Il silenzio d’America. Intervista a Vinicio Capossela

Da SoloCome lo zio d’America che torna dai parenti, Vinicio Capossela inizia questa chiacchierata aprendo la sua borsa e tirando fuori pacchi di fotografie del suo viaggio d’oltre oceano. Immagini di strade deserte, motel, rodeo, città fantasma e poi foto di facce, strumenti e cappelli da mago e da cowboy. Persino Vinicio sotto l’insegna dell’omonimo ristorante, Vinny’s. Tutto il contorno umano e il concreto immaginario da cui è scaturito questo suo nuovo album, «Da Solo», da pochi giorni nei negozi di dischi.


Allora, Vinicio, come nasce questo disco?

L’ispirazione è venuta dal fatto che ne avevo fatte troppe. Tra la religione, il sacro, Michelangelo, i marinai e le canzoni della Cupa, a un certo punto sono andato a casa, ho visto il mio piano, il mio vecchio Duysen, che era sopravvissuto a tutto questo, era la stagione invernale, quasi la festa di Halloween, fuori passavano i tram, e ho deciso di riprendere a occuparmi di canzoni che non avevo mai portato a termine. Canzoni che mi riguardavano molto da vicino.
C’è un momento nella vita in cui bisogna capire come si è fatti, chi si è. Quando passa abbastanza tempo da poter mettere a fuoco le cose, in modo che se ne può scrivere senza bruciarsi, allora è il momento di incontrare «Il gigante e il mago», e con quella tante altre canzoni. Questo disco trova l’ispirazione nell’intimità e nella sincerità.


C’è anche molta America. Ma per te cos’è l’America?

Io sto sempre “dalla parte di sotto”, e perciò l’America che ho vissuto io è fatta da tantissimi disgraziati, povera gente che si è ritrovata in un carrozzone impazzito. Però in America c’è di particolare che se anche sei l’ultima ruota del carro, ti senti parte di un “gran carro”.
Quello che torna in questo disco, e che deriva da trascorsi del tutto personali, è il grande silenzio d’America. Mi ha sempre colpito che l’America, con l’eccezione di New York, è in realtà un corpo silente, dove si sente solo uno sventolare di bandiere a vanvera. Si avverte molta solitudine. Vite cadenti, che cadono a pezzi, a partire dalla carne. Il modo di essere cadente della carne, in America, è molto diverso da quello che conosciamo noi in Europa.
Ma, lasciando da parte la politica, quello che mi ha sempre colpito dell’America è il vuoto che c’è dietro la grande scenografia. Come al Side Show, dove tu all’esterno vedi questi banner bellissimi e divertenti, con il tizio che sputa il fuoco, e gli strilli che dicono “lasciate a casa le mogli”, “venite più vicino”, tu ti fai convincere e quando entri vedi che dentro non c’è praticamente niente, solo tre quattro cose disgraziate, una mucca deforme, poco altro. È la facciata la vera dimensione dell’America.
È un posto di grandi solitudini, pronte però a tirar fuori la loro storia. Io rimango sbalordito dalla prontezza che ha la gente a raccontarti i fatti suoi, anche quando si tratta – come spesso accade – di vicende complicate e tristi. Anche in letteratura mi è sempre piaciuta l’America delle piccole comunità, le Spoon River o i Racconti dell’Ohio di Sherwood Anderson. La piccola comunità permette di mettere bene a fuoco le storie, i disastri, i rapporti umani. Questo, poi, è un disco che ha una particolare attenzione alla relazione tra gli uomini e le donne. È incredibile in quanti modi variegati e complessi gli uomini e le donne trovano il modo di farsi del male. In nome dell’amore, ovviamente.


Hai detto che dietro questo disco c’è un tentativo di “diventare grandi portando con sé tutto il piccolo”. Un po’ il controaltare della vita e le solitudini che racconti, che cercano un interstizio dove rifugiarsi dalla modernità rutilante che c’è fuori.

I dischi sono sempre un po’ un bene-rifugio, su questo non c’è dubbio. Tenersi da parte una propria innocenza, uno sguardo non del tutto consumato dall’esperienza, è per me una cosa molto importante. La modernità rutilante non è una novità, è qualcosa che c’è sempre stato: perdere tempo impiegandolo a tutti i costi.
Glenn Gould diceva che per ogni X tempo passato con gli altri c’è bisogno di un X tempo passato in confidenza con se stessi. Nel suo caso il rapporto era cento a zero. Però, effettivamente, è responsabilità di ognuno conservare un rapporto con se stessi, e non è sempre facile. Sono rimasto molto colpito dall’usanza religiosa che c’è nei paesi musulmani, dove quando il muezzin inizia a cantare tutti si levano i calzari e si prostrano in preghiera, qualunque fosse la cosa in cui erano occupati. La preghiera è ovviamente un momento di grande intimità con se stessi.
Certo, parlare della necessità di conservare le piccole cose può sembrare un’affermazione piena di equivoci. Non sto dicendo di conservare il bambino che è in noi, o cose del genere. Dico però che se sai conservare la capacità di incantarti guardando il mondo è una cosa che poi ti ritrovi.


Con «In clandestinità» riprendi un tema che ti appartiene molto.

È vero. La clandestinità a cui faccio riferimento è una vocazione naturale, che ti spinge fin da quando hai sei anni a sgattaiolare fuori dalla porta senza dire ai tuoi genitori dove stai andando e cosa stai facendo. Poi, diventato grande, quando ti sposi continui a inventare scuse per poter uscire e andare altrove. Insomma, continui a covare delle altre nature. È qualcosa che riguarda molto da vicino i rapporti tra le persone, e che è ben espresso nella canzone «Orfani ora» dove dico questa frase: se non si divide il buio si tradirà sempre la luce. Riguarda tutta la fatica e il dolore che ci vogliono per riuscire a dare un compimento alla propria natura. Uno vorrebbe fare delle cose e poi non ne è capace, e questo porta a delle separazioni, dei dolori. Affermare a testa alta la propria natura non è semplice, a qualcuno riesce subito, altri devono percorrere vie tortuose.

In «Lettera di soldati», sotto una melodia dolce si snoda un lungo piano sequenza che racconta la guerra nel modo più reale e cruento. Come diceva Céline, “una macelleria”. È un contrasto molto forte. Perché lo hai scelto?

Per raccontare una cosa così enorme e disumana, bisogna avere la freddezza del chirurgo, perché solo in questo modo è possibile parlarne davvero. Almeno per me è così: qualunque cosa ci metti in più, anche se è tua, può risultare patetica. Anche la musica non deve avere nessun tipo di enfasi.
Io la guerra la vedo alla tv, come quasi tutti, e quello che più mi sconvolge in questo racconto che ne viene fatto sono i termini per definire le cose. Come «le regole d’ingaggio». Come si fa a dire che davvero a 50 metri vale una regola e a 30 un’altra? È un tentativo assurdo di rendere “ragionevole”, perché razionalizzabile, una cosa che non lo è affatto. È un tentativo di riparazione. Che è un altro termine che torna. C’è una dimensione quasi robotica in cui i soldati si trovano a vivere, mandati al fronte ma con la speranza di sapere che dietro c’è un sistema scientificamente evoluto, in grado di riparare i pezzi nel caso tu venissi colpito. Sono modi per tenere lontano la realtà concreta della guerra. Che per altro oggi viene vissuta anche dai suoi protagonisti come un videogioco, grazie alla tecnologia bellica.

Questo è un disco di ballate, non ci sono esplosioni musicali, ma è pieno di “crescendo sommessi”. Un’atmosfera che si crea grazie agli strumenti particolari che accompagnano piano e voce: strumenti giocattolo, strumenti inconsistenti, strumenti autocostruiti. Quanto c’è, nella scelta di questi strumenti, della curiosità dell’infanzia a cui il tema dell’incanto e il sapore di filastrocca che hanno molti brani sembrano rimandare?

Tutti questi pezzi hanno a che vedere con una forma musicale, l’inno. Una forma di composizione carica di solennità, ma che è una solennità dimessa, senza percussioni. Appunto, dei crescendo sommessi. È una delle forme più epiche della musica povera, che si sposa benissimo con gli ottoni delle bande popolari o da esercito della salvezza. Questo si vede benissimo ne «Il paradiso dei calzini», che in un certo senso è l’aria centrale del disco da cui si dirama tutto il resto. E ho anche inserito, in chiusura, un inno vero e proprio, «Non c’è disaccordo nel cielo», composto nel 1914 da un maestro dell’inno religioso, Frederick Martin Lehman.
I due pilastri che reggono questo disco sono da un lato questa solennità dimessa dell’inno, dall’altro il mondo del fantastico, l’incantamento, che ha a che vedere con l’infanzia. Da un punto di vista musicale, per rendere questo senso del fantastico, siamo ricorsi a strumenti particolari, che per una loro natura riescono a creare una placenta sonora che è come l’aria che respiri. Come il cristallarmonio, il theremin, la sega musicale, gli strumenti giocattolo. Quelli che abbiamo chiamato strumenti inconsistenti, che producono un suono rarefatto che da solo ha poca consistenza ma dentro un tessuto sonoro è in grado di creare atmosfere particolari e suggestive.


Come definiresti questo disco in una frase?

Un mio amico sentendolo ha detto: il guarito si vede che è stato malato.

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[da Carta n°40/2008]

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