Memorie d’elefante

saramago_elefanteLa lunga marcia di un elefante indiano dalle sponde del Tejo alle rive del Danubio è la storia bizzarra ma assolutamente vera al centro dell’ultimo libro del premio nobel portoghese José Saramago. Più racconto lungo che romanzo, come lo stesso autore ha precisato, «Il viaggio dell’elefante» [Einaudi, 202 pagine, 19 euro] è la storia dell’elefante Salomone, giunto a Lisbona dalle colonie portoghesi in India per il diletto di João III e di sua moglie Caterina. L’animale, dopo aver suscitato la curiosità della corte e del popolino, è da tempo dimenticato in una tenuta nei pressi di Belem, non lontano dalla capitale. L’occasione di sbarazzarsene arriva con l’idea del re di regalare qualcosa di significativo al cugino arciduca d’Austria, Massimiliano, che ha sposato la figlia di Carlo V e si trova a Valladolid in qualità di reggente. Inizia così il viaggio di Salomone e del suo cornac Subhro (il suo conduttore indiano) attraverso il Portogallo, la Spagna, l’Italia e l’Austria, lungo deserti, mari e valichi montuosi, per soddisfare la logica della politica imperiale. Una logica fatta di matrimoni, cortesie e regali che non valgono come tali, ma come atti politici, e come atti politici vengono considerati. È così che a queste normali “relazioni tra parenti” – come sono quelle tra i regnanti di Spagna, Portogallo e Austria nel XVI secolo – corrisponde la naturale diffidenza dei rispettivi eserciti, pronti (in una delle pagine più divertenti del libro) a darsi battaglia per stabilire chi dovrà scortare l’elefante e fino a dove, allo scopo di dare lustro ai propri regnanti, ovviamente a discapito di quelli altrui.

Saramago ci racconta una storia “marginale” che scorre a lato della storia con la esse maiuscola, quella dei casati europei del Cinquecento, e ne porta alla luce in modo grottesco le logiche e le dinamiche. In questo racconto dall’andatura scorrevole e dalla forte ironia (una delle prove migliori dell’ultimo Saramago, che raramente ha toccato le vette dei romanzi degli anni Ottanta e Novanta) è ancora una volta il potere l’obiettivo della critica del romanziere portoghese. Un potere che invade completamente l’esistenza delle persone e le piega alle sue logiche, dando corpo – in negativo – ad uno degli slogan più lucidi del 68: il privato è politico. È così ad esempio che il pacifico nome dell’elefante Salomone si trasforma, per volere dell’arciduca Massimiliano, nel più agguerrito Solimano, allo scopo di mettere in ridicolo l’irriducibile nemico della cristianità, e contestualmente il nome di Subhro diventa Fritz, questa volta non per calcolo politico, ma perché è un nome che suona più familiare in quel di Vienna.
Tuttavia il potere, nella visione di Saramago, è una dimensione omnipervasiva in cui l’uomo confina se stesso negandosi ogni possibilità di fuga. E se la bilancia delle simpatie pende necessariamente dalla parte dei ceti popolari, anello ultimo e più debole di questa cattività, non sfugge come anche i potenti vi siano immersi completamente, fino (per così dire) nel loro talamo nuziale. Forse il premio Nobel portoghese non arriva a invocare il pur ironico “Pietà per i politici” di Hans Magnus Enzensberger, che nell’omonimo saggio sostiene che è la stessa condizione del politico a fargli perdere il senso della realtà, e che questi sia ripagato di una tale alienazione solo dall’esercizio del potere, che per certuni avrebbe una valenza afrodisiaca; eppure nel turbamento della regina di Portogallo, che prima ispira il regalo di Salomone per poi dispiacersene, e infine disperarsi alla notizia della sua morte a Vienna qualche anno più tardi, si intravede un effetto della doppia morale a cui il potere ci obbliga. Una morale che assegna  un valore alle cose e alle persone al di là del ruolo che esse hanno effettivamente nella vita e nel cuore degli uomini, trasformandole in segnali da inviare a qualcuno (di omologo), o tutt’al più in merce di scambio. Su questo terreno il destino dei sentimenti della regina non è dissimile, mutatis mutandis, a quello del cornac Subhro, partito dall’India all’Europa per il capriccio di un re, che deve rinunciare alla sua identità per capriccio di un altro re.

uno sgabello ricavato dalle ossa dell'elefante Solimano
uno sgabello ricavato dalle ossa dell'elefante Solimano

Chi sta al di là, o forse al di sopra di queste logiche, è Salomone-Solimano, che prosegue nella sua marcia incurante delle cose degli uomini. La sua condizione di animale, per giunta un animale imponente e centenario, lo fa apparire ora innocente e spensierato come un bambino, ora saggio come il più illuminato dei vegliardi. La sua felicità è una variabile del tutto quotidiana, dipende dal rapporto col suo cornac, dalle balle di foraggio che gli vengono servite, dal poter godere o meno di un clima confortevole. Quelli che sono i calcoli dell’uomo non sembrano sfiorarlo.
Eppure, benché immune dalle categorie del simbolico, Salomone né è fisicamente parte, e queste sono alla base del suo destino. Giunto dall’India al Portogallo per la gloria di João III, attraversa l’Europa per dare lustro a Massimiliano d’Austria – secondo una prassi allora molto in voga di includere nelle carovane animali esotici che stupissero il popolo e impressionassero gli ospiti importanti da cui si sostava lungo il cammino. E si trattava di una strategia di sicuro effetto, se ancora oggi a Bressanone, dove il pachiderma soggiornò in attesa che l’arciduca Massimiliano sbrigasse le sue incombenze diplomatiche al Concilio di Trento, esiste un Hotel Elefante con le pareti affrescate a ricordo del memorabile passaggio. (Un altro hotel omonimo, e per le stesse ragioni, si trova a Salisburgo, dove Saramago ha appreso questa storia).
Nell’Italia del cattolicesimo spaventato dalla riforma luterana, Salomone compie addirittura un “miracolo”, inginocchiandosi di fronte alla basilica di Padova – anche se ciò avviene su suggerimento di un prete che convince il cornac ad allestire un simile “prodigio”. E se la cosa non incontra il favore del futuro Massimiliano II, di tendenze luterane, Salomone-Solimano non mancherà di dispensare altri prodigi ad uso e consumo del suo padrone, salvando con la proboscide una bimba che si era buttata tra le sue possenti zampe, all’arrivo della carovana a Vienna.

Per quanto la sua “animalità” lo tenga fuori dalle faccende dell’uomo, dunque, è la presenza stessa di Salomone in terra europea a fare di lui un “monstrum”, un prodigio, che può essere sfruttato simbolicamente a seconda degli interessi in campo. Ma ciò è vero fintanto che il suo comparire di fronte a chi non ha mai visto un elefante ha del prodigioso, appunto. Qualità che, Saramago ci tiene a precisarlo, si dissolve assai rapidamente. Come a Lisbona il pachiderma viene dimenticato nel giro di pochi mesi, lo stesso avviene a Vienna; ma ormai il destino dell’animale è compiuto: stremato dalla traversata e dal clima austriaco questo superbo esemplare di elefante indiano non compirà la sua parabola centenaria, ma muore di stenti.
Con questa narrazione, che vede il grande scrittore portoghese tornare a dosare con sapienza ironia e affabulazione nella sua inconfondibile prosa, Saramago per una volta inverte quelli che sono i presupposti abituali del suo mondo letterario. Nel «Viaggio dell’elefante» non c’è un fatto straordinario, per lo più immaginario e inverosimile, che narrato con dovizia di particolari diventa credibile agli occhi del lettore e allo stesso tempo funge da allegoria della nostra realtà (così erano «Cecità», «La zattera di pietra», «Le intermittenze della morte»); è la realtà stessa che in questo caso, plasmata dalle logiche del potere, si trova ad essere “straordinaria e inverosimile”. Al narratore non resta altro da fare che lasciare che la storia si dipani di fronte al lettore, seguirla nelle derive dove la protervia del potere la conduce – assieme ai destini degli esseri viventi che si trovano coinvolti –, e far sì che ognuno tragga le proprie conseguenze.

[da Differenza n°14/2009 – apparso col titolo «Da naturale a simbolico»]

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