La menzogna dietro le morti bianche

delbono-menzognaÈ uno spettacolo che evoca il fastidio, «La Menzogna» di Pippo Delbono [in scena all’Argentina di Roma fino al 22 marzo]. Perché all’evocazione della tragedia delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, dove nel 2007 morirono sette operai, da subito segue l’ammissione di una difficoltà, dell’impossibilità di soffrire davvero per queste morti. Lo iato che si forma tra un’etica che piange le morti sul lavoro e il loro quotidiano verificarsi, la costante processione televisiva di morti e di responsabilità impunite, che banalizza il dolore e porta all’indifferenza.
Ma pur partendo da un tema attuale, da un fatto di cronaca vicino nel tempo, lo sguardo di Delbono è tutto proteso verso la miseria che c’è al fondo della condizione umana, quella di uomini che lucrano sul dolore di altri uomini, quella di una fetta della società ormai senza speranza – «inutile, superflua», come dice Padre Alex Zanotelli nel video che apre lo spettacolo –, e infine quella privata dell’insensibilità che genera un dolore muto, un dolore al contrario.
Tra le strutture di acciaio, armadietti di operai, altiforni, si susseguono per evoluzione le tessere di mosaico politicamente scorretto, che accosta l’accusa di Zanotelli [«Sole 300 famiglie detengono la metà della ricchezza di questo mondo, mentre oltre un miliardo di persone sono superflue a questo sistema»] alle urla animalesche del potere, i latrati dei suoi guardiani porporati o incravattati, che si lanciano in un festino sadomaso mentre sotto di loro avviene la tragedia – richiamo diretto alla strage avvenuta nel 1945 nel castello austriaco della baronessa Thyssen, dove gli invitati a una festa, dopo aver mangiato e bevuto, massacrarono a colpi di bastone 200 ebrei non più abili al lavoro. Un accostamento all’Olocausto che torna nell’immagine straziante di un uomo pelle e ossa, portato in braccio fuori dal forno e deposto, a sottolineare il destino senza appello di una fetta dell’umanità.
Intanto per tutto lo spettacolo i flash dell’amplificazione mediatica – Delbono che passa tra scena e pubblico, scattando foto come in preda a un’ossessione voyeristica – ci ricordano la frattura insanabile tra il senso di sdegno che accompagna queste morti e la constatazione di non essere più in grado di soffrirne, conferma estrema della loro inutilità. Un sentimento che si rovescia nella seconda parte dello spettacolo nella memoria familiare di Delbono, della morte del padre e della “menzogna” che la accompagna.
Nel complesso Delbono mette in scena un’operazione che sa più di arte concettuale che di teatro, dove lo spettacolo non decolla mai, perché non è in condizione di farlo, perché non si può patire davvero per queste morti. È il senso di fastidio per questa impotenza, e quello per la realtà che la scatena, a prendere il sopravvento in uno spettacolo fatto di immagini spuntate, provocatorie ma che non riescono ad essere poetiche. È una “messa a nudo” (anche letterale) che Delbono fa davanti al pubblico, che non riesce a sciogliere il nodo che evoca, che non riesce a sciogliersi nell’empatia che è al fondo della dimensione teatrale, quella di incontrarsi nello spazio mai neutro del teatro.

[da Carta n°10/2009]

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