I padri e i figli

pieveInternet può avere un ruolo nella costruzione di una memoria e, attraverso di essa, di un’identità? Per quanto possa apparire una provocazione parlare di memoria e identità all’interno di un media che trova il suo specifico proprio nella fluidità, nella magmaticità e nella continua evoluzione delle informazioni, questa domanda si connette a una delle funzioni che la rete sta assumendo e sviluppando, proprio negli ultimi anni, grazie ai social network: quello di archivio di immagini, documenti, filmati. Un archivio per di più caratterizzato dall’immediatezza e dalla orizzontalità della rete.
Anche da un punto di vista strettamente professionale, l’informazione che si vende on line – quella cioè che ha valore commerciale, e che quindi trova acquirenti in quanto contenuto – è quella “di archivio”. A dispetto della tendenza imperante nel giornalismo on line, che vuole notizie leggere, brevi, altamente informative e prive di qualunque approfondimento, la domanda di contenuti si indirizza verso l’esatto opposto. Lo sanno bene le grandi testate del giornalismo internazionale, che offrono gratuitamente l’informazione-lampo, quella quotidiana (riscuotendo profitti dalla vendita di pubblicità) e mettono in vendita i loro archivi, fatti di editoriali, approfondimenti, reportage. E lo sanno bene blogger, scrittori e giornalisti che utilizzano la rete: la vita di un articolo on line è infinitamente più lunga che sul cartaceo, e per quanto questa seconda categoria goda ancora di maggior “prestigio”, è innegabile che la scrittura on line resti visibile ben oltre la sua data di pubblicazione, sia sempre rintracciabile dai motori di ricerca, linkabile da altri articoli, e consultabile all’occorrenza.

Il maggior prestigio di cui gode la parola stampata è l’esistenza di un filtro, che ne garantirebbe la qualità. Vastità e accessibilità sono due dei pregi maggiori della rete, ma contemporaneamente per molti costituiscono il suo limite in termini di gestibilità e credibilità. Sotto accusa, ad esempio, c’è l’incredibile quantità di informazioni private, quasi sempre di carattere autobiografico, con cui i singoli utenti riempiono la rete. Foto, testi e filmati un tempo relegati tra le mura domestiche si riversano nel mare magnum digitale e – grazie ai social networks – entrano nelle case di chiunque voglia condividere i propri contenuti. Ovvero, la stragrande maggioranza delle persone con un’alfabetizzazione medio-alta dei paesi cosiddetti occidentali (fermo restando il gap generazionale nelle fasce over 40). Chiunque operi nel campo della comunicazione sa perfettamente che lo sdoppiamento dell’io, proiettato on-line in una continua rifrazione che si rimpalla tra pagine MySpace, profili Facebook, filmati YouTube e gallerie fotografiche Flickr, è una realtà in crescita e un serbatoio di informazioni ormai insostituibile. Oltre ad ospitare la comunicazione di centinaia di migliaia di band musicali, artisti visuali, fotografi, poeti e teatranti, questo flusso di informazioni scaturito dall’interconnessione della blogosfera con i social networks ha realizzato quello che è il tarlo centrale della scrittura diaristica: l’eventualità, sempre meno remota, che qualcuno la legga.

«Non si scrive mai qualcosa di autobiografico pensando che nessuno lo leggerà. Anche se questa è un’eventualità concreta, si scrive sempre tenendo presente la possibilità – o la speranza – che qualcuno prima o poi legga ciò che viene riportato per iscritto». A parlare è Luca Ricci, regista della compagnia teatrale CapoTrave, di Pieve Santo Stefano, il comune toscano che ospita l’Archivio diaristico nazionale, voluto da Saverio Tutino. L’archivio, fondato nel 1984, raccoglie diari, memorie ed epistolari degli italiani, senza filtri di sorta, né di contenuto né di forma.
Nella stratificazione degli oltre 7.000 testi depositati presso l’archivio è possibile leggere una serie di fili rossi che attraversano la scrittura autobiografica nel corso dei decenni, nonostante le opere depositate presso l’archivio siano state scritte nel privato. Ad esempio, il fatto che quasi tutte le storie narrate hanno a che vedere con “eventi di separazione”, che hanno la caratteristica comune di essere riportati su carta solo al momento della loro conclusione. «Sia che si parli delle due guerre mondiali, che sono i periodi storici più rappresentati nell’archivio, o di fatti privati come l’uscita da una tossicodipendenza o la fine di un matrimonio, comunque il nucleo centrale delle narrazioni diaristiche ha sempre a che vedere con una cesura, un evento di separazione», spiega Luca Ricci.
La maggioranza dei diari e degli epistolari conservati riguardano il Novecento, nonostante una piccola parte risalga al secolo precedente, e addirittura a Settecento. A partire dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso si verifica una novità: cambiano i supporti, e molti diari cominciano ad arrivare in formato elettronico, mentre gli epistolari giungono sottoforma di scambi di mail. «Anche se è innegabile che la scrittura a mano sia spesso caratterizzata da una dimensione di riflessione maggiore – precisa Ricci – l’attitudine che c’è nello scrivere le proprie memorie non cambia di molto tra la signora di fine ottocento e il blogger di oggi. La rete può velocizzare il linguaggio, ma sullo sfondo di entrambe le esperienze c’è l’idea di fondo che ciò che si scrive possa essere letto. Questo significa che la scrittura diaristica non è mai davvero un soliloquio, ma anzi si avvicina più al monologo – recitato davanti a un pubblico – se non addirittura al dialogo, perché si presuppone sempre l’esistenza di un lettore. L’istituzione dell’archivio accentua questa ipotetica dimensione dialogica: raccogliere i diari in un luogo significa dare una panoramica, creare una dimensione plurale in cui i singoli monologhi assumono un significato più ampio».

Ed è proprio questa dimensione dialogica che sta alla base di un progetto di recente realizzazione, «Memoro – la banca della memoria», che sul sito http://www.bancadellamemoria.it raccoglie una serie di testimonianze, per lo più di gente anziana, restituite alla libera fruizione della rete sotto forma di filmati in streaming. Una sorta di YouTube della memoria, dove i “vecchi” possono lasciare la propria testimonianza alle persone più giovani, ricreando quella dimensione del racconto che fino a pochi anni fa legava le generazioni nel processo di trasmissione del sapere. Grazie al filmato, non solo le storie, ma anche le facce, le espressioni, le voci contribuiscono a dare corpo ai racconti. Un processo di condivisione che non solo riconnetteva in modo indelebile generazioni passate e future, ma era la base che queste ultime prendevano come partenza per la costruzione della propria identità. Non è un caso, infatti, che questo progetto nato sotto il patrocinio della Provincia di Cuneo si sia dato l’obiettivo di creare un ponte tra le generazioni, tanto da decidere di devolvere gli utili del progetto ad associazioni di anziani e ad associazioni a tutela dell’infanzia.

Al di là della funzione di archivio, la rete rende possibile la messa in connessione dei contenuti con un’ampia fetta di utenti – cosa che le istituzioni classiche non sono più in grado di realizzare. Questo significa non solo creare uno spazio per la memoria, ma anche rendere questa memoria “viva”. Lo stesso vale per l’archivio nazionale: «Quello di rendere l’archivio un posto vivo è stato uno dei nodi fondamentali del progetto di Pieve – spiega Luca Ricci – Tutino era un comunista fuori dai ranghi, quasi un dissidente, che dell’orizzontalità del sapere (come del potere) fece il suo chiodo fisso. Dietro l’archivio non c’era solo l’intenzione, paternalistica, di dare corpo all’idea di una “storia scritta dagli umili”; c’era anche l’idea di un luogo vivo, che oltre a conservare le memorie produce a sua volta memoria». Per questo è stato istituito un premio, che mantiene vivo l’afflusso di opere diaristiche, ed esiste una commissione che legge le opere e una volta l’anno decide la pubblicazione di un diario particolarmente interessante. Di fondo c’è l’idea di un luogo che non solo accoglie la memoria, ma che è anche in grado di farla riverberare nel presente, come elemento imprescindibile per la costruzione dell’identità dei contemporanei. E della contemporaneità.

[da Differenza n°43/2008]

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