Gli spazi dell’arte. Una Riflessione su Bestiario festival

L’ex Mattatoio di Testaccio, a Roma, è un luogo potentemente suggestivo, a metà tra il passato e la modernità. Una struttura enorme, in parte recuperata e in parte in abbandono, che ospita contemporaneamente musei, università, magazzini, stalle e centri sociali (fino a qualche tempo fa anche un campo rom). Realtà che abitano con formule diversissime i suoi grandi moduli in muratura, punteggiati di colonne e strutture di metallo, binari aerei e ganci, strumenti per lo smistamento delle bestie da macellare e per avviare le carcasse già tagliate. Strumenti che appartengono a un passato che ancora osserva, con lo sguardo severo del toro di pietra che campeggia sull’ingresso del campo boario, questo quartiere di Roma che anch’esso si dibatte, come un’anguilla impazzita, tra un’anima autenticamente popolare che ha sempre meno ossigeno e la progressiva “gentrification” dell’area, ad opera di locali e professionisti alla moda (architetti, attori, giornalisti su tutti) che stanno pian piano subentrando nel quartiere.

È qui che, dal 23 al 26 settembre, si è svolta la prima edizione di «Bestiario», manifestazione ideata e diretta da Keramik Papier. Un festival che già dal nome, di eco cortazariana, dichiara in modo esplicito di non voler utilizzare lo spazio del Mattatoio come cornice per una manifestazione, ma di volerlo abitare, permeare, farsene invadere e influenzare a sua volta; in una parola, farlo vivere. E così il catalogo di “bestie rare e fantastiche” – così venivano definiti i bestiari medievali, altra immagine potentemente sospesa tra antico e moderno – prende vita in questo ultimo scorcio di un settembre insolitamente freddo, invitando le “bestie” del teatro contemporaneo ad abitare a loro volta lo spazio. La formula del festival, infatti, è un collage di interventi “site specific”, con una forte componente legata al suono: sono diversi gli interventi in forma concerto, e a fine spettacoli un dj set chiude le serate.

E difatti, calpestando i sampietrini dei viali del Mattatoio, spostandosi da un’entrata all’altra del padiglione occupato dal festival, si aveva quasi l’impressione di curiosare tra le tende di un circo, in cerca di meraviglie. Con questo spirito si materializzava lo sfondo dorato dei Dewey Dell, da cui si staccava un’ombra danzante, sospesa tra forme e suoni violentemente contemporanei e un’atmosfera da corte di antichi faraoni. O si veniva avvinti dalla tromba d’aria luminosa di Cosmesi, fatta di palloncini azzurri. O ancora si restava a guardare le evoluzioni luminose della performance del gruppo russo Portablepalace.
Molti dei lavori non sono stati pensati per il festival, ma adattati comunque allo spazio. In alcuni casi con risultati sorprendenti, come per il lavoro di Gruppo Nanou, «Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto», uno spettacolo compiuto che, distribuito nella vasta profondità del padiglione, si snodava lungo più piani di visione, ravvicinata, media, lontana, ridisegnando parte della coreografia per adattarla all’ambiente, pieno di colonne, che sono divenute parte integrante della geografia compiuta dai passi zoomorfi dei due performer.
«Fortezza» di MK, lavoro di grande impatto che gioca con i codici della boxe, trapiantato dalle vasche di cemento di Isola del Liri (dove ha debuttato) alle pareti di marmo del mattatoio, cambiava nettamente di segno senza perdere la sua bellezza: se lì l’immaginazione si perdeva lungo immagini di palestre abusive nelle periferie parigine, qui il movimento sincopato dei corpi sembrava riempirsi delle eco della Roma delle palestre popolari di pugilato, e delle storie di atleti legati al quartiere di provenienza, come i fratelli Proietti di Testaccio, Alvaro Nuvoloni di Garbatella, o lo sfortunato Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo, uno dei 75 ebrei trucidati nelle fosse ardeatine, che durante il fascismo non poté vincere il titolo nazionale a causa delle leggi razziali.
Meno legati specificatamente allo spazio, ma impreziositi dall’ambientazione non convenzionale, le «Tensioni» di Giano e il corpo sottile e quasi disperso nell’ampiezza del padiglione della «Donna mancina» di Manuela Giovagnetti, come anche il concerto di Julia Kent e Barbara de Dominicis o il video sonorizzato di Zimmerfrei. Mentre il live sonoro dei Pathosformel, che riprende la parte musicale del loro ultimo lavoro «La più piccola distanza», eseguito nella penombra e sullo sfondo di un marmo slavato dalle luci di computer e strumenti, recuperava la dimensione onirica dello spettacolo.

Freddo e novità della manifestazione non sono un buon motivo per starsene a casa, e così la presenza del pubblico sancisce la riuscita di Bestiario, che per essere alla sua prima edizione trova un riscontro prezioso. Ci si può chiedere – come si è sentito fare tra il pubblico in attesa di entrare nelle sale – se tra la crisi dei festival storici e il progressivo prosciugamento delle risorse destinate alla cultura annunciato dalle amministrazioni di destra nazionale e locale, dare vita a un nuovo festival sia la risposta più adatta alla progressiva erosione di spazi per il teatro contemporaneo. Una critica che allo stesso tempo centra una crisi reale e un falso problema. Le manifestazioni culturali sono strette in una morsa contraddittoria: intercettano denaro solo quando assumono la forma dell’“evento”, ma sono anche uno dei canali principali tramite cui circolano risorse. Un ripensamento è certamente necessario (e questa estate è stato tentato da Altre Velocità e molti altri nell’ambito della crisi di Santarcangelo), ma il successo di pubblico di manifestazioni come Bella Ciao o Short Theatre – successo che si verifica contestualmente alla progressiva erosione di risorse e spazi a disposizione di questi festival – testimonia che la sensibilità politica (variabile fondamentale di questo meccanismo) non solo non va nella direzione di garantire una stabilità di lavoro che permetta di sperimentare formule e soluzioni, ma si sta sempre più scollando dalla sensibilità dei cittadini e degli artisti.
Nel suo libro «Dancing in the street» Barbara Ehrenreich ci ricorda che, storicamente, le persone si radunano soprattutto per vivere l’esperienza dell’estasi collettiva, della felicità che sola si prova stando in gruppo. Questa dinamica, così vera e centrale per un’arte come il teatro, si annulla nelle formule dei teatri d’abbonamento. La presenza di Bestiario al Mattatoio, come quella di Short Theatre al teatro India o di Bella Ciao alle Officine Marconi, ci dice allora che esiste un modo diverso di vivere quegli spazi e, contestualmente, di far vivere il teatro. Un modo per tradurre il consumo di eventi culturali in pratiche di vivere urbano, e per trasformare i teatri (e non solo) da luoghi dove ci si reca per consumare un’offerta culturale per poi fuggire via, in spazi vissuti orizzontalmente tanto dagli artisti quanto dal pubblico. In una parola, in luoghi abitati – luoghi, cioè, che respirano la presenza di chi li vive e che a loro volta influenzano quelle esistenze.
Questo ripensamento dei luoghi e delle formule di partecipazione all’evento artistico costituiscono un tassello importante verso un’idea di città che è lontana anni luce da quella che vede lo spazio urbano esclusivamente come luogo del transito dei flussi del lavoro e del consumo, una città che guarda con sospetto chi la vive al di là di questi flussi vertiginosi, la cui unica preoccupazione è arginare le inevitabili fuoriuscite con la sorveglianza elettronica e poliziesca, o con ordinanze dal sapore medievale come quella antibivacco.

[da Differenza n°32/2008]

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