Tra le pieghe della notte

afterdarkNonostante l’avvento dell’elettricità, e il ritmo ossessivo della produzione che si è esteso alla vita privata, trasformando l’esistenza stessa nei paesi industrializzati in un diffuso mega-store twentyfour hours, la notte continua ad essere una linea di demarcazione, meglio, un confine attraversato il quale la percezione cambia radicalmente, lo scorrere del tempo acquista modalità impreviste e luoghi e oggetti conosciuti, solitamente innocui, cambiano radicalmente di segno.
Non a caso la sfera notturna, caratterizzata da un’insondabilità che la ammanta di mistero e fa sentire l’uomo più vulnerabile, è considerata il momento del dì in cui si manifesta il non-umano, l’ora dei fantasmi, per intenderci, quelli spaventosi e immaginari di tante tradizioni e culture, e quelli non meno angosciosi ma reali, per quanto impalpabili, che scaturiscono dalla mente e dalle sue paure. Quando cala il buio la difficoltà a vedere con gli occhi stimola un diverso tipo di sguardo, apre impreviste strade alla percezione, in grado di materializzare un differente tipo di realtà – se non proprio secondo le leggi della fisica, almeno secondo quelle ancora non del tutto conosciute della psiche. L’ora del sonno è in grado di giocare con immagini e simboli in modo assai più immediato, e non mentale, di quanto ciò accada durante il giorno – proprio come avviene nel sogno (e non a caso i due termini, sogno e sonno, in diverse lingue coincidono).

Nell’ultimo libro di Murakami Haruki, «Afterdark» (Einaudi, 180 pagine, 18 euro), la notte è una dimensione assoluta in cui due ragazzi, Mari e Takahashi, trovano la giusta curvatura nello spazio-tempo delle loro vite per potersi incontrare, parlare, forse innamorare. Per poter curvare i binari paralleli di due solitudini e trovare un’intersezione da cui scaturisce la comprensione dell’altro e del sé, forse da cui scaturiscono nuove possibilità. Ma nel farlo attraversano la landa ostile della notte, popolata di yakuza aggressivi, giovani prostitute clandestine, love hotel, motociclette che squarciano l’aria e il silenzio per poi sparire di nuovo nell’oscurità. Senza mai sprofondarci dentro, ma consapevoli del fatto di stare camminando lungo una soglia, dove passare “dall’altra parte” è più facile di ciò che sembra, e può avvenire in qualunque momento, senza nemmeno rendersene conto.
La metropoli notturna disegnata da Murakami si muove come un immenso animale, meno frenetica del suo alter-ego diurno, ma altrettanto febbrile nell’offerta di desideri da soddisfare. Lo scrittore giapponese la descrive piombandoci dall’alto, trasformandosi lui che scrive e noi che leggiamo in un punto di osservazione, una telecamera mobile in grado di spiare ciò che avviene senza realmente farne parte. Con il suo stile fulmineo, che in questo caso diventa filmico, Murakami ci trasferisce da un momento all’altro della storia, che si svolge tutta nell’arco di una notte in cui Takahashi prova con la sua band e che Mari ha deciso di passare fuori casa, per cambiare aria e dimenticarsi per un po’ di “qualcosa”. L’effetto è un blues metropolitano delicato e sofferente, dove il fascino dell’oscurità, in grado di materializzare come fanno i sogni stati d’animo e pulsioni nascoste, non nasconde le molte tumefazioni di cui soffre il lato buio dell’esistenza.
Incastri e sequenze si snocciolano una dopo l’altra come in un film di Scorzese (ricordate lo splendido «Out of time»?), ma senza il sensazionalismo e i colpi di scena del cinema di Hollywood: qui tutto è ricondotto a un piano esistenziale, fortemente quotidiano, e continuare sulla propria strada o sprofondare in un abisso – come fa Shirakawa, l’impiegato che picchia la giovane prostituta cinese perché «non può fare diversamente» – non è il risultato di una “combinazione” da meccanismo di sceneggiatura, ma il crocicchio obbligato in cui si trova a passare ogni esistenza.

Dall’altro lato della notte, e della storia, c’è Eri, compagna di classe di Takahashi e sorella di Mari. L’anello di congiunzione, che da giorni è sprofondata in un sonno da cui non vuole più uscire. Eri è una ragazza bellissima, adulata da tutti, che già lavora in tv, posa come modella per le riviste di “idol”, e spende tutto il suo tempo appresso a borse e abiti firmati. Un mondo incomprensibile per Mari, che avverte come un muro tra la sua esistenza e quella di Eri. Un mondo che, per antifrasi rispetto alla giovane clandestina cinese costretta a prostituirsi, rimanda a un fenomeno diffuso nel Giappone contemporaneo (mai accennato direttamente da Murakami), quello di una generazione di adolescenti che hanno capito che i loro giovani corpi possono essere merci di scambio molto redditizie, e li barattano senza problemi per comprare abiti firmati. A Eri probabilmente questa dimensione non appartiene, guadagna a sufficienza come modella, eppure intuiamo che qualcosa nella sua esistenza la spinge a fuggire, a rifugiarsi in un sonno dove non è più possibile farsi raggiungere da nessuno. Ma nemmeno il contrario. Murakami ci fa vedere la bellissima ragazza distesa sul letto, con i lunghi capelli a ventaglio sul cuscino, e di fronte la tv accesa. Di colpo il suo corpo non è più sul letto, ha scavalcato la soglia, è dall’altra parte, dentro il televisore, nella scena del film. Poi anche il film svanisce, e Eri si trova in un luogo che non ha luogo, dove i suoni non sono suoni, e le sue urla sono appena percettibili.
Se la storia di Mari e Takahashi si muove lungo il solco del quotidiano, con il personaggio di Eri Murakami torna a dare sfogo alla sua vena visionaria, dove l’immaginario che si sprigiona lascia un senso di inquietudine e non trova mai una spiegazione cartesiana. Anzi, in questo caso non c’è spiegazione alcuna, se non che Eri ha oltrepassato una soglia, esattamente come Shirakawa con la sua esplosione di violenza; sono dall’altra parte, dove le coordinate dell’esistenza seguono altre leggi. Questo è tutto ciò che sappiamo.

Scadenzato dal tempo che scorre, raffigurato dagli orologi che sovrastano ogni capitolo segnando l’ora, il romanzo (e con lui la notte) si snoda lungo l’intersezione di questi molteplici piani, di queste molteplici esistenze, e il tempo diventa una soglia ulteriore, che si scioglie con l’avvento del giorno, dei treni, della gente che va a lavorare. Nel raffigurarci questo intreccio, denso di emozioni ma anche delicatamente ordinario, Murakami sceglie di suggerirci che immagini abbinare, che gradazione dare alle emozioni che ci racconta e alle visioni che crea, abbinandoci, come si fa col vino in un pasto raffinato, pezzi di un immaginario diffuso, presi dal continuum di immagini/emozioni immateriali ma realissime che scaturiscono dal cinema, dalla musica, dalla letteratura. A partire dal titolo, citazione del brano «Five spot after dark», dove Curtis Fullis suona il trombone in modo così intenso da spingere Takahashi a sceglie proprio quello strumento, e passando per «Alphaville» di Godard, che dà il nome al love hotel dove, come nella città distopica, ha luogo «un sesso che non ha bisogno di né amore né di ironia», Murakami dissemina il racconto di emozioni che ha letto, ascoltato, vissuto altrove, in qualità di spettatore. Proprio come noi che lo stiamo a leggere, e diamo volti, colori, immagini e suoni alle sue storie e ai suoi personaggi pescando nel mare di visioni che ci sono care, che abbiamo conservato lungo il percorso di storie che ci ha accompagnato fino ad aprire la copertina del suo libro.

[da Differenza n°05/2009]

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