Il centro e il margine. Storia dell’anarchico Serantini

Il 7 maggio del 1972 Franco Serantini, anarchico, muore a Pisa nel pronto soccorso del carcere cittadino. Due giorni prima aveva partecipato a un presidio di Lotta Continua, indetto contro il comizio di un deputato missino. Durante le cariche della polizia, Serantini viene circondato e pestato a sangue da un gruppo di celerini. Trasportato in carcere, lamenta un malessere generale che le guardie carcerarie e il medico non giudicano serio: dopo due giorni di agonia, entra in coma e muore.
La vicenda di Serantini, oggi poco ricordata, può sembrare una delle tante che hanno costellato la difficile stagione degli anni settanta. Questo è forse vero per la sua morte, ma non per la sua vicenda umana che a quella morte lo ha condotto. Abbandonato in un brefotrofio di Cagliari, vi resta fino all’età di due anni, quando viene adottato da una coppia senza figli. Alla morte della madre adottiva viene affidato ai “nonni materni”, in Sicilia, fino ai nove anni, e poi affidato a un centro di assistenza di Cagliari. Nel 1968 viene trasferito all’Istituto di osservazione per minori di Firenze e poi al riformatorio di Pisa, dove vive in regime di semilibertà pur non avendo compiuto alcun crimine.
A Pisa Franco Serantini comincia a frequentare le federazioni giovanili socialista e comunista, passando poi per Lotta Continua e approdando ai circoli anarchici. Per la prima volta nella sua vita, Franco entra a far parte di una rete di persone, ne condivide le passioni e le battaglie. Per la prima volta, attraverso la militanza politica, il giovane anarchico ha qualcosa di simile a una famiglia e degli amici.

Emiliano Valente, giovane attore e autore teatrale, ha incontrato la figura di Franco Serantini tramite il libro che gli dedicò Corrado Stajano nel 1975, «Il Sovversivo». Impegnato nella stesura di un racconto per quadri della storia contemporanea d’Italia, ha individuato nella vicenda personale di Serentini la chiave per parlare degli anni Settanta, aggirando schemi e riflessioni di carattere sociologico. «La storia di Franco, che avevo letto diversi anni fa – racconta Valente – è la storia di una persona totalmente emarginata, abbandonata da ogni istituzione e rete sociale in modo così totale e reiterato che ha quasi dell’incredibile. La sua è un’esistenza ai margini delle vicende storiche di quegli anni, che pure lui ha attraversato e che hanno determinato il corso e la fine della sua esistenza. Insomma, un punto di vista laterale per guardare gli anni Settata fuori dagli anni Settanta, osservarne la logica e le dinamiche da un punto di vista insolito».
«Nessuno», il quadro dedicato a Serantini, è stato di recente presentato a Roma, al Teatro Lo Spazio, nell’ambito del concorso per teatro di narrazione Attori sul comò. Classificatosi al secondo posto, lo spettacolo è stato segnalato dalla giuria per il tentativo di uscire dagli schemi abituali del teatro di narrazione, e per il progetto drammaturgico in cui si inserisce. «Tempo» – questo il nome del progetto – si sviluppa lungo quattro quadri che, a intervalli di venti anni, raccontano l’Italia di un punto di vista laterale, marginale rispetto alla storia con la “esse” maiuscola, come nel caso della morte dell’anarchico Serrantini, che ne costituisce il secondo quadro.
«Il primo – racconta Valente – è un collage di ricordi di miei parenti, nonni e zii, emigrati dalla Calabria in Inghilterra e in Belgio. Storie che se viste dall’interno, fuori dal momento storico in cui sono collocate, colpiscono per la loro attualità. Quei racconti potrebbero essere fatti oggi, così come sono, da un migrante rumeno. Il senso del progetto “Tempo” è proprio questo: guardare la storia d’Italia da un’angolazione insolita, marginale, per portarne alla luce aspetti meno evidenti, nascosti. E mostrare come la Storia con la esse maiuscola si inserisca nelle dinamiche delle singole esistenze, e come, in questa dimensione minore, drammaticamente si ripete nel corso delle epoche».

Nei due quadri finali questa prospettiva, pur restando, centrale, non si sviluppa attraverso storie marginali. «Il terzo quadro racconta della scomparsa dell’agenda del giudice Paolo Borsellino. La sua morte e quella di Falcone sono state l’evento cardine degli anni Novanta. Ma seguendo la storia laterale della scomparsa dell’agenda, anche questo evento viene guardato attraverso una delle dinamiche che hanno caratterizzato quasi l’intera storia della repubblica italiana: le collusioni del potere e i servizi segreti deviati».
Il quarto quadro è ancora in fase embrionale, e riguarderà la stringente attualità. «Sto lavorando sulle formule linguistiche televisive, quelle dei telegiornali, ad esempio – spiega Valente –. Quelle formule che hanno fatto sì che il dibattito politico in Italia si trasformasse in un grottesco gramelot senza senso, trasformando la parola in un esercizio retorico che non veicola più significato. Non so ancora se all’interno di questo lavoro inserirò una storia, come per gli altri tre, oppure no. Qualunque sia la strada che imboccherà il lavoro, il fulcro di questo quadro sarà rispondere ad un interrogativo: Che effetto fa questa rutilante giostra mediatica sulla gente che è fuori dal dibattito politico e televisivo, che non può controllarlo e lo subisce solamente?».

[da Differenza n°30/2008]

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