Irlanda, dieci anni dopo

Viaggio a Belfast, Derry e Dublino nel marzo 2008, un decennio dopo gli accordi di pace: tra restyling architettonici, ferite ancora aperte e muri ancora alzati. Il ricordo dei “troubles” nei murales cattolici e in quelli unionisti. La difficile integrazione nel nord.

Belfast

Victoria Square, Belfast
Victoria Square, Belfast

Attraversare il centro di Belfast regala una strana sensazione di irrealtà. Le strade, quasi tutte riammodernate e tirate a lucido, sono piene di negozi alla moda, e la centralissima Donegall Square, oltre alla City Hall, l’imponente palazzo del governo municipale, ospita una grande ruota panoramica ipermoderna, in stile London Eye, praticamente attaccata alla struttura rinascimentale. Dalle strade pedonali, lastricate di mattoncini rossi, si ergono le vetrate imponenti dei punti vendita delle più note firme di abbigliamento. A guardarla così, in questo continuo accostamento di antico e moderno, e intenta in una frenetica attività lavorativa, la capitale dell’Ulster sembra una qualunque cittadina britannica – perché già l’architettura parla di un’amministrazione diversa da quella dell’Irlanda repubblicana. Eppure i tempi in cui il nome di questa città veniva associato alla storica contrapposizione tra cattolici e protestanti, evocando immagini infinite di attentati e guerriglie urbane, non sono poi così lontani.
L’accordo di pace detto del Venerdì Santo ha appena compiuto dieci anni, ma il completo disarmo dell’Ira è avvenuto solo tre anni fa, nel 2005, mentre la deposizione delle armi da parte lealista resta ancora in una fase di ambiguità. Ancora quello stesso anno, la tradizionale marcia orangista di Belfast è stata nuovamente un’occasione di guerriglia urbana. Ma tra le strade del centro di questo recente passato non c’è traccia. Così come non ce n’è traccia lungo i percorsi coperti di Victoria Square, piazza trasformata, secondo il modello della Posdammer di Berlino, in un centro commerciale a cielo quasi aperto – la sovrasta una grande cupola di vetro da dove si può ammirare  la città dall’alto. Victoria Square è il simbolo della ripresa economica e il più importante intervento di “restyling urbano”, l’immagine di una città trendy e alla moda, ma anche un po’ di plastica.
Eppure alcuni segnali lasciano intravedere una realtà più complessa. Ad esempio l’ossessione per la sicurezza, che si traduce in un grande impiego diffuso di bodyguard davanti agli esercizi commerciali. Gli opuscoli destinati ai turisti spiegano che si tratta di una conseguenza dei “troubles” – i disordini, il termine con cui eufemisticamente vengono definiti i quasi vent’anni di guerra civile che hanno funestato il Nord Irlanda dalla fine degli anni sessanta. Ma a sentire la gente del posto esce fuori un quadro diverso: la principale preoccupazione degli abitanti di Belfast sembrano essere gli ubriachi, in particolare i giovani – piaga sociale tanto in Irlanda che nel Regno Unito. Per le vie della città compaiono spesso cartelli che vietano il consumo di alcool, minacciando multe salate fino a 500 pound (circa 750 euro), specie in prossimità di parchi, piazze e panchine. Persino le chiese, dopo la funzione, chiudono subito i battenti: a causa della sicurezza nei centri commerciali, i luoghi di culto restavano l’unico ripiego per gli ubriachi in cerca di un posto dove ripararsi dal freddo.

Il processo di pace, unito ai notevoli investimenti per riqualificare la città, stanno trasformando Belfast in un posto alla moda. Accanto ai tradizionali pub fioriscono locali di tendenza. E di conseguenza anche la capitale dell’Ulster comincia a conoscere il turismo. Un turismo prevalentemente “interno”, proveniente da Inghilterra e Irlanda, ma che comprende anche i tanti europei e australiani che risiedono nei due paesi per lavoro. A loro viene offerta l’immagine di capoluogo moderno e vivace, che si è lasciato alle spalle i problemi del passato. Ma uscendo dalle vie del centro, quel passato torna visibile, inciso sulle pareti della città.
Ad esempio sui muri di Sandy Row, quartiere unionista di South Belfast, che accoglie chi passa con un inquietante murales da cui si affaccia un paramilitare incappucciato che impugna un Ak 47. Molte case espongono sopra la porta delle Union Jack (la bandiera britannica) piuttosto logore, e capita di imbattersi in muri pieni di croci di legno inchiodate, poste a memoria dei caduti unionisti. Un tempo era praticamente impossibile aggirarsi per queste strade non accompagnati. Oggi i curiosi sono accolti con sguardi infastiditi.
West Belfast, la zona che fu al centro dei troubles, è invece diventata a sua volta una vera e propria meta turistica, così come i suoi murales, che raccontano alcuni episodi della guerra civile. Superando il West Link, un’arteria a scorrimento veloce, si entra nei Falls, il quartiere cattolico, un reticolo di strade costeggiate da case a schiera di mattoncini rossi, da molte delle quali sventola il tricolore dell’Irlanda repubblicana. Questa zona dall’aria residenziale è a tutt’oggi divisa dalla vicina (e unionista) Shankill dalla «Peace line», forse l’ultimo muro divisorio ancora esistente nel cuore dell’Europa: oggi i varchi vengono lasciati aperti di giorno, ma prima del tramonto chiudono nuovamente.
Nonostante il clima disteso, i segni della guerra civile sono ancora evidenti, a partire dal filo spinato che corre un po’ ovunque sui muri, dalle case private alla Peace Line, dai giardini d’infanzia recintati come prigioni agli attraversamenti pedonali, racchiusi interamente da tunnel di recinzioni, sopra le quali languiscono bottiglie vuote e rifiuti di varie dimensioni.
A dispetto di quanto pubblicizzato ai nuovi turisti, non tutti gli abitanti della zona sembrano contenti di questo improvviso afflusso di visitatori. Ma al di là della statua di Clive S. Lewis (l’autore delle «Cronache di Narnia»), dell’aeroporto intitolato a George Best e della commemorazione del Titanic – che proprio qui fu varato –, è evidente che è proprio il passato travagliato di Belfast a costituire una delle sue principali attrattive.

Il clima di distensione che si respira oggi a Belfast, però, è reale fino a un certo punto, e le vecchie tensioni sono lontane dall’essere risolte. Entrare in un pub cattolico significa ancora imbattersi in un’iconografia identitaria che va dal tricolore repubblicano alle scritte in celtico, passando per la faccia di Bobby Sands. Ma Kevin, un ragazzo di vent’anni, è più preoccupato della recente legge che vieta di fumare al pub, o del ritorno al potere di Berlusconi in Italia, che della situazione politica del Nord Irlanda. Eppure, quando si tratta di pagare le birre ordinate, non manca di sottolineare come “sfortunatamente” occorra ancora usare i pound. E raccontando dei clienti abituali del pub, indica subito un signore di mezza età dall’aria gioviale, famoso per aver progettato di far saltare in aria Margaret Tatcher durante una sua visita a Belfast.
Le identità cattolica e protestante, con il loro corredo di lutti e rancori, sono ancora fortissime nella popolazione, e l’integrazione tra le due fazioni è tutt’altro che dietro l’angolo. Alexandra, una ragazza tedesca che si trova qui con un progetto europeo che ha per obiettivo l’integrazione tra bambini protestanti e cattolici, conferma che si tratta di un processo lentissimo: «Con i bambini non è difficile – spiega – trovano subito un modo per stare insieme, per dialogare. Ma alle loro spalle ci sono genitori che sentono ancora il peso del passato. Gli adulti, pur apprezzando il clima di pace, vivono in comunità separate: i cattolici con i cattolici, i protestanti con i protestanti, nei pub come nelle scuole o nei quartieri di residenza».

.

.

Derry

Murales nel Bogside, Derry
Murales nel Bogside, Derry

La proprietaria dell’ostello che si trova dietro il Bogside, il quartiere dove nel 1972 i soldati inglesi spararono sulla folla uccidendo quattordici manifestanti inermi, è una neozelandese trapiantata a Derry per amore. Quando accoglie i suoi ospiti, fornisce loro una mappa in cui sono evidenziate le strade dove si trovano i murales che raccontano la travagliata storia della città, e senza che le sia richiesto segna con la penna gli angoli di strada dove si è verificata la «Bloody Sunday». È evidente che anche in questa splendida cittadina medievale, una delle poche a conservare intatta la fortificazione che difendeva la città, la principale attrattiva per i visitatori sono i luoghi dei troubles.
E in effetti Derry (nessuno utilizza il nome ufficiale Londonderry, imposto dagli inglesi nel 1600, ormai riportato solo nelle tabelle dei treni) ha una storia particolare, e l’atmosfera che si respira qui è radicalmente diversa da quella di Belfast. Qui la gente vuole ricordare e raccontare. Specialmente i cattolici. Lo si vede dalla qualità dei murales del Bogside, vere e proprie opere d’arte e di denuncia (i murales protestanti di Bond’s street, invece, hanno un tono provocatorio e militarista). E lo si sente dalla disponibilità a parlare.
La storia di Derry è infatti legata a doppio filo con quella del movimento per i diritti civili: è nel Bogside, il quartiere operaio che negli anni sessanta raccoglieva molte famiglie indigenti e contava un forte tasso di disoccupazione, che la protesta cattolica assume forti connotati politici. In questa contea i cittadini cattolici erano numericamente superiori ai protestanti unionisti, che però mantenevano il controllo delle istituzioni grazie una accorta ripartizione dei collegi elettorali e a molte limitazioni nel diritto al voto. La lotta dei cattolici di Derry si lega con quella operaia, contro la disoccupazione e per il riconoscimento dei diritti civili. Nel 1969 gli abitanti del Bogside barricarono le strade del quartiere, svincolandolo di fatto dal controllo delle autorità: ancora oggi la scritta «You are now entering Free Derry» campeggia sul muro dove comparve, nonostante il palazzo di cui faceva parte sia stato abbattuto.
Da poco, nel Bogside, ha aperto i battenti il Free Derry Museum, gestito da una Ong che ha come obiettivo mantenere viva la memoria di quegli anni. Alcuni dei suoi fondatori sono parenti delle vittime della «Domhnach na Fola» (domenica di sangue in gaelico) che ogni anno viene commemorata con una grande manifestazione.

Nei pub di Derry, molto più che a Belfast, è ancora forte la tradizione irlandese di passare le serate a bere birra e a suonare musica tradizionale. Molti locali si sviluppano su due piani, e capita di imbattersi in concerti più o meno improvvisati nelle sale più raccolte del pub. Il rapporto di estrema naturalezza con cui la gente di Derry vive la musica dal vivo, come un momento in incontro e condivisione, sembra uscito da un tempo remoto. Si canta a turno, alle volte senza musica, se ci sono stranieri vengono invitati a cantare nella loro lingua. Sean, un uomo grande e grosso dalla barba folta e dalla voce baritonale, quando realizza di stare bevendo con degli italiani chiede con insistenza di sentire «Bella Ciao». La ascolta con attenzione, capendo poco delle parole, finché non arriva la strofa che cercava, l’ultima: «questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà». Il suo volto si illumina, e dice: «La libertà. That’s the important».
Al tavolo ci sono due ragazzi più giovani, sulla trentina, ed entrambi non sono di Derry. Neil viene dalla Scozia, e tra una canzone irlandese e l’altra canta a voce nuda alcuni canti gaelici delle sue parti. In Scozia lavora per un’emittente televisiva che trasmette esclusivamente in gaelico scozzese, con lo scopo di mantenere viva quella lingua e la sua cultura. Ci spiega che la comune derivazione linguistica costituisce ancora oggi un ponte di simpatia e vicinanza tra scozzesi e irlandesi.
Maurice, invece, viene dall’Ulster repubblicano, ma da tempo vive a Tokyo dove ha un contratto come lettore di inglese all’università. Facciamo insieme il viaggio verso Dublino, durante il quale ci racconta che viene spesso a Derry perché ha intenzione di scrivere un libro sulla storia della città. Sulla guerra civile, certamente – ha con se alcune pubblicazioni anti-unioniste degli anni settanta mai più ristampate – ma anche sulla vocazione di accoglienza che caratterizza Derry. Per tutta la prima metà del Novecento, Derry è stato il punto di snodo per gli emigranti che partivano per l’America. Ce ne erano di tutte le provenienze, anche un nutrito gruppo di italiani che crearono a Derry una comunità stabile per diversi anni, rinunciando a partire non si sa per quale ragione. Ma dopo gli anni trenta sparirono, e oggi degli italiani di Derry non se ne sa più nulla. Maurice sta approfondendo questa storia per il suo libro, e mi dice che la gente di Derry ancora parla delle loro strane abitudini: sembra, ma potrebbe trattarsi di una leggenda, che bevessero la Guinness colandoci sopra un uovo fresco…

.

.

Dublino

Uomini-cartello a Dublino
Uomini-cartello a Dublino

Il 1998 è una data cardine nella storia irlandese da più di un punto di vista. L’accordo di pace, ratificato da un referendum parallelo nella repubblica e nell’Irlanda del Nord ha definitivamente stabilito che il futuro dell’Ulster è nelle mani di chi ci vive, e al contempo ha segnato la definitiva archiviazione delle pretese della repubblica sulle sei province mancanti. Certo, dice Maurice, in fondo al cuore gli irlandesi desidererebbero un’Irlanda unita, ma tutti sono contenti della fine delle violenze e quindi anche dello stato attuale delle cose. Poi, in fondo, i pragmatici fanno notare che le due Irlande fanno entrambe parte dell’Europa, e che la frontiera non esiste più. Concordano insomma con Bruxelles, che predica l’integrazione europea come antidoto ai vecchi rancori.
Ma il 1998 ha segnato anche un altro cambiamento nella storia d’Irlanda: è ufficialmente la data dell’avvio della ripresa economica, che ha portato il paese delle fate ad aprirsi alla modernità. Soprattutto quella hi-tech, perché grazie a una politica di detassazione per le imprese di hard-ware e soft-ware oggi l’Irlanda è diventata la sede europea per i più grandi marchi internazionali, da Microsoft a Apple alle case giapponesi. Che importa se per ospitare capannoni e industrie si sta progressivamente rinunciando a quel verde che è sempre stato associato al paese? L’indotto economico e di lavoro è enorme – soprattutto servizi di assistenza telefonica internazionale, che attira in Irlanda migliaia di lavoratori stranieri che trovano occupazione senza neanche sapere l’inglese.
Nel giro di dieci anni Dublino è stata restaurata e ha perso l’atmosfera decadente che la caratterizzava. Di sera palazzi e monumenti sono evidenziati dalle illuminazioni di light designer di fama internazionale, e nuovi orgogli nazionali svettano a simboleggiare la ripresa economica – come The Spire, un altissimo obelisco di metallo piantato nel mezzo di O’Connell street. E gli effetti si sentono: l’Irlanda, tradizionalmente una nazione di migranti in cerca di lavoro nei paesi più ricchi, ha visto una forte ondata migratoria invadere le sue strade; e gli irlandesi che vivevano fuori cominciano a tornare. In banca e nei negozi di telefonia, dopo l’inglese, la lingua più gettonata è il polacco. E la comunità cinese si dice sia una delle più vaste d’Europa.

In effetti di lavoro ce n’è molto, e ben pagato, tanto che l’immigrazione riguarda anche molti cittadini comunitari. «Dublino è una città con un giro di soldi pazzesco – spiega Guido, un ragazzo di Asti che risiede qui – e sta scoppiando di persone. Il traffico è ingestibile e tutti i rapporti girano intorno ai soldi». Guido è un po’ deluso dal nuovo volto della capitale Irlandese, dove l’economia di mercato è diventata il metro assoluto. La gente lavora a ritmi incredibili, per poi riversarsi nei pub del centro il venerdì sera, per ubriacarsi fino al mattino. Tutto sembra fatto solo per guadagnare soldi, e lo spirito di accoglienza per cui gli irlandesi vanno famosi stenta a manifestarsi.
Gli effetti di una crescita così violenta non hanno tardato a manifestarsi. Il caro vita ha investito molti settori della società, ed oggi le strade di Dublino sono piene di homeless molto giovani, che non trovano di che mantenersi. Le sacche ci povertà estrema aumentano vertiginosamente, di pari passo alla ricchezza. E questo fa sì che ci si inventi i mestieri più strani. Lungo Grafton Street, il corso commerciale che unisce il Trinity College al Saint Stephen’s Green, ci si imbatte negli uomini-cartello: persone la cui occupazione consiste nel reggere un cartello con una freccia, che indica un esercizio commerciale delle vie laterali. Non potendo aggiungere altra segnaletica, pagano gente in carne e ossa per fare da cartello.
Proseguendo verso la statua di Molly Malone ci imbattiamo in un giovane homeless che si guadagna da vivere scrivendo poesie col gesso sui marciapiedi, incorniciate in eleganti motivi di stile celtico. La poesia parla di Irlanda dove tutto gira attorno ai soldi, e recita così: «Being homeless has made me see; That you get nothing in life for free; Irish prices have become so high; No matter the product you wish to buy; So immagine having no roof over your head; No fresh clean clothes, no food or a bed; So please look in your hearts and see; If you could spare some change for me». Quindici minuti dopo, ripassando per lo stesso angolo di strada, non troviamo più il ragazzo né la sua poesia: lavata via da una secchiata d’acqua.

dublin-poemLo stile di vita odierno della capitale irlandese ricorda da vicino quello di Londra. Non è un caso: il modello economico dell’Irlanda è sempre stato l’Inghilterra. E c’è chi maligna che dove non sono riusciti due secoli di colonialismo sono bastati dieci anni di neocapitalismo. Non che manchino i segni dell’identità nazionale: Guinness, pub, fate e trifogli campeggiano in ogni strada, ma sono ad uso e consumo dei turisti. Lo spirito irlandese si è trasformato in un «brand» molto redditizio, ma come tutte le cose che si spremono per fare soldi, ne è uscito fuori avvizzito.
Al resto ci pensano i prezzi elevati, che tengono gli artisti lontano dal centro città, e a volte da Dublino stessa. Se a Galway – capoluogo altrettanto turistico dell’Irlanda dell’ovest – ci si imbatte con facilità in sessioni musicali improvvisate, a cui spesso si aggiungono i tanti studenti internazionali, soprattutto giapponesi, che vengono a imparare come si suona il violino all’irlandese; nei locali del Temple Bar, al centro di Dublino, suonano solo band professioniste che si esibiscono per i turisti.
Ovviamente non è solo la congiuntura economica ad aver inciso sul nuovo corso irlandese; c’è anche una politica liberista che sta sfasciando lo stato sociale e crea insicurezza in questo popolo tradizionalmente fatalista, ma fortemente solidale. A farne le spese è proprio la caratteristica accoglienza degli irlandesi, che una volta ricchi si sono scoperti anche diffidenti verso gli stranieri che arrivano in massa nel loro paese. Un recente provvedimento, ad esempio, ha modificato la legge che stabiliva che ogni bambino nato su suolo irlandese otteneva automaticamente la cittadinanza.
«Il problema dei prezzi ha un impatto sociale enorme», racconta Guido. Lo incontriamo in una biblioteca che, come molti dei servizi della città, si trova all’interno di un centro commerciale. I centri commerciali sono le vere piazze della vita pubblica dublinese, e sono loro a dettare tempi e coordinate dei rapporti umani. A riprova Guido indica le panchine nella piazza centrale del centro: «Molta gente, spesso polacchi, beve birra comprata nei supermercati, per risparmiare. Ma d’inverno fa freddo, così riparano nei centri commerciali. A volte si ubriacano e fanno un po’ di casino, e la sicurezza li butta fuori immediatamente. Qualcuno, in cerca solo di un posto caldo dove stare, l’ho visto perfino entrare in biblioteca: si siedono su un banco e spesso si addormentano».

[da Lettera 22]

Annunci

2 pensieri riguardo “Irlanda, dieci anni dopo”

  1. oggi l’Irlanda è in crisi economica e il lavoro ormai è poco. il problema è che gli irlandesi non hanno saputo purtroppo approfittare della Celtic Tiger per creare e non solo approfittare del benessere economico portato dagli altri.non è più così cara. la gente per il terrore di ritornare ai vecchi tempi ha abbassato i prezzi e una casa in affitto costa meno che a Roma.tocca aggiornarsi :)

    1. il quadro economico è molto mutato. anche la sterlina non è più valutata 1,5 euro circa. ma questo articolo, come è scritto ben in vista nella nota iniziale, è inerente a marzo 2008.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...