L’apocalisse laica dei Santasangre

Giunge alla sua ultima tappa il progetto della compagnia romana Santasangre «Studi per un teatro apocalittico», trilogia di spettacoli che a partire da alcune tra le più famose distopie della letteratura ha compiuto un percorso potentemente visivo – ma che nelle prime due tappe del lavoro si basa su un’altrettanto leggibile drammaturgia – lungo le derive della modernità, tra omologazione, autoritarismo, paradisi artificiali e da ultimo anche le problematiche connesse ad un ambiente compromesso. Tuttavia, se nei precedenti spettacoli [«84.06» e «Spettacolo sintetico per la stabilità sociale»] la compagnia si rifaceva direttamente alle narrazioni di autori come Gorge Orwell e Aldous Huxley, per il loro ultimo lavoro «Sei Gradi» – che ha debuttato al Teatro Palladium per il RomaEuropa Festival, produttore dello spettacolo – i Santasangre hanno seguito una traccia autonoma, connessa al dibattito in corso sui cambiamenti climatici, dando vita a una drammaturgia per immagini che segna il punto più alto della loro ricerca sugli ologrammi e la visione e, da questo punto di vista, dell’intera trilogia.
In scena c’è un corpo femminile, che si fonde con immagini liquide ripercorrendo il ciclo della biosfera legato all’elemento acquatico. Una ritualità emozionate e misteriosa, che porta con sé elementi ancestrali e potentemente tecnologici, in un mix di linguaggi audio e video utilizzati come sintagmi omogenei di un’identica lingua, o meglio di una partitura. Non a caso il sottotitolo dello spettacolo è «Concerto per voci e musiche sintetiche», una definizione che rende chiaro l’intento della formazione romana di creare un’esperienza teatrale il più possibile simile alla fruizione di un’opera sinfonica.
«Sei gradi» nel titolo fa riferimento al documentario del National Geographic, che espone la teoria secondo cui l’aumento della temperatura sul pianeta Terra potrebbe provocare l’estinzione della vita e la desertificazione. Ma quello proposto dai Santasangri non è certo uno spettacolo a tesi, né un’esposizione ideologica della teoria ambientalista. È piuttosto la proposta di un percorso visivo e sensoriale attraverso questa moderna apocalisse – intesa, a loro dire, nell’accezione etimologia e laica di «rivelazione» – cercando di coglierne i nessi biologici fatti di ciclicità, di nascita sviluppo crescita e morte, attraverso la dimensione di un elemento centrale come quello acquatico.
Il risultato è un lavoro di grande potenza visionaria e allucinatoria che – pur tralasciando le felici intuizioni delle prime tappe della trilogia, in grado di fondere cura della visione e capacità di racconto – rappresenta una maturazione estetica e tecnica di questa compagnia dell’off romano, che la proietta ormai di diritto nel più fecondo panorama internazionale.

[da Carta n°38/2008]

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