La solitudine dei numeri

«Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri, e alla compassione nei confronti della sofferenza umana abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili». Con questa frase illuminante Federico Caffè, economista scomparso nel nulla una mattina dell’aprile 1987, dipingeva la spirale in cui si stava cacciando l’occidente ammalato di speculazione finanziaria e indebitamento progressivo. Un drago di cartapesta la cui fragilità è balzata in questi giorni agli onori delle cronache, grazie ai crack di banche e imprese assicurative, i cui effetti si ripercuotono sulle borse di mezzo mondo, mandando in fumo milioni di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Cicloni finanziari ampiamente annunciati, a sentire il parere di molti esperti – anche se finché il ciclone non scarica tutta la sua forza non fa notizia, e nel frattempo si preferisce non guardare e accusare di lesa maestà chi ancora si affanna a chiedere maggiori regolamentazioni del mercato. Ma anche senza avvalersi del parare degli esperi, i segnali sono visibili già da tempo. La crisi c’è, è sotto gli occhi di tutti, ma è soprattutto una crisi culturale. Quella della cultura che promosse il modello del welfare state, che credeva in una razionalizzazione dell’economia in grado di rispondere anche alle esigenze dei più deboli (tra i suoi sostenitori lo stesso Caffè). O quella della sinistra, ormai montata sul carro di un liberismo pigramente critico, che pretende di misurare tutto in termini di crescita e che pensa che all’aumento del Pil corrisponda anche l’aumento della felicità.

Invece dietro ai numeri, spesso, si nasconde la solitudine. Come quella di una mamma milanese, che ha portato suo figlio, un bimbo autistico di quattro anni, ad un raduno organizzato dalla Disney in un Carrefour di Assago. I bambini facevano la fila per farsi fotografare assieme alla macchina protagonista del film «Cars». Il suo è stato insultato più volte, perché faceva perdere tempo e non parlava. La vicenda, avvenuta solo qualche giorno fa, è balzata agli onori della cronaca solo grazie al tam tam dei blog e a you tube. Pronta, a quel punto, l’offerta di risarcimento di carrefour. Risarcimento che la mamma milanese ha rifiutato, chiedendo piuttosto un impegno dell’azienda a sostegno della ricerca.

You tube è anche il mezzo scelto dallo studente tedesco Sebastian Bosse per diffondere il suo “testamento”, prima di mettere in pratica un gesto estremo: suicidarsi dopo aver compiuto una strage di studenti nella scuola dove ha “sofferto”. Il testo del video amatoriale, assieme alla riscrittura che ne ha fatto l’autore norvegese Lars Norén, sono alla base di «Tra un’ora e 12 minuti», spettacolo di Induma Teatro diretto da Werner Waas.
Sulla scena troviamo Lea Barletti, con indosso una bombetta e un velo bianco che le copre la faccia con due buchi all’altezza degli occhi. A questa figura astratta e senza volto è affidato il complicato monologo che snocciola le banalità nichiliste di un adolescente ferito. Eppure ad ogni affondo qualcosa si stacca dalla rabbia giovanile di Sebastian e va a disegnare un panorama inquietante, che poco ha a che vedere con il delirio paranoide e molto con la nostra quotidianità: la lotta costante per sentirsi “inseriti” in un mondo fatto solo di apparenza, che emargina chi non si veste con abiti firmati; l’ansia di trovare un posto nel grande mosaico del consumo di massa, alimentato da un mondo del lavoro in cui si annaspa come in un mare in tempesta, con la speranza di arrivare vivi a una pensione sempre più lontana, da godersi per pochi anni, ormai sconfitti nella volontà e nel corpo. Il tutto in un tessuto sociale, quello della scuola, tanto più crudele quanto meno i suoi protagonisti – giovani figli di occidentali – hanno sperimentato il dolore e la privazione.
Nella caotica e dolorante visione di Sebastian, anarchia e nazismo collidono in nichilismo senza appello, che ha come unico obiettivo la presunta normalità dello stile di vita occidentale. La religione del consumo in cui tutte le idee si annullano, l’uniformità imposta con il buonismo e il politicamente corretto. Un’uniformità costruita sulla “bugia che sta alla base del mondo”, che si può riassumere nella dissociazione semantica che subisce il termine “benessere” accostato ai termini “società” ed “economia”.
Lia Barletti snocciola parole e immagini in un monologo dove la recitazione è assente, camminando avanti e indietro in una sorta di passerella da avanspettacolo, circondata dal pubblico da ambo i lati. Una scelta forse non estetica, ma potentemente espressiva, che proietta le parole “nude” in una dimensione in cui allo spettatore non è chiesta “adesione”, ma comprensione del contesto.
Scrive Waas: «L’ingiustizia disumana [del capitalismo] è la causa del mio sentirmi vicino a questo folle. È straziante il suo essere puro oggetto, anche da morto». Straziante come il finale reale della storia, che vede Sebastian ferire 37 persone ma riuscire ad uccidere solo sé stesso, e la sua morte generare l’ennesima vuota polemica che ha il solo scopo di distogliere l’attenzione dal problema: nel 2007, un anno dopo la sua morte, la Germania lancia una crociata contro i videogiochi di guerra, di cui Sebastian era appassionato, additati come causa principale del suo gesto omicida.

La solitudine, e l’autismo dei sentimenti in cui il progressivo deterioramento dei rapporti sociali ci sta confinando, è uno dei temi portante anche di un altro spettacolo presente a Short Theatre: «Made in Italy» di Babilonia Teatri. Una specie di blob teatrale in cui i vizi dell’italianità nella declinazione nordestina vengono mitragliati in faccia allo spettatore da Valeria Raimondi ed Enrico Castellani. Ma se si gratta al di là delle scene di razzismo quotidiano, oltre le la corazza di imprecazioni e di sproloquio fascistoide, capace di aprirsi all’entusiasmo solo per i gol della nazionale e di commuoversi sulle note di «Vincerò» che invadono un’affettata (quanto retorica) radiocronaca dell’estremo saluto a Luciano Pavarotti, troviamo un’incapacità di fondo di pensare il contatto con l’altro. L’incapacità di pensare l’altro come essere umano e non come un oggetto: oggetto sessuale, oggetto di sfogo, oggetto di piacere. Quest’italianità ributtante, che nel linguaggio grottesco di Babilonia Teatri irrompe sulla scena con irresistibile e liberatoria comicità, si richiama forse nelle forme al fascismo nostrano, e in diversi casi ne riproduce gli effetti. Ma il suo motore interno, assai più che politico, è un insopportabile vuoto che urla a gran voce per essere riempito. In mancanza d’altro, di fronte alla coppa del mondo alzata da capitan Cannavaro.

Non si può ascrivere alla crisi economica le storie di solitudine collettiva o drammaticamente individuale oggetto della critica di Werner Waas e di Babilonia Teatri. Eppure la crisi culturale che sta sotto di essa, che la provoca e da cui scaturisce, è certamente connessa con quelle.
«Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio», scriveva Caffè in risposta al riflusso neoliberista degli anni Ottanta. Oggi, che l’uomo è quasi definitivamente fuori dalla questa sua creazione, e difficilmente la controlla, non può sfuggire come la componente dis-umana (nel senso etimologico di “contrario all’umano”) dei mondi che generano quelle solitudini entri pericolosamente in risonanza con una concezione del mercato che estromette l’uomo dal suo centro, e lo tratta come una variabile numerica. Se non si tratta di un rapporto di causa-effetto, è di certo di una consonanza preoccupante.

[da Differenza n°31/2008]

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