Dio, Patria e You Tube

Da un po’ di tempo in qua l’Italia è diventata il paese delle emergenze. Forse a causa della tendenza nostrana a far incancrenire i problemi – come per i rifiuti in Campania, che in realtà è in emergenza da 15 anni – tanto che poi l’unico modo per risvegliare i nostri sonnacchiosi media, poco reattivi se non trova il modo di “gossippare” le notizie (in fondo, in una società ormai completamente spettacolarizzata, anche l’allarmismo è una forma di gossip), è quello di urlare, sbracciarsi, montare il caso, come si dice in gergo. Il rovescio della medaglia di questo criterio di “notiziabilità” è che a volte sono gli stessi media – che in realtà, vista la bulimia che caratterizza il sistema dell’informazione, hanno un disperato bisogno di notizie in grado di tenere alta l’attenzione – a dover soffiare sul fuoco per aizzare l’incendio dell’interesse in quell’ectoplasma che ci ostiniamo a chiamare “opinione pubblica”.
Bene, nel paese che vanta la capitale europea con il più alto tasso di paura da parte dei suoi cittadini, l’emergenza nel campo scolastico è stata prontamente individuata. Si chiama bullismo. Un fenomeno presente presumibilmente da sempre tra le mura scolastiche, ma che grazie alla rete e al rimpallo mediatico è uscito dagli istituti per infilarsi nelle case degli italiani non tanto come argomento di dibattito, quanto nella sua natura più scabrosa: l’immagine. Il filo che accomuna questi episodi, infatti, non è tanto che si verifichino o che vengano denunciati dalle vittime o dai professori, quanto che chi li compie li ha filmati e messi in rete, principalmente attraverso piattaforme come You Tube.

A dir la verità non tutti gli episodi balzati agli onori delle cronache hanno a che vedere esattamente con il bullismo. Accanto allo studente disabile di Torino picchiato nel bagno dai compagni, ci sono episodi più “scollacciati” come il ragazzo di Mestre che si “cala le brache” davanti alla professoressa durante l’interrogazione, il gruppo di ragazzi che a turno toccano il sedere dell’insegnante di matematica, e il presunto – e mai accertato – rapporto orale avvenuto durante un’assemblea di classe a San Benedetto del Tronto (diffuso non in rete, ma tramite videofonino).
A quanto sembra, dunque, la molla che fa scattare l’attenzione è costituita dal binomio sesso-violenza. Un binomio che nella nostra società, come in quasi tutte le società a capitalismo avanzato, pone problematiche che arrivano ben oltre le mura scolastiche .
Chi scrive, come presumibilmente la stragrande maggioranza di chi legge, ha assistito da bambino prima e da ragazzo poi a episodi spesso paragonabili a quelli riportati nell’ultimo anno sui telegiornali (almeno a quelli meno estremi). Spesso bambini e ragazzi sono (e sono sempre stati) più crudeli, nella loro ingenuità, di quanto l’idealizzazione del senso comune non pretenda. La vera novità, allora, è rappresentata dalla tendenza sempre più diffusa a riprendere questi episodi per poi condividerli su internet.
Senza scomodare le teorie di psicologi e sociologi riportate dai telegiornali, e lasciando da parte anche le suggestive teorie alla Warhol sui 15 minuti di notorietà, persino questo aspetto rappresenta un falso problema. Da che mondo è mondo le cosiddette “bravate” si compiono soprattutto per potersene poi vantare. Ed è proprio in questa dimensione, quella del racconto e della condivisione con gli altri, che diventano un momento costitutivo nella costruzione dell’immagine di sé. Il fatto che questo avvenga tramite riprese video poi diffuse in internet significa soltanto che i ragazzi interagiscono (come del resto fanno gli adulti) con le tecnologie che oggi sono alla portata di tutti.

Ciò non significa che il problema non esiste. O meglio, che non esistano “i problemi”. Il fatto che, per sentirsi protagonisti, ci si faccia vanto di episodi di derisione e sopraffazione, è una di quelle dinamiche di gruppo che tenderanno a ripresentarsi in ogni luogo e in ogni epoca. La scuola, come luogo della maturazione umana, civica e sociale, dovrebbe essere anche il luogo in cui questo tipo di atteggiamenti cambiano di segno nel momento dell’incontro con l’altro, nella percezione dell’esistenza dell’altro come essere in grado di provare gioia o dolore.
Il problema di portata generale di cui ci parlano questi singoli episodi (che, come tali, afferiscono a singoli problemi e non a una presunta deriva della gioventù contemporanea) è allora che la scuola è in difficoltà. È in difficoltà dal punto di vista economico, lo sappiamo, ma anche dal punto di vista del suo ruolo nella società (così come per altro lo è l’altra gamba del binomio cattolico – e, per estensione, nostrano – a cui è delegata la formazione dell’individuo: la famiglia).
Basta pensare alla percezione che si ha generalmente del corpo docente. Un tempo la professione di insegnate non solo era gratificante, ma aveva una connotazione e un prestigio sociale piuttosto elevati. Oggi si può dire l’esatto contrario. Ma questo non è che un tassello di un mosaico più complesso, quello di una società dove i legami sociali si affievoliscono e gli individui, minori compresi, si trasformano in monadi in balia di un eccessivo numero di stimoli.
Invocare un ritorno all’autoritarismo sia a scuola che in famiglia, come si legge in rete sui centinaia di post che spuntano a grappoli sotto notizie di questo genere, non apre certo la strada alla risoluzione della crisi che attraversa questa istituzione. Forse sarebbe il caso di chiedersi come si può aiutare la scuola a centrare quella sua vocazione di luogo di crescita non solo individuale, fatta di voti e crediti formativi, ma anche in comune, vissuta tra ragazzi e ragazzi, e tra ragazzi e adulti. Una prospettiva non traducibile in capitoli di spesa, e che per tanto è da tempo che non rientra tra le priorità del ministero.

[da Differenza n°34/2008]

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