Il rogo dei sentimenti

brucia_locandina1Al centro di «Brucia», l’ultimo spettacolo di Isola Teatro (di recente in scena al Teatro Arvalia per la rassegna Mutamenti), c’è un fatto di cronaca, da cui la compagnia romana è partita per sviluppare liberamente la storia. Un fatto reale che però ha un forte impatto simbolico: l’incendio che nel dicembre 2007 ha distrutto il Teatro Fara Nume di Ostia, Roma. Un incendio che, si scoprirà, è stato appiccato dolosamente da una ragazza che seguiva corsi di recitazione, che voleva fare l’attrice, ma di fronte alla ferma opposizione del suo ragazzo, accecato dalla gelosia, decide di dargli una prova d’amore estrema, dando alle fiamme il teatro assieme a lui. Ma è anche il rogo della cultura (quella dell’incontro e dei saperi), sacrificata sull’altare del fluttuante vuoto contemporaneo, che sogna una stabilità che ha il sapore di una chimera ma prende la forma del più ovvio degli orizzonti: l’amore romantico, una casa, una famiglia.

La scena dell’azione è delimitata da un cerchio, dentro il quale si alternano Pamela Sabatini e Beniamino Marconi, la coppia di amanti piromani, con Laura Riccioli e Armando Iovino, altra coppia immaginata dal gruppo teatrale (la scrittura è collettiva), composta dal guardiano del teatro e da una prostituta, che si appartano nel teatro vuoto la sera dell’incendio.
Al centro del cerchio prende corpo pian piano una storia comune: la vita quotidiana di una giovane coppia della periferia romana che vive in una piccola casa, i loro momenti insieme passati ad arredarla, a divertirsi, a volersi bene. Un piccolo ma realissimo sogno. Tutto però cambia quando un altro sogno, innocente e forse poco più che un gioco, si fa strada in questa realtà così minuta e quotidiana ma che sembra avvicinarsi a qualcosa di bello: è la passione di lei per il teatro. Il suo sogno di recitare, magari di fare un film e vincere un premio. Di colpo l’equilibrio si incrina. Perché l’entusiasmo di lei è proiettato altrove, il centro del mondo è ora fuori, e tanto basta perché si scateni la gelosia. Occorre ristabilirlo, quell’equilibrio perduto, anche a suon di insulti (“eh, scema?”) e di ricatti se necessario. Perché altrimenti la loro piccola felicità rischia di scomparire.
Ma ce n’è davvero bisogno? In fondo lei sa che quello che conta è stare con lui. Che il teatro era solo un gioco («che male c’è a sognare un po’?»). E allora, per far vedere quanto leggero fosse il peso del teatro, perché non dargli fuoco, ridurlo in cenere e soffiarlo via? Ma dietro l’ebbrezza che coglie il personaggio di Pamela Sabatini c’è l’ombra di una consapevolezza istintiva: occorre amputare una parte di sé per conservare quel sogno minuto, eppure concreto, di una vita insieme.

Specularmente nell’altra metà della storia è il sogno della prostituta rumena, di poter cantare su un palco come faceva al suo paese prima di cominciare quella vita, a creare un ponte tra lei e il suo cliente. Un ponte che dilata il tempo per fare spazio ai sogni, che (anche se con fatica) cominciano a sgorgare nell’ultimo luogo fisico della contemporaneità deputato ad accoglierli: un piccolo teatro.
Paradossalmente è nell’incontro di queste due esistenze, assai meno normali (e “morali”) di quelle dei protagonisti, che le cose tornano ad avere una fisionomia riconoscibile: la vita, pur nella sua faticosa lotta quotidiana, è fatta di incontri e di sogni – per quanto malinconici – e un teatro è il luogo adatto ad accoglierli. Invece, dietro l’orizzonte abusato dell’amore romantico dei due protagonisti, cellule impazzite di un presente senza via d’uscita, non c’è altro che un’angoscia esistenziale che tende a divorare tutto. Persino parti di sé stessi, i propri sogni, la propria libertà – in nome della paura assordante di restare soli.

È un teatro ridotto al minimo, questo ideato da Marta Gilmore, dove ogni cosa superflua decade per fare spazio all’attore e alla sua presenza. Una scelta che illumina la storia, la rende profonda e allo stesso tempo leggera, in grado di arrivare senza una mediazione. Perché lo spettacolo prende forma, più che dalle parole, dalle relazioni che si instaurano tra gli attori: dal contrasto tra l’isterismo (piacevolmente irritante) di Pamela Sabatini e la calma ottusa, maniacale di Beniamino Marcone; e dall’incontro impossibile tra due esistenze bloccate, plasmato da una camaleontica Laura Riccioli e da un Armando Iovino particolarmente convincente.

[da Carta n°15/2009]

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