Mahagonny e l’avidità del mondo

mahagonnyUna grande qualità del teatro è quella di illuminare zone d’ombra del presente grazie alle grandi narrazioni del passato. Se ciò è vero per la tragedia greca, non lo è meno per i grandi autori del Novecento. Come Bertold Brecht, riproposto in una lettura intensa e corale dalla regista Lisa Ferlazzo Natoli estraendo dall’opera musicale «Ascesa e rovina della città di Mahagonny» [al Teatro Vascello di Roma fino al 22 febbraio], scritta nel 1930 con Kurt Weil, la riflessione sulle dinamiche “infernali” di questa città immaginaria, utopica e distopica al tempo stesso.
Abitata da vagabondi e donne di piacere, intenta solo a realizzare ogni desiderio materiale, Mahagonny – città di un’ipotetica America paradigma dell’occidente – ha un difetto: è alla costante ricerca di denaro. Il crimine peggiore a Mahagonny è esserne sprovvisti, non poter pagare i propri vizi e piaceri; ma anche, specularmene, tirarsi fuori dalla compulsiva realizzazione dei bisogni, ovvero dal meccanismo del consumo. Essere senza denaro a Mahagonny equivale a perdere la dignità di uomo, e rischiare concretamente la pena capitale.
Alle prese con un macchinario di ganci da cui pendono gli oggetti che materializzano la città, i quattordici attori in scena [protagonisti di un laboratorio da cui è scaturito lo spettacolo], diretti con grande sapienza registica da Natoli, si muovono in una partitura serrata, ritmica e corale – sotto le musiche eseguite da Ivano Guagnelli e Silvia Umile – disegnado una scena accesa da elementi pittorici di grande impatto. E nella grottesca fame di denaro che portano in scena, oltre l’avidità che guida le azioni dell’uomo, colpisce la mancanza di prospettiva che quell’avidità, assieme alla ricerca compulsiva del piacere, crea. Qualcosa che in tempi di crisi speculative e politiche di guerra suona più che come un monito.

[da Carta n°05/2009]

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