Il successore di Hoxha

successore-copertinaNella notte tra il 13 e il 14 dicembre accade un avvenimento coperto dalle tenebre della sera ma anche da una fitta coltre di mistero, che terrà col fiato sospeso l’intera Tirana. Il Successore designato, indicato dalla Guida del paese come colui che prenderà il suo posto, viene trovato morto nel soggiorno della sua residenza, ucciso da un colpo di pistola. Suicidio, diramano le agenzie stampa, ma dalla vicina Jugoslavia, con cui non corre buon sangue, si comincia a fare strada un’altra versione. Qualcuno ha visto uno strano andirivieni, la notte fatidica, per l’esclusivo quartiere chiamato Bbloku, il blocco, dove vive il Successore. Alti dirigenti che si aggirano come fantasmi per le strade scure di Tirana, come sempre vigilate dalla polizia. E la parola omicidio, seguita dalla parola complotto, cominciano a materializzarsi nella mente e nelle dicerie della popolazione, senza che nessuno abbia il coraggio di pronunciarle realmente.
È questo l’incipit de «Il Successore» di Ismail Kadaré, da alcuni mesi finalmente disponibile in traduzione italiana per l’editore Longanesi che, assieme alle edizioni economiche Tea (fanno capo al medesimo gruppo editoriale), sta compiendo una preziosa opera di ristampa e riscoperta dell’opera di uno dei più grandi autori albanesi contemporaneo. «Il Successore», testo obbligatorio nelle scuole del paese balcanico, è uno degli attacchi più duri ed espliciti al regime di Enver Hoxha. La vicenda al centro del romanzo parte da uno dei momenti più oscuri della storia dell’Albania, la morte di Mehmet Shehu, primo ministro albanese designato alla successione di Hoxha, trovato morto nella sua camera da letto nel dicembre del 1981, e condannato a una damnatio memoriae dallo stesso Hoxha, perché accusato di essere una spia jugoslava, spinta fino alla decisione di esumare il suo corpo per seppellirlo in una fossa anonima in un luogo sconosciuto.

Kadaré, nel suo libro, ci restituisce la vicenda in una versione romanzata, che non pretende di essere documentaria, ma che attingendo al patrimonio della memoria albanese, non può che presentare “somiglianze con situazioni e persone” realmente esistite, come afferma lo stesso autore. E lo fa con il suo stile kafkiano, in grado di materializzare una dimensione onirica soffocante, in cui ogni situazione può celare retroscena impossibili da comprendere e prevedere, ma con i quali non si può non fare i conti. Così è la morte del Successore designato, scelto direttamente dal padre della patria, il Prijs, la Guida – entrambi compaiono nel romanzo esclusivamente con il loro titolo, il loro ruolo nel partito-mondo che è l’Albania, la funzione che sono chiamati non a svolgere, ma ad “essere”. Ma così è anche la vita del Successore, che confessa come questa carica che gli conferisce il massimo potere (ma solo in potenza) è anche la sua maggiore vulnerabilità: da che la prospettiva del comando si concretizza con la sua elezione, egli è alla mercé del controllo più spietato; come dire che ogni passo che lo avvicina alla guida della macchina è anche un passo che lo avvicina ulteriormente al suo cuore, fatto di ingranaggi spietati in cui è facile restare stritolati.
Un meccanismo che non è fatto solo di rapporti di forza, ma che si materializza nel mondo materiale, addirittura lo plasma. Così la sontuosa residenza del Successore rappresenta sì il suo potere, ma anche il cordone ombelicale che lo lega al centro diabolico che questo potere emana. Nella fattispecie, un tunnel segreto che collega la sua dimora con quella della Guida, un tunnel che termina con una porta che si può chiudere e aprire da una sola parte.
Con modalità differenti, il meccanismo che emana dal potere occupa l’intera realtà, si sostituisce ad essa e avvolge chiunque. Come in un sogno angosciante, i personaggi di Kadaré vivono con la costante sensazione che la loro esistenza sia legata a delle forze invisibili, di cui si ignorano le dinamiche e gli obiettivi, e che in qualunque momento possono abbattersi come un ascia sopra di essi. È così per l’architetto della residenza, che non ha progettato il tunnel ma ne è venuto casualmente a conoscenza, e per ciò teme per la propria vita, perché anche solo essere riconducibili al fatto può significare una sentenza di morte. Ed è così anche per Suzana, la figlia del Successore, costretta due volte a rinunciare all’amore, la prima per le esigenze di carriera del padre, la seconda perché le sue future nozze con il rampollo di una famiglia di “nobilastri” è, a detta di molti, la causa della caduta in disgrazia del genitore. Destini in bilico, o che cambiano direzione, per il semplice fatto di essere associati a quelli di un uomo chiamato a occupare una tessera importante nel partito-mondo.

Nessuno è escluso dal meccanismo. È così che un alto papavero del partito può di colpo occupare la casella del traditore nell’oscura scacchiera del partito-mondo, come già avvenuto in Cina con Lin Piao. “Credevi di essere candido come la neve – scrive Kadaré – e, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovavi minato da influenze straniere. Oppure il vento liberale ti aveva contaminato tuo malgrado. Non a caso si parlava di vento, quel vento maledetto che poteva raggiungere chiunque”.
Nessuno escluso, dunque. Tranne lui, la Guida. L’unico che può dormire sonni tranquilli. Che anzi è persino in grado di continuare a comandare dormendo, perché il potere della paura che emana da lui ha creato un popolo di insonni. “Forse era quello il suo segreto: tenerli in pugno come dal sonno”, pensa l’avversario politico del Successore, poco prima di affrontare la sua propria caduta, a cui pure è destinato. Perché la Guida non è una persona che esercita il potere, è egli stesso il potere, eletto a fonte dell’ortodossia comunista persino contro Mosca e Pechino. Egli non ha neppure bisogno di controllare ogni cosa: come lui stesso dice in uno dei passi più folgoranti del libro, la sua sola presenza è in grado di far sì che chi lo avversa costruisca da solo il cappio che lo ucciderà.
Ed è proprio su questa qualità terribile della Guida che Kadaré scrive una delle pagine più belle del romanzo, ritraendo il vecchio dittatore ormai quasi cieco – la Guida che miseramente non è in grado di vedere, o che, icasticamente, non ne è mai stato in grado – che gioca con l’interruttore della luce nella residenza del Successore, lasciando tutti al buio a suo piacimento.

Ma da cosa scaturisce questo meccanismo, al di là della macchina repressiva, della polizia segreta, della propaganda e del culto della personalità? Kadaré ha una risposta folgorante, fortemente connessa alla storia dell’Albania, un paese profondamente legato a tradizioni antiche e di stampo tribale, che si riaffacciano anche nell’era materialista e dell’ateismo di stato. Il Clan, che continua a essere il centro attorno a cui le esistenze si radunano e organizzano se stesse. O, come nel caso de «Il Successore», dà la griglia di interpretazione di una realtà dove gli “omissis” e le zone d’ombra sono all’ordine del giorno.
È Suzana a rivelarcelo, quando si domanda quali fossero i legami che univano i suoi genitori al Partito, legami ancora più forti dei vincoli di sangue. “Era probabile che l’origine di quei vincoli, ancora troppo recenti, fosse sconosciuta. Erano diversi da quelli delle sette, ma simili a quelli delle stirpi; come queste, si fondavano sul sangue, ma con una differenza: non sul sangue interno che circola nelle vene di una stessa famiglia, inalterato da millenni, come afferma la genetica, ma sull’altro, sul sangue esterno. Vale a dire sul sangue altrui, che facevano scorrere, come ebbri, in nome della Dottrina”.
È per questo che, anche potendo, il fratello di Suzanna e figlio del defunto, non riscatterà il sangue versato del padre. Perché quel sangue è di un’altra natura, governato da tutt’altre leggi. Le stesse leggi che hanno permesso a un semplice uomo di elevarsi a Guida di un paese sfruttando la speranza in un avvenire migliore, che fatalmente si è trasformata in un meccanismo di terrore in grado di lambire ogni esistenza ed edificare un’immensa prigione, una prigione senza confini, dove le coordinate – come nel “cubo” cinematografico” – si spostano pericolosamente ogni volta.

[da Differenza n°04/2009 – apparso con il titolo «La successione impossibile» ]

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