Quale memoria? Intervista a Moni Ovadia

moni-ovadia-2jpgIl 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, istituito per ricordare le vittime dell’olocausto. Nei giorni scorsi, sull’onda dell’emozione e dello sdegno suscitato dal bombardamento israeliano a Gaza, c’è chi si è interrogato sul ruolo che dovrebbe avere quella memoria nel contesto del conflitto israelo-palestinese. In un articolo su Carta del 15 gennaio, Franco Berardi “Bifo” si domandava “Cosa dirò ai miei studenti quel giorno?”, chiedendosi se non fosse il caso di ricordare le vittime di ogni razzismo, quelle di ieri e quelle di oggi. Moni Ovadia, da sempre fortemente critico con la politica di Israele, pensa invece che mischiare le due memorie sia un errore, che potrebbe avere conseguenze molto gravi. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli cosa ne pensa.

Che ruolo gioca la memoria alla luce di quanto accaduto a Gaza?

Questo è un tema molto delicato. Il Novecento, e anche questi primi anni del nuovo secolo, hanno conosciuto molte efferatezze. Pensiamo a cosa hanno fatto gli Stati uniti in Iraq, o i russi in Cecenia. Apocalissi di efferatezze.
Davanti a questo bisogna denunciare. Bisogna denunciare ma non bisogna confondere. Altrimenti daremmo ragione ai revisionisti.
Dobbiamo tenere conto del fatto che quello che è successo a Gaza è una cosa gravissima. A prescindere da quali fossero le ragioni, dobbiamo tenere conto dell’altissimo numero di vittime civili che ci sono state, che sono le vere vittime di questa azione israeliana. La cosiddetta risposta ai missili non era certo “colpire Hamas”, perché chiunque era perfettamente in grado di capire che ci sarebbero state vittime civili e che sarebbero state la stragrande maggioranza. Un effetto che, più che colpire Hamas, semmai lo rafforza (e questo dimostra la mediocrità dell’odierna classe dirigente israeliana). In un frangente simile la questione è dire con voce chiara, come fanno i refusnik israeliani, non si può andare in casa d’altri a commettere crimini di guerra. Punto.
Ma da qui a paragonare la questione con la Shoah c’è uno scarto forte. C’è come l’impressione che qualcuno voglia pareggiare i conti, declassando la Shoah a uno dei tanti crimini dell’Occidente. Non è così. Noi possiamo e dobbiamo condannare Israele per quello che ha fatto a Gaza e anche in Libano. Io l’ho fatto ripetutamente. Ma se usiamo questo meccanismo della comparazione, mi chiedo allora perché non è stato fatto prima con l’Iraq dove si parla di un’ampiezza degli eventi molto maggiore; o con la Cecenia, dove è stato sterminato quasi il 15 per cento della popolazione. Se il meccanismo vale solo per Israele, allora è sospetto.
L’unicità della Shoah resta. In Israele il venti per cento della popolazione è arabo-israleliana e certo nessuno si sogna di deportarli. C’è una differenza abissale. Se non si fanno le differenze, facciamo il gioco dei revisionismi. Quello israeliano-palestinese è l’unico scacchiere del mondo dove estremismi di destra e di sinistra si trovano d’accordo, e questo dà da pensare.
Chiaramente quello che è successo a Gaza va denunciato e condannato, e il governo e l’esercito israeliano vanno messi di fronte alle proprie responsabilità. Dobbiamo condannare quella politica a partire da subito, dall’occupazione del 1967 e dalla colonizzazione. Io l’ho fatto, e per questo sono stato accusato di essere un nemico del popolo ebraico. Ciò nonostante rispetto alla Shoah occorre operare delle distinzioni.
Anche perché la Shoah non ha riguardato solo gli ebrei. Ha riguardato i rom, gli antifascisti. Ma ha avuto delle caratteristiche devastanti molto diverse da quelle della questione israelo-palestinese. La sproporzione è evidente, ed è proprio quella che rischia di essere un boomerang per le ragioni del popolo palestinese.
Certo, il senso del ricordo della Shoah è quello di bandire ogni forma di violenza su chiunque, e questo riguarda anche Gaza. Ma l’unicità della Shoah è quella di essere stata una fabbrica di morte. Non si trattava di una guerra, pur sproporzionata, per il controllo di un certo pezzo di terra o per avere confini più sicuri. Si trattava del fatto che, se eri ebreo o rom, venivi scientificamente deportato dovunque ti trovassi a duemila chilometri di distanza per essere ridotto in cenere. Non c’è niente che somiglia questa cosa.
Tra l’altro si tratta di un meccanismo pericolosissimo. Quando a Durban, alla conferenza Onu contro il razzismo, apparvero gli striscioni con su scritto Israele uguale nazismo, Sharon era in sollucchero. Finalmente poteva dichiarare vedete cosa ci dicono? Tutti ci odiano, noi ci stiamo solo difendendo.
Sono paragoni che hanno contraccolpi fortissimi e non fanno l’interesse del popolo palestinese. Invece, una condanna ferma ma circostanziata, apparentata ad altri crimini di guerra come accaduto in Cecenia o in Iraq, è l’unico modo per fare chiarezza e denunciare davvero le atrocità di Gaza. La confusione e la polemica non fanno che spostare il centro del discorso.
Io, ad esempio, sto facendo una dura battaglia contro l’israelianizzazione della Shoah, che è un’operazione di propaganda devastante. È tutto molto delicato: se noi sbagliamo sul piano del linguaggio rischiamo di sprofondare in un terreno che fa perdere forza alle cause sacrosante dei popoli, come quella palestinese. Lo stesso vale per le bandire bruciate in piazza: c’è mai una bandiera bruciata che ha risolto i problemi di un popolo?
Quello che va fatto oggi è mettere con le spalle al muro l’establishment israeliano e chi lo sostiene da fuori Israele. Ma questo cosa ha a che vedere con la Germania nazista?

Si parla di una ripresa dell’antisemitismo dopo i bombardamenti a Gaza. Che ne pensi?

È il classico argomento di chi sostiene idee razziste. Ci sono moltissimi ebrei nel mondo che sono profondamente contrari a quello che fa il governo israeliano, e anche moltissimi cittadini di Israele condannano questa politica fortemente. Basta leggere i giornali israeliani.
Secondo questa logica dovremmo condannare anche Noam Chomsky, che invece è un forte accusatore di Israele e della sua politica. L’antisemitismo trova tutti i pretesti, è sempre stato così, e ben prima che esistesse Israele sono morti milioni di ebrei a causa dell’antisemitismo.
Dire che da quando c’è Israele c’è l’antisemitismo è una follia. Non fa che esasperare il discorso e confonderlo. Accettando questa logica si finisce per accettare anche quella secondo cui chi critica Israele e difende i diritti del popolo palestinese è per forza antisemita.
L’antisemitismo è un crimine e basta. Come lo è il razzismo verso i neri o i rom. Non esistono ragioni dietro queste posizioni. Chi fa affermazioni antisemite o razziste è un criminale. Punto.

Da artista sai bene qual è stato il ruolo, centrale, della memoria nel dibattito culturale italiano. Ma se ogni volta che la situazione in Israele e Palestina precipita si rischia di scivolare nelle ambiguità di cui parli, non è forse il segnale di una profonda fragilità del nostro modo di affrontare la memoria?

Io credo che alla base occorra sempre avere una lucidità critica. La memoria non è neutra, ma è una strategia. Ad esempio, l’Italia ha due memorie: chi sul fascismo conserva un atteggiamento blando, o addirittura cerca in tutti i modi di conservarne dei valori, non condivide certo la memoria della resistenza su cui l’Italia si fonda. Questo perché la memoria non è mai univoca. Basta pensare alla ex Jugoslavia.
La memoria è uno strumento culturale e filosofico che ci permette di interpretare la realtà. Ma la memoria va scelta.
Per questo io, da ebreo, mi oppongo a chi vuole considerare la Shoah come un fenomeno che ha riguardato esclusivamente il popolo ebraico. Nei lager sono morte 13 milioni di persone. Tra questi c’erano slavi, di cui non si parla mai, zingari e antifascisti. Israelianizzare la Shoah significa estrapolare ideologicamente solo una parte di quella storia.
Ad ogni modo, non è riuscendo a ridurre la memoria ad una visione unica che usciremo fuori dal problema. Tutt’altro. Bisogna confrontare le memorie da un punto di vista dialettico, senza mai stancarsi di farlo, tenendo vivo il dibattito.
Nel fare questo, però, dobbiamo tenere ferme le categorie con cui ragioniamo. Avere la lucidità di affrontare le questioni nella loro complessità, che non è mai riducibile a un paragone. Anche perché se associamo la questione palestinese alla Shoah è soprattutto il popolo palestinese, pedina nello scacchiere di due ideologie contrapposte, a farne le spese.
Il rischio che comporta la perdita della lucidità è altissimo. Dobbiamo forse odiare il popolo americano per quello che Bush ha fatto in Iraq? O il popolo russo per ciò che ha fatto l’esercito di Putin in Cecenia? In Israele vive un popolo fatto di padri, di madri, di figli. Non possiamo confonderli con l’esercito e con chi lo governa.
La questione della memoria è estremamente complessa, specialmente quando si tratta di una memoria così viva e dibattuta. Ma esistono molte altre memorie che cadono nell’oblio. Come quella dei Gulag, altra enorme tragedia del Novecento. Eppure, persino una cosa condannabile come i Gulag non può essere compresa se non nella sua specificità.
Non c’è una sola memoria, ma tante memorie. Dobbiamo tenerle presenti e percepirne la complessità, senza valutare sull’onda dell’emotività. È un punto importante, perché è dalla confusione nasce il pensiero che sconfina nel razzismo (e il razzismo, dobbiamo ricordarcelo, non ha mai alcuna ragion d’essere). È una tentazione che riguarda anche una parte della sinistra, ma avere una sinistra razzista sarebbe una grande sconfitta.
Quello che ci deve interessare, che ci riguarda, è la solidarietà verso il popolo palestinese, che è il popolo più solo del mondo, fatto da famiglie i cui figli sono costretti a vivere come in un tunnel, privati di una vita vera, con un’infanzia negata e senza la possibilità di progettare futuro. Questa è una solidarietà che riguarda un popolo e il suo dramma, e non deve essere una solidarietà contro un altro popolo. Occorre molta lucidità per tenerlo presente, una lucidità che non si deve far influenzare dall’emotività, come dicevo, ma che non può e non deve perdere il pathos dell’indignazione.

[da Differenza n°03/2009 – apparso con il titolo «I tranelli della memoria»]

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