Otello sulla spiaggia

ventriglia-otelloBuona la ricotta. Iago, che ci guarda di sguincio da un lato della scena, se la mangia con voluttà, tra una pausa che si estende al di là di qualunque “tempo teatrale” e un buio-luce chiamato con la semplicità di qualcosa che accade, senza schemi o dietrologie, qui e ora, sulla scena. È questo il teatro di Gaetano Ventriglia, scarno e allucinatorio ma in grado di scrutare con potente ironia nella nostra anima di contemporanei, attraverso la lente multifocale di un classico shakespeariano.
Nel suo nuovo assolo, «Otello alzati e cammina», in scena dal 5 al 15 febbraio al Piccolo Jovinelli di Roma, tornano diversi elementi che hanno reso grande l’assolo precedente basato sull’Amleto, «Kitèmmurt», dalla lingua “sporcata” dalle origini foggiane di Ventriglia al gusto per un’ironia disperata e disperante, che non teme di sfociare nel ridicolo perché sa che è lì che, oggi, risiede gran parte della miseria umana. Non a caso si tratta di uno Shakespeare “che ha letto Dostoevskij”, come riscontra Attilio Scarpellini, tanto è vero che Ventriglia, da solo in scena, indossa un ampio cappotto che fa pensare ai “sottosuoleschi” studenti russi, con cui Gaetano si è recentemente confrontato.
Ma Iago, sottolinea Ventriglia, da solo non è interessante: lui rappresenta lo schifo del mondo, l’occasione dello sprofondare nella miseria. Parte dalla ricotta il suo teorema che si risolve in nulla, nella lapalissiana tabellina dello zero che sempre zero dà. È solo Otello, eroe tragico, che può farsi carico della farsa che inevitabilmente accompagna la tragedia.
Ecco allora che tra le luci e le ombre si fanno avanti gli altri personaggi, indossati uno dopo l’altro dalla straordinaria verve interpretativa di Ventriglia. Ma se in Desdemona fa capolino la purezza impossibile che non può che soccombere, e nella vigliacca piagnucoleria di Rodrigo il piglio viscido con cui gli uomini, eterni bambini, perseguono il loro utile piccolo e cieco – mentre Cassio è liquidato in una sola irriverente battuta, «Che Cassio dici?», che sono anni che aspetta nel cassetto l’occasione propizia di essere pronunciata – è solo con la figura di Otello che la lente illumina tutte le sue prospettive. La miseria della gelosia del Moro si rovescia nella misera di mille altri “mori”, vu cumprà che affollano le nostre spiagge vendendo accendini e cd masterizzati di Ramazzotti (torna «Adesso Tu», colonna sonora dell’amore tragico di Ofelia, perché in fondo «le prime canzoni non erano male»). E la sua rabbia, come quella di migliaia di “mori”, non può che disperdersi sulla spiaggia di Cipro – «che ci sono venuto a fare? Il mare a Cipro è sempre una merda» – moderna Fortezza Bastiani del fronteggiarsi, sempre più tragico, tra la barbarie affamata e l’opulenza dell’Occidente. Ma non si può leggere la tragedia senza la farsa, e così il lamento delle schiere dei mori si trasforma, occhiali da sole e chitarra, in uno sguaiato e solitario country-blues.
«Otello alzati e cammina», accolto con clamore al suo debutto estivo a Castiglioncello, è uno spettacolo straordinario perché straordinario è il suo autore, capace con la sua ironia allucinata e onirica di condurre l’animo di chi guarda negli abissi della miseria umana e contemporaneamente di farlo innalzare in un riso esplosivo. Un accostamento impossibile ma inevitabile, come quello che quotidianamente compie la vita tra farsa e tragedia.

[da Carta n°04/2009]

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