Le macerie della mente

artefatti-birth-of-a-nationDopo la distruzione, la ricostruzione. Dopo la tempesta torna sempre il sereno. È questo l’assioma con cui il governo statunitense ha condotto il decennio di guerre che ha aperto il ventunesimo secolo. Dopo la guerra, la democrazia. Ma proprio come nella metafora climatica i due opposti fanno parte di un medesimo ciclo, di un unico processo, così distruzione e ricostruzione sono spesso parte di un unico business e – soprattutto – di una medesima weltanshaung.
Questo atteggiamento delle potenze occidentali è al centro di una piéce satirica dell’autore inglese Mark Ravenhill, tradotta e messa in scena dall’Accademia degli Artefatti [in scena il 28 a San Vito Romano]. «Birth of a nation» – che si rifà nel titolo al film di Griffith, una delle più famose pellicole dell’epoca del muto – fa parte di un’opera composta da 17 brevi piéce, tutte ispirate altri film, libri, poemi e testi teatrali (Odissea, Paradiso Perduto, Le Troiane, etc…), il cui filo conduttore è un riferimento esplicito alla guerra neocoloniale intrapresa dall’Occidente in Medio Oriente. Un viaggio nelle contraddizioni schizofreniche che sono alla base di quel modello che Europa e America continuano, con sempre maggior fatica, a contrabbandare come il migliore dei mondi possibili.
Con il loro stile minimale, privo di scenografie e improntato a una recitazione sgonfia e antiretorica, elusiva, fatta di ripetizioni, interruzioni e gesticolazioni lessicali (tratto distintivo di un’intera scena emergente, di cui gli Artefatti sono stati preconizzatori), dopo aver affrontato Crimp e Crouch la compagnia romana torna a lavorare attorno alla drammaturgia anglosassone non per raccontare storie, ma per indagare i meccanismi del linguaggio e della comunicazione. E la scrittura di Ravenhill, che si muove su un doppio binario – da un lato uno humor sarcastico e sprezzante, dall’altro una ricerca espressiva che si basa sui meccanismi della ripetizione – si presta bene all’operazione.
Protagonisti quattro artisti “propagandisti” [Matteo Angius, Gabriele Benedetti, Fabrizio Croce, Pieraldo Girotto], che guardano con quel tanto di orrore indispensabile – giusto la dotazione base per ogni progressista – ai disastri della guerra dell’Occidente contro un paese (l’Iraq?) che è stato il teatro di un’antichissima civiltà, molto più antica della “nostra”, ma che ha anche prodotto, guarda caso, una società tribale altrettanto violenta. Tuttavia la distruzione oramai c’è stata, e la parola d’ordine è ricostruire. Non solo strade e palazzi, ma anche la mente e l’anima delle persone. Come? Attraverso l’arte (ovviamente quella occidentale). Tutti vogliono fare arte – questo è il presupposto del gruppo composto da un danzatore che invita a danzare, uno scrittore che esorta a scrivere, un pittore che sprona a dipingere e un tizio che fa istallazioni e performance (e perciò non è in grado di declinare – e nemmeno di spiegare fino in fondo – la propria attività). Ma dietro la retorica dell’arte che unifica i popoli e le culture – una retorica che è segno tangibile della sua impotenza di fronte all’orrore – si affaccia, neanche troppo velata, la recrudescenza dell’Occidente e della sua ricchezza basata sulla guerra e la sofferenza di altri popoli. Di fronte a questo, i segni tracciati dall’arte – troppo spesso reiterati senza un vero contenuto se non l’ansia di protagonismo accentuata dalla corsa all’individualismo delle nostre società – non sono che immagini e parole vuote, incapaci di dire alcunché, di spostare di un solo millimetro la realtà. E anzi avanza il sospetto che si siano trasformati nel vanesio strumento di un’altra affermazione del sé occidentale. Davanti a questo patetico spettacolo, l’inquietante immagine di una donna mutilata che si contorce dal dolore [Miriam Abutori], agonia che i quattro pretendono di leggere espressività artistica, risulta oltre che grottesca, drammaticamente eloquente.

La formazione guidata da Fabrizio Arcuri debutterà con l’intera opera di Ravenhill, «Spara / Trova il tesoro / Ripeti», al Teatro Mercadante di Napoli il 16 aprile, e resterà in scena fino al 26. L’autore inglese sarà presente gli ultimi due giorni.

[da Carta n°11/2009]

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