Cercasi leader disperatamente

tolleranza-zoroBarba di qualche giorno, capelli a zero e l’espressione a cavallo tra lo scoramento di chi naviga a vista nella politica di oggi e il sarcasmo un po’ sbruffone e molto romanesco, Zoro si affaccia dal web con le sue disavventure in pillole di un militante del PD, che faticosamente segue le evoluzioni funamboliche ed elettoralmente disastrose del – malgrado tutto – “suo” partito.
Nel suo “saltuario di informazione e opinionistica estremamente personale”, Diego Bianchi ha dato vita a una web tv satirica imperniata sul personaggio di Zoro, il suo alter ego mediatico che decripta il linguaggio sempre più edulcorato di politica e tv grazie a una buona dose di romanità e sarcasmo. In «Tolleranza Zoro», che ha debuttato nel suo blog all’indomani della nascita del Partito Democratico (oggi è un diario settimanale del programma di serena Dandini «Parla con Me»), Zoro segue con crescente apprensione l’ennesima mutazione genetica della sinistra, sempre più confusa anche per chi come lui ha avuto un passato da militante comunista, si è dovuto confrontare col crollo del muro di Berlino e ha infine faticosamente introiettato la nuova dottrina riformista. In un continuo ed esilarante dialogo telefonico con Veltroni, che lo chiama per farsi consigliare sulle strategie comunicative, Zoro fa emergere con folgorante ironia il grande rimpianto della sinistra italiana: l’assenza di un leader.

A partire dalla concezione leninista del partito e della sua funzione di avanguardia, il tarlo del militante comunista è sempre stata la linea da seguire, dettata da un capo carismatico, colui che avrebbe guidato le masse rivoluzionarie fino alla terra promessa del socialismo realizzato. Una delle satire più divertenti di questa fede quasi messianica la fa Roberto Benigni in uno dei suoi primi film, «Berlinguer ti voglio bene», del 1977, dove l’ossessione di Cioni Mario arriva a fargli attaccare la foto di Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, sulla testa di uno spaventapasseri, per poterci parlare liberamente nei suoi soliloqui in mezzo alla campagna. In una delle scene più divertenti del film Mario, in cantiere coi colleghi, si dice convinto che prima o poi il grande capo darà “il segnale”: andrà in televisione, col suo fare deferente, e poi di colpo dirà “Via!” e sarà finalmente l’inizio della agognata rivoluzione.

Con uno stile diverso, ma un registro ugualmente iperbolico, Diego Bianchi alias Zoro ironizza sulla fiducia verso il partito (non più comunista, ma comunque “il partito”) e sul suo condottiero, Walter l’americano, che guarda a Obama ma che a differenza del presidente U.S.A. perde le elezioni. E se al telefono con il grande capo e i suoi “dirigenti delle risorse umane” Zoro sprizza ottimismo riformista e moderno lessico da top menager (in una puntata sogna persino di arringare i militanti come Luca Luciani, il manager telecom della gaffe sul “capolavoro di Napoleone a Waterloo”), quando chiama gli amici svela tutti i suoi dubbi sulla linea del segretario e su un partito così edulcorato da non sembrare più così tanto di sinistra… Nell’iperbole di Zoro, il “grande capo” del “grande partito democratico” si rovescia in un uomo ossessionato dall’immagine, ma che nonostante le sue grandi manovre comunicative e politiche alla fin fine non ne azzecca una. E se pian piano si fa strada il sospetto che la strategia politica non sia più tanto chiara, e si sia piuttosto striminzita fino a diventare misera tattica di sopravvivenza; allo stesso modo la figura del grande leader rimpicciolisce, fino a trasformarsi in quella di un capitano che naviga a vista, al quale ci si riferisce con bonaria esasperazione, facendo spallucce.

Per questo l’unico guizzo in grado di smarcarsi dalla disillusione arriva quando D’Alema, ospite da Crozza che gli chiede di commentare la frase di Berlusconi che lo definisce “il più comunista” di tutti, risponde che sì, probabilmente è vero. Qualcosa scatta nella testa di Zoro, che esulta come se avesse segnato la sua squadra del cuore. È il segnale. Se lo fa D’Alema, significa che si può finalmente tornare a dirsi “comunisti”. Significa che tutto è tornato chiaro, e ci si può finalmente disfare dell’armamentario riformista che per tutti questi anni è andato così stretto… Ma è un’esuberanza che dura poco: squilla il telefono, è Walter, e allora tocca dissimulare e dire che è proprio una storiaccia quella di D’Alema che torna a parlare di comunismo…

In fondo il vero militante è quello che è fedele alla linea, anche quando non c’è (come cantavano i CCCP). Così si torna a stringere i denti quando si perde in Abruzzo, e ad avere i mal di pancia se arrestano gli esponenti del PD per corruzione. La questione morale sarà anche reale, ma quello che più conta è che fa perdere le elezioni (“La Jervolino non schioda, Bassolino non schioda, Villani non schioda, Bettini non schioda. Più radicati nel territorio di così…”).
E allora, visto che sono tempi duri ma che siamo pur sempre sotto Natale, non resta che affidarsi alle favole: quella del Principe Walter, che guida le forze del bene contro il malvagio Cavaliere Silvio. Quando il piccolo principe, sul suo bianco cavallo riformista, sconfigge le forze del male, torna il lavoro e la salute per tutti, e trionfa la giustizia (se non quella proletaria, almeno quella ordinaria). Insomma, un finale da vissero tutti felici e contenti. Finché si sta nel mondo delle favole, ci si può pure credere.

[da Differenza n°44/2008]

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