Vivere come fantasmi. Intervista a Silvia Chiogna

Ana, una ragazza boliviana giunta in Germania per lavorare, inizia il suo viaggio nel mondo dei migranti clandestini aiutata da una cugina che già vive lì, anche lei clandestina. Ana cerca di guadagnarsi da vivere facendo le pulizie; è una delle possibilità di guadagno più abbordabili per chi, come lei, è donna e parla male il tedesco. Comincia il suo lavoro presso la casa di un uomo solo, che comincia a guardarla insistentemente, mentre lavora. Ana preferirebbe non tornare in casa di quell’uomo ma non ha scelta. Una sera, finito l’orario di lavoro, fa per andarsene ma trova la porta di casa chiusa a chiave…
Con questa storia diretta e senza fronzoli, «Clandestinas», cortometraggio della regista Italiana Silvia Chiogna, affronta il tema della vita quotidiana di centinaia di migliaia di clandestini europei, costretti a vivere nell’incubo di essere scoperti e rimpatriati. Un’esistenza difficile, dove alle vessazione in cui si incappa perché clandestini, si aggiunge l’impossibilità di far valere i propri diritti senza venire scoperti. «Clandestinas» ha vinto il premio come miglior cortometraggio di ConCorto, dedicato alla produzione nazionale, al Festival Arcipelago 2008. Abbiamo raggiunto Silvia Chiogna, che vive in Germania dal 2002, per parlare del film.


Perché hai sentito l’esigenza di raccontare una storia come questa?

Ho avuto la possibilità di conoscere molte ragazze clandestine che a Berlino cercano di costruirsi una vita. Aiutando loro e venendo a conoscenza della loro vita quotidiana ho capito di quanto è pazzesca una vita in clandestinità. Sono costrette a convivere con la paura tutti i giorni. Ogni volta che escono di casa potrebbero essere scoperte, ogni poliziotto per strada per loro potrebbe significare il carcere. Cose semplici, come per esempio avere una bicicletta, diventano complesse. In quanto ogni controllo da parte della polizia potrebbe farle arrestare.
Devono passare sempre inosservate e vivere come fantasmi, perché non hanno il diritto di esistere nel luogo in cui vivono. Si sentono inferiori, persone che non hanno nessun diritto e perciò sentono di non valere niente. Questo va a influenzare la loro autostima, ovviamente, e le rende persone molto fragili. Inoltre, il fatto di non avere diritti fa sì che queste persone che possano essere sfruttate in qualunque situazione.
Tutto questo mi ha spinto a fare questo film.


Su che materiali ti sei basata per costruire la storia di «Clandestinas»?

Il soggetto del film «Clandestinas» è ispirato a un fatto realmente accaduto. Vivo a Berlino e ho conosciuto una ragazza boliviana clandestina. Aiutandola a cercare un lavoro come donna delle pulizie siamo capitate in casa di un uomo solo che l’avrebbe pagata molto di più se lei “avesse fatto la carina con lui”. Ce ne siamo subito andate. Dato che io e altre persone le paghiamo l’affitto, lei non era costretta ad accettare quel lavoro. Ma se lei, come la maggior parte delle ragazze clandestine, non avesse potuto contare su questo nostro aiuto, cosa avrebbe potuto succedere in quella situazione con quel uomo? Da questa domanda è nata la storia del film.


La storia è ambientata in Germania. Quali sono le condizioni dei clandestini in questo paese?

Dato che sono una Filmmaker e non un’esperta, non conosco la situazione dei clandestini in Germania in generale. Ma conosco la situazione particolare delle persone sudamericane e vietnamite.
Le persone del Sudamerica spesso vengono in Europa a causa della povertà che affligge gran pare della popolazione nei paesi d’origine. Arrivano con un visto turistico che vale tre mesi. Dopo i tre mesi, dato che non hanno i soldi per tornare e sono comunque arrivati per restare, gli scade il visto e diventano automaticamente clandestini. Per loro c’è solamente una possibilità di diventare legali: il matrimonio. Questo vale per tutti i clandestini in Germania. Non basta un contratto di lavoro a lungo termine. La via della legalità, per i clandestini che vivono in Germania, è molto lunga e difficile.
In Vietnam, invece, c’è l’idea che in Europa di soldi ce ne sono talmente tanti che “gli raccogli per strada”. Perciò tante famiglie scelgono un membro da mandare in Europa, di modo che questa persona possa inviare soldi a casa e risolvere così tutti i problemi economici della famiglia. Dato che i trafficanti di persone chiedono 10.000 euro per portare la persona illegalmente in Europa, tutta la famiglia risparmia per anni per poter pagare questa cifra. Quando però questa persona arriva in Europa (soprattutto Germania ed Inghilterra) viene costretta a pagare altri 15.000 euro che dovrà guadagnare vendendo sigarette di contrabbando in metropolitana.

La storia raccontata nel tuo film somma una condizione di sopraffazione sociale (la condizione di clandestinità che non consente di godere dei propri diritti) a una vicenda di sopraffazione personale. Può sembrare un caso limite. O invece si tratta di storie che si verificano con frequenza tra chi vive la situazione di clandestinità?

Una vicenda di sopraffazione personale non si somma alla condizione di sopraffazione sociale, ma ne è il risultato.
Nel momento in cui una persona è clandestina e non gode di nessun diritto è molto facile ritrovarsi in una situazione in cui viene sfruttata, dato che lo stato di diritto non la protegge da queste situazioni. Nella storia del mio film, la cugina della ragazza scomparsa non può fare niente. Non può andare dalla polizia per farsi aiutare a ritrovarla e non può denunciare l’uomo. È questa la differenza con una qualsiasi altra persona che vive nella legalità.

[da Differenza n°35/2008]

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