel monito di Giuseppe Di Vittorio: «In Italia le conquiste non sono mai per sempre».

[da Carta n°17/2009 – apparso con il titolo «I clandestini di Ulderico»]

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