Riccardo e l’Horror vacui

corradino-conferenzaUn tavolo, un microfono e un pubblico. Questi gli elementi della «Conferenza» del Reggimento Carri, spettacolo basato sul Riccardo II di Shakespeare [in scena al Teatro Rasi di Ravenna venerdì 24]. Un allestimento scarno che dà spazio a una riflessione raffinata e complessa sull’arte, la solitudine, la regalità e il fallimento. Perché in questa conferenza i piani del discorso tendono a confondersi, a moltiplicarsi, e così facendo mettono in evidenza aspetti nascosti del nostro vivere contemporaneo – pur parlando attraverso le parole di un re inglese della fine XIV secolo, scritte dal grande drammaturgo giusto due secoli più tardi.
Corradino, con grande verve attorale, si presenta dapprima come se stesso, attore che introduce al pubblico «l’atto IV, scena I del Riccardo II di Shakespeare» su cui si incentra lo spettacolo, per poi passare a interpretare il re plantageneto nel momento culmine della sua caduta, davanti ai pari d’Inghilterra costretto all’abdicazione. Cosa fa Riccardo davanti al proprio fallimento? Prende tempo, ci spiega Corradino. Dilata l’azione, incapace di frenare la corsa che lo condurrà alla morte nel carcere di Pomfret. Proprio come fa l’attore, ripetendoci all’infinito questo prologo, indeciso se cominciare davvero a recitare.
Inficiato da una forte erre moscia (traccia del francese di corte con cui ci si esprimeva all’epoca? o piuttosto un’inflessione “tremontiana” che strizza l’occhio al fallimento della politica nostrana?), Riccardo si lancia in un monologo – a tratti esilarante – introdotto da una solenne «Quando corpus morietur», resa toccante dalla voce di Mina. E questo oscillare vertiginoso tra il drammatico e il ridicolo evidenzia in modo illuminante come dietro l’angoscia per la regalità («Re si nasce»; così Riccardo apostrofa il pubblico che ha invitato a prendere il suo posto) si nasconda certo la solitudine del re, ma anche l’inevitabile farsa che accompagna il suo declino.
E così, inciampando nelle sue tare di pronuncia, Riccardo si lancia in una speculazione che lo porta, assieme a Lacan, a riflettere sull’horror vacui che coglie la nostra società, e con essa l’arte che non è altro che una “decorazione attorno al vuoto”. Con fare irresistibilmente saccente Riccardo si atteggia a filosofo, persino a poeta, trascinando nel ridicolo, oltre che se stesso, anche il fare snob di tanta cultura che si crede al di sopra, anziché correa, del vuoto attorno a cui la nostra società si sta incartando.
E il fallimento entra fin dentro lo spettacolo. Come Riccardo, Corradino dilata il tempo dell’azione; entra ed esce dalla recitazione cercando soluzioni che non trova; coinvolge il pubblico nella sua performance, con risultati goffi, scarsamente “performativi” (e così facendo ricorda a chi guarda quanto anch’egli sia coinvolto nella farsa). E nella seconda parte dello spettacolo, denominata «Nudo e in semplice anarchia», si arriva fino al parossismo: il teatrante Corradino, privo di mezzi com’è, è costretto a recitare da solo e non può pagare un attore che interpreti la guardia che uccide il re nell’epilogo della storia; così coinvolge una persona del pubblico, con un esito disastroso. Chiude un patetico piagnisteo, in cui l’attore si rammarica di questo finale fallimentare, ricordando che quando aveva presentato la prima parte da sola aveva ricevuto i complimenti della critica, dei Capitta, degli Scarpellini… e ora? Ora non resta che assumere su di sé il peso patetico, farsesco della sconfitta.
Ma la sconfitta, va da sé, è quella del teatro (e del mondo dell’arte in genere). La farsa è quella della cultura (di sinistra?) che ancora vanta un primato sgretolatosi, in realtà, assieme alla sua capacità di interpretare e magari incidere sulla società. L’oscillazione tra Corradino e Riccardo non solo dà il ritmo di questo monologo acuto, al tempo stesso raffinato e brillante; ma facendo collassare un piano nell’altro, il dramma nella farsa, ci ricorda che in questa tragicommedia tutti svolgono la propria parte: il pubblico che crede di poter stare a guardare, la critica che osanna la prova d’attore, il teatrante che nelle “parole immortali” di Shakespeare cerca scampo dall’afasia del contemporaneo. Per quanto ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti, verrebbe da dire parafrasando De Andrè; e tutto ciò che resta del maestoso ma precario castello di carte dell’arte è questo straniante, soffocante e al tempo stesso liberatorio riso in mezzo al pianto.

[da Carta n°14/2009]

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