La lucida follia di Malorni

valeriomalorniC’è della lucidità nella follia che attraversa «Con Chi», solo teatrale di Valerio Malorni, attore e performer romano che abbiamo potuto apprezzare nelle collaborazioni con la compagnia Immobile Paziente di Caterina Inesi. In questo spettacolo – che è stato in scena a febbraio al Teatro allo Scalo, nel quartiere San Lorenzo di Roma – Malorni ci trascina in una girandola di pensieri e azioni costantemente in bilico tra il grottesco e il poetico, tra il riso e il pianto. Perché nonostante tutto questo è uno spettacolo sulla solitudine, sulla difficoltà di entrare davvero in contatto con qualcuno, sulla compulsività e il disagio che scaturisce dal sentirsi solo in mezzo a una folla di gente. Difficile crederlo da subito, vedendo Malorni sospeso su un trabattello che sciorina ragionamenti filosofici da bar in rima tra il romano e il burino, con una candela in mano e vestito come se dovesse lanciarsi in un assolo shakespeariano. Difficile crederlo sentendolo cantare una canzone sguaiata, dove le lodi all’amata – mi piaci tu, sei come sei – diventano un pretesto per assonanza per dare i numeri. (e trentasei, e quarantaquattro…). Eppure nelle incertezze che rompono la voce di Malorni quando smonta dai suoi soliloqui e dalle sue storie così assurde da risultare esilaranti (come quella del popolo dei Krauti, che festeggiano il compleanno due giorni dopo il compleanno), si intravede quell’ansia esistenziale che prende a volte nel corso della vita e si trasforma in afasia. E ancora di più lo si vede nelle video performance che contornano lo spettacolo, dove Malorni è appeso a un lampione del rione Monti, le mani legate e un cartello con scritto “liberatemi”; o quando corre nudo per la tangenziale; o ancora quando fa la fila ai musei vaticani con la testa in una bolla di plexiglass. C’è lucidità in questa follia, ma non è una lucidità razionale, cartesiana. È il lampo di illuminazione nonsense che a volte parla della vita, del suo essere in bilico tra tragedia e farsa, meglio di qualunque espressione verbale. E se forse il difetto di questo assolo è di non essere uno spettacolo, composto com’è di frammenti affastellati senza sovrastruttura drammaturgia, è anche vero che è proprio questo meccanismo anarcoide a spiazzarci, e a proiettarci nella dimensione di struggente incertezza evocata da Malorni.

[da Carta n°07/2009]

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