Net rifugio

Se vi attardate per la Tokyo by night, e tra una bevuta di sakè e una cantata al karaoke avete perso il treno di mezzanotte, in giro vi diranno che c’è una valida alternativa ai costosi taxi giapponesi: andate in un Manga Kissa – le fumetterie-internet point aperte ventiquattro ore su ventiquattro – e aspettate lì, per poche centinaia di yen, la prima corsa del mattino. Quello che però non vi dicono è che, con tutta probabilità, vi troverete in compagnia di un particolare tipo di cliente: gente che passa la notte negli internet point perché non sa dove andare a dormire. Sono i cosiddetti «Net cafe refugees» [o «netto kafe nanmin», in giapponese], la nuova frontiera del precariato nel paese del sol levante. Moderni senza tetto, per lo più giovani o attorno alla quarantina, che pur avendo un lavoro non riescono a mantenersi un appartamento alle costose condizioni delle metropoli del Giappone.
La realtà dei «Net cafe refugees» è balzata agli onori delle cronache lo scorso anno, quando una ricerca del ministero della salute giapponese ha trasformato questo strano fenomeno da curiosità sociologica in vera e propria emergenza sanitaria: nel 2007 si contavano almeno 5.400 persone che stabilmente dormivano in posti del genere. Un fenomeno generato dalle dinamiche delle megalopoli ipertecnologiche, attraversate da arterie urbane a otto corsie e da chilometri e chilometri di ferrovie: le distanze da coprire diventano proibitive, così prolificano le offerte di servizi che offrono i piccoli piaceri che, normalmente, si gustano in casa propria: navigare su internet, leggere un fumetto o un libro, persino rilassarsi su un divano accarezzando un gatto. I «Net cafe refugees» si infilano nelle maglie di questo sistema “on demani” di vita quotidiana in pillole, e lo sfruttano per risolvere un problema che va ben oltre lo stress da iperlavoro e da carenze affettive: il caro affitti.

«Questa è una città ottima per vivere per strada», dice Rodion guardando un uomo che dorme sul marciapiede con accanto lo zaino. E aggiunge: «Se fossimo nel mio paese gli avrebbero levato anche le mutande». Rodion è un giovane artista russo che vive a Tokyo da cinque anni, che ci accompagna per un giro in città. Le sue osservazioni non sono peregrine: Tokyo è piena di homeless che, in qualche caso, conducono una vita piuttosto ordinata. Se vi capita di fare una passeggiata nel parco di Ueno, nella zona nord-ovest della città, dove si trovano il Museo di storia naturale e lo zoo, troverete diverse tende da campeggio, concentrate in aree delimitate, occupate per lo più da pacifici signori di mezza età. Sono gli homeless “tradizionali”, che a Tokyo possono registrarsi come tali presso le autorità e piantare le tende nelle zone dove è consentito. Per lo più parchi, o in prossimità di templi.
Molte di queste persone, che la mattina con grande dignità piegano i vestiti appena lavati senza badare ai turisti che ogni tanto si fermano a guardali, sono lavoratori finiti per strada a causa dello sgonfiarsi della “Bubble economy”, l’impressionante accelerazione finanziaria che negli anni Ottanta ha fatto schizzare lo yen alle stelle e ha fato credere che la ricchezza potesse crescere all’infinito. Invece, scoppiata la bolla, sono evaporati anche migliaia di posti di lavoro. Ma chi è finito in strada conserva il più delle volte un’integrità quasi irreale, frutto della voglia di non arrendersi. Riordinano le loro cose con cura maniacale, allineano al ciglio dei viali i carrelli portapacchi che usano per spostare gli effetti personali, imballano con cura le lattine che raccolgono in cambio di qualche spicciolo e, per difendersi dalle zanzare senza sporcare, chiudono gli zampironi in un recipiente di ottone che assicurano alla cintura dei pantaloni.
I «Net cafe refugees» sono molto diversi dai senzatetto di Ueno. Non appartengono alla cultura del posto fisso, e non finiscono per strada quando l’offerta di lavoro cala. Sono impiegati di call center telematici, commessi di negozi, svolgono insomma tutta la vasta gamma di mestieri precari riservati ai più giovani. Guadagnano, ma non abbastanza da permettersi un posto dove stare.

Popeye Media Cafe è una catena di Manga Kissa sparsi in tutto il Giappone. Quello di Osaka, davanti alla stazione degli shinkansen – i treni superveloci – ha istallato sul tetto del palazzo un’insegna a forma di cubo alta diversi metri che lo occupa per intero. Non è un caso che molti Manga Kissa si trovino vicino alle stazioni di treni e metropolitane: per chi abita in periferia e deve presentarsi la mattina alle sette in ufficio, a volte è più comodo dormire in posti come questo.
Il Popeye è probabilmente uno dei più cari: un’ora in una postazione aperta costa 420 yen (circa 2,60 euro), mentre una postazione privata costa 540 yen (circa 3,35 euro). L’offerta però è piuttosto ampia: pareti intere di scaffali con innumerevoli serie a fumetti, riviste, dvd e giochi per la playstation. Ogni postazione è attrezzata, oltre che con un computer connesso a internet, con uno schermo tv per vedere film o giocare ai videogames. Le postazioni private sono ricavate da divisori in fòrmica ma hanno il tetto scoperto, esattamente come i cubicoli da lavoro delle aziende. Possono ospitare anche due o quattro persone; la tariffa si calcola per occupante.
La filosofia di questi «net cafe» è che il cliente si deve sentire a suo agio, in modo da poter passare molte ore davanti allo schermo senza stancarsi. Così, ad esempio, dei distributori offrono bevande gratuite, acqua, the, caffè, caldi o freddi. Altri offrono cibo a prezzi molto bassi (un paio di euro per i bocconcini di pollo fritto). L’ambiente è climatizzato e molto pulito, così come lo sono i bagni, attrezzati con tutti gli accessori dei servizi casalinghi – compresi spazzolino e dentifricio – ma tutti sigillati e rigidamente monouso.
Dalle 20 in poi ci sono tariffe speciali per pacchetti di ore. Sono quelle di cui approfitta chi decide di passare qui la notte. Al Popeye 10 ore in una postazione privata costano 3.500 (poco meno di 22 euro), cioè quanto un letto in ostello, in una camerata, ovvero una sistemazione decisamente meno confortevole, senza internet, fumetti e dvd. La postazione pubblica, invece, costa appena 1.960 yen (12 euro) – ma esistono molti altri Manga Kissa, più piccoli e meno forniti, che offrono prezzi decisamente più vantaggiosi. Per chi non riesce a raggiungere i 900 euro di stipendio mensile, una manna dal cielo.

Per accedere all’internet cafe occorre avere la tessera: basta compilare un modulo, esibire un documento che nessuno controlla a fondo, e il gioco è fatto. Una volta optato per l’offerta da dieci ore, cerchiamo di capire come ambientarci in questo luogo dal design futuristico, dove scaffali e mobilia sono di plexiglass opaco e retro-illuminato. L’aria è climatizzata – come del resto in ogni esercizio commerciale del Giappone – e non è certo la cosa migliore per dormire. I gestori lo sanno, e oltre a rifornire le postazioni di ciabatte (altra abitudine giapponese) mettono a disposizione dei plaid per coprirsi. Nelle postazioni pubbliche c’è spesso qualcuno con il plaid sulle spalle che dorme reclinato sulla tastiera.
Le postazioni private non possono chiudersi realmente, ma per gli effetti personali non c’è problema: i bagagli si lasciano negli armadietti a tempo per pochi yen (ce ne sono centinaia anche in tutte le stazioni); per il portafogli e le chiavi dell’armadietto, invece, c’è la cassetta di sicurezza con la combinazione. Nella postazione che ci hanno assegnato c’è un tatami, il che consente di allungarsi sul pavimento e dormire quasi comodamente, utilizzando per la testa i cuscini zebrati in dotazione. Quasi tutti gli arredamenti, se non sono in stile «2001: Odissea nello spazio», tendono decisamente al kitsch: tappezzerie leopardate, dorate, a pelle di mucca.
Prendere sonno non è semplice, perché le luci sono sempre accese e creano un’atmosfera asettica, da laboratorio. D’altronde questi posti non sono fatti per dormire, anche se è ammesso che possa capitare. Infatti sono dotati di doccia, anche questa pulitissima e inclusa nel prezzo, verso cui la mattina c’è un esodo continuo. Ma non c’è coda: si prenota il proprio turno e si viene avvisati da un commesso, che recapita in postazione un cestino con asciugamani, sapone, shampoo e asciugacapelli. Dopo ogni utilizzo, la doccia viene ripulita da cima a fondo. Per i maniaci della forma, c’è persino un solarium a disposizione.
Tra le sette e le nove di mattino c’è un discreto traffico. Le persone indossano gli abiti accuratamente ripiegati la sera prima (ogni postazione è dotata di stampelle) e fa la fila per prendere un the al distributore. Tornare alla luce del sole è quasi uno shock. Dopo una nottata al Manga Kissa si ha la stessa sensazione di spossatezza di quando ci si addormenta davanti alla tivù con le cuffie in testa. Solo che fuori c’è una metropoli appena sveglia.

[da Carta n°37/2008]

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