I Muta Imago raccontano il mondo infranto di Lev

levLev Zasetky è un soldato russo che viene colpito alla testa da un proiettile. Siamo nel 1943. Da allora, perduta la memoria e con quella la propria identità, l’esistenza di Lev è una lotta quotidiana per restituire un senso a quel mondo infranto che lui, non più in grado di ricordare il passato né di rapportarsi al presente, vede manifestarsi davanti ai suoi occhi come un insieme disordinato di immagini e sensazioni. La sua storia, giuntaci attraverso il neuropsichiatria russo Alexander Lurja, che lo ebbe in cura, e attraverso il diario che Lev tenne fino al 1958, è alla base del nuovo spettacolo della compagnia romana Muta Imago, che ha debuttato in forma definitiva al Romaeuropa Festival il 7 novembre scorso [lo spettacolo sarà a Lugano il 14 e 15 novembre, e allo Zoom Festival presso il teatro Studio di Scandicci il 29].

«Lev» [Glen Backhall] si muove in un ambiente poco illuminato, nei quali irrompono con violenza i suoni della guerra, bombe, mitragliatrici, le grida dei compagni. Le luci – in un bellissimo gioco di lampade volanti – impazzano e ricreano l’atmosfera carica di tensione della battaglia, degli allarmi antiaerei. Lev comincia a ricordare. Fuori è ancora il suono a guidarlo, per l’esattezza una voce, la voce del medico che cerca di stimolare il paziente. Ma il mondo attorno a Lev è fatto di una materia impalpabile, sfuggente, di sabbia che filtra tra le dita quando cercano di stringerla, di afferrarla. Solo in alcuni momenti la realtà, fissata nelle rassicuranti geometrie dei tre pannelli di plexiglass che compongono la scena curata da Massimo Troncanetti, sembra fermarsi. Ma è una geometria apparente, della quale Lev non è in grado di impadronirsi, e che finirà per sovvertirsi, penzolando sbilenca su un solo sostegno.

I Muta Imago (e la regia di Claudia Sorace) scelgono di non raccontare una storia, ma di farci vivere le sue implicazioni emotive e percettive. Chiuso della sua stanza-cranio – mentre il suo passato prede corpo in frasi, disegni di case, nomi di donna tracciati sulla sabbia dei pannelli – Lev ci comunica la difficoltà di ragionare tramite i meccanismi della logica. Non sa cos’è un’astrazione linguistica come il genitivo, non sa dire di quante persone si parla nell’espressione “il figlio della madre”, e non è in grado di visualizzare queste figure fuori dalla finestra, come gli suggerisce il dottore. Né noi le vediamo sulla scena, mentre scorgiamo l’immagine evanescente di una donna (“vostra moglie? vostra madre?” chiede la voce, altra astrazione senza significato), una ballerina proiettata sulla sabbia che Lev raccoglie e fa cadere affinché l’immagine non svanisca, unendosi a lei in una sorta di danza che è uno dei momenti più struggenti dello spettacolo.

Fuori, intanto, il tempo sembra scorrere comunque nelle radiocronache che raccontano i successi dell’astronauta russo Gagarin, luci di un progresso scintillante che sembra lontano mille miglia dalla condizione di chi è fuori dalla Storia con la maiuscola, ma che spesso paga con la sofferenza e la morte il suo progredire. Certo è lontano dalla condizione di Lev, che assomiglia di più a quella della piccola Laika, la cagnetta mandata a morire in orbita dagli scienziati russi, prigioniera della capsula spaziale e di una realtà che non comprende.

Come per il lavoro precedente, «(a+b)3», i Muta Imago tornano a confrontarsi con un immaginario preciso, quello delle guerre del Novecento, restituito con un gusto raffinatamente retrò. Ma se lì un archetipo fatto di guerra, amore e separazione rimandava per similitudine a una dimensione attuale e allo stesso tempo universale, in «Lev» una vicenda realmente accaduta diventa, con l’abisso che spalanca sulla possibilità di comprendere il mondo esterno e rapportarsi a esso, una fonte di risonanza tutta emozionale con il presente. Quello di Lev è un tentativo di ricostruire il passato per poter agire sul presente, una lotta continua per “ricomporre l’infranto” – per dirla con le parole di Walter Benjamin, che alludeva all’unico possibile riscatto dei vinti sui cui corpi passa l’avanzata del progresso e della storia. Una frattura che oggi la globalizzazione rende visibile a più livelli, e che amplifica la sensazione di impotenza post-ideologica in cui si muove la società odierna.

Eppure questa lotta “non può fare a meno di essere ottimista”, come dice il drammaturgo della compagnia Riccardo Fazi, e il finale dello spettacolo lo conferma. In un controluce denso di emozione, Lev corre sostenuto dagli stessi fili che sorreggevano le immagini del suo passato, corre a grandi balzi, sembra quasi spiccare il volo, verso un altrove che è fuori da quel mondo di immagini indecifrabili, lontano dalla dolorosa impossibilità di comprendere i meccanismi che lo reggono.

Grazie all’estrema eleganza e alla poesia che anima le immagini sceniche dei Muta Imago, il lavoro di questa giovane formazione si candida ad essere un anello di congiunzione importante tra una ricerca che naviga (a volte a vista) nel mare inquieto della visione e un teatro di altro segno, che cerca insistentemente di riportare l’umano, con il suo carico di emozioni, al centro del suo farsi e del suo dire.

[da Carta n°42/2008]

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