Zio Ciano e il cuntu. Intervista a Alessio Di Modica

Il nuovo spettacolo di Alessio Di Modica prosegue il lavoro iniziato con «La miglior vendetta è il successo» e sostiene un’iniziativa benefica in collaborazione con Mani Tese. Al centro del nuovo lavoro teatrale, «Zio Ciano Dream», c’è ancora la città siciliana di Augusta, ma questa volta al posto dei veleni del petrolchimico ci sono le voci dei pescatori che raccontano come, e perché, si sia persa la memoria di un mestiere antico come il mondo.

Per costruire lo spettacolo hai portano avanti una ricerca sui pescatori di Augusta?

Sì. Ho lavorato per tre anni – tra il 2005 e il 2007 – intervistando molte persone. Ma più che interviste erano incontri: spesso sono andato con loro a pescare, a qualsiasi ora. E devo dire che è molto faticoso: la barca, il mare, il sole che picchiava. Io mi alleno, faccio trainig, ma anche solo partecipare da osservatore al lavore della pesca è stato molto faticoso. Anche quando si andava amotore, mentre la pesca artigianale spesso veniva fatta a remi. Molti di loro arrivavano a remi fino in Calabria.
Quello che è emerso è che esisteva un vero e proprio tessuto sociale che era legato a questo mestiere, ai suoi ritmi, al ritmo del mare. Gente che partiva anche per tre mesi, come i “cunzari” – i pescatori più esperti, che pescavano con il “cunzo”, arrivando a stare fuori per tre mesi, raggiungendo le coste della Calabria. I “cunzari” sono solo una delle categorie di pescatori: ci sono anche i “sardari”, ad esempio, che pescavano le sarde, mentre i “cunzari” pescavano anche merluzzi e saraghi.
I “sardari”, come molti altri pescatori, pescavano nel golfo di Augusta, che era uno dei golfi più pescosi dell’a Sicilia. La flotta di Augusta era più grande di quella di Siracusa, perché non esistevano tonnare e tutta la pesca era affidata a piccole imbarcazioni. Tutto aveva una dimensione artigianale.


Perché hai sentito l’esigenza di raccontare questa storia?

Ho cominciato a interessarmici durante la preparazione dello spettacolo precedente, “La miglior vendetta è il successo”, che racconta di Augusta e degli effetti del petrolchimico sulla nostra città.
In entrambi gli spettacoli mi interessava raccontare dell’effetto che lo sviluppo industriale ha avuto sulla nostra città. Lavorando sulla pesca artigianale ho scoperto che questa è una dinamica che si è verificata anche in Giappone, ad esempio. Ovunque nel mondo una certa idea di progresso non ha risparmiato i mestieri come quello della pesca artigianale, legati ai ritmi della natura e rispettosi di essa. Anche per questo “Zio Ciano Dream” è in connessione con un progetto di Mani Tese, che intende sostenere la pesca artigianale in Guinea Bissau: parte dei proventi dello spettacolo andranno a sostegno del progetto.

In concreto, cosa è cambiato dopo il processo di industralizzazione della zona?

Prima dell’industrializzazione ad Augusta c’erano almeno 64 barche solo di sardari. A queste si aggiungevano altre 34 di cunzari, altre 20 di nassaroli, e così via. C’erano almeno 150 barche attive, e ognuna di queste aveva un equipaggio che andava dai 2 ai 6 pescatori. Se aggiungi tutto l’indotto di trasporto nei paesini dell’entroterra, vendita e lavorazione che c’era attorno alla pesca, ci si rende conto immediatamente della portata che questa attività aveva sul territorio: coinvolgeva probabilmente almeno 2000 persone in una cittadina che allora contava non più di 10mila abitanti.
Oggi tutto questo non esiste più. Resta solo qualche sparuto pescatore che continua pescare per sé, non più per mestiere. Con l’avvento della pesca di paranza e dell’industrailizzazione quasi tutti hanno smesso: c’è chi è andato a lavorare in Puglia, chi ha smesso proprio di pescare ed è diventato operaio, chi è partito per il Sud America per continuare la propria attività. Alcuni di questi si sono arricchiti: c’è un italo-venezuelano il cui nonno era augustano che oggi commercia in pesce surgelato a livello mondiale, con la sua ditta che si chiama “El Pescado”.

La scomparsa della pesca va di pari passo a un’emergenza ambientale?

Sì, quella che investe il Golfo di Augusta. L’avvelenamento da mercurio ha prodotto molti disastri, per citarne uno: la malformazione dei pesci. Ne nascono con le pinne solo da un lato, con la spina dorsale a doppia w. La commercializzazione di questi pesci è ovviamente vietata, ma si trova il modo di infilarli comunque tra il pesce venduto. Un tempo, invece, il Golfo era famoso per la ricchezza della sua flora, che produceva un pesce buonissimo.
Ma anche la costruzione delle raffinerie e dei pontili ha compromesso l’ambiente in cui vivevano i pesci. E di conseguenza i pescatori, che abbi fa erano i padroni incontrastati del golfo, hanno visto ridursi i loro spazi fino ad arrivare ai limiti di pesca. Poi oggi le grandi paranze, che intercettano i pesci a largo, hanno quasi fatto scomparire i pesci, che non riescono più a raggiungere il golfo e le sue insenature per riprodursi.


Esiste una memoria di questo mestiere?

No, c’è uno scollamento completo tra la popolazione di oggi e le sue radici. Tanto che quando incontravo i pescatori chiedendo loro di parlarmi di come era un tempo la pesca, loro spesso alzavano le spalle e dicevano “E che ti devo raccontare?”, come se quella esperienza non avesse più alcun valore. “Ti devo raccontare di quando andavamo a remi in Calabria”, mi dicevano, come se fosse una cosa qualunque, mentre per noi oggi sarebbe una cosa assurda.
L’avvento dell’industria e della sua mentalità ha modificato anche il rapporto con la memoria. Chi investe qui, le multinazionali del petrolio, magari finanziano un certo tipo di cultura (o pseudo-cultura) o un campo di calcetto, ma sono tutte cose che piovono dall’alto, e portano i ragazzi di qui ad interessarsi di altro. È una logica che promuove a ogni livello lo scollamento tra la popolazione e le proprie radici. Questo va di pari passo al modificarsi dei ritmi di vita. E così ci sono intere generazioni che non hanno la minima idea di cosa significasse prima la pesca e di come vivevano i loro nonni. Tant’è vero che lo spettacolo si chiama «Zio Ciano Dream» perché il Ciano che arriva sul golfo comincia a credere che il golfo pescoso, ricco, che odorava di mare, fosse soltanto un sogno.
Quando mi chiedono se questo è uno spettacolo di denuncia, io rispondo di no. Per me è uno spettacolo di riscatto. Il riscatto culturale di un territorio e della sua storia, che è stata volutamente soppressa da parte di chi ha interesse a che esista solo un certo tipo di sviluppo.


Tutto questo come si traduce nel tuo spettacolo?

Con lo spettacolo cerchiamo di far capire da dove veniamo, il fatto che siamo figli di un duro lavoro che ci ha portato ad essere quello che siamo. Questo, per noi, significa lavorare davvero per la legalità: perché se non ci ricordiamo che è il lavoro – un lavoro che era in armonia col territorio – che ha creato quello che abbiamo, allora poi diventa tutto lecito. Oggi, ad esempio, si parla con leggerezza di passare al nucleare. Per chi come noi ha già vissuto un radicale cambiamento ambientale e sociale a causa dell’industrializzazione sembra proprio un paradosso.


Parliamo di «Zio Ciano Dream». Il tuo lavoro non è propriamente teatro di narrazione.

No. La narrazione in un certo periodo è stata la salvezza del teatro italiano, perché costava poco e portava l’attenzione su tematiche sociali. Oggi però si sta un po’ atrofizzando su formule conosciute e perde di incisività. Per questo noi abbiamo sentito l’esigenza di mischiare le carte e sperimentare stili diversi. Il «cuntu» della tradizione siciliana tiene un po’ il filo della storia, ma poi c’è molto teatro-canzone, un filone musicale dello spettacolo eseguito dal vivo da un quartetto di musicisti che fanno una singolare mistura di jazz e musica gitana. C’è un approccio da nuovo clown, che non ha a che vedere con la clownerie vera e propria, ma più con un certo modo di coinvolgere il pubblico nello spettacolo. E infine c’è persino il teatro di figura, ovvero dei pupazzi giganti realizzati con materiali di riciclo. Perché uno dei messaggi che lanciamo con lo spettacolo, visto che oggi si parla tanto di spazzatura, è che noi con i materiali di scarto ci costruiamo i nostri spettacoli.


Questa mistura di linguaggi e generi ricordano un po’ una festa popolare. È così?

Assolutamente sì. È quello che cerchiamo di ricreare. Anche perché noi teniamo molto al rapporto col pubblico. Rispetto al pubblico, noi ci teniamo molto che partecipi allo spettacolo, che rifletta, ma che si diverta anche. È importante che queste tre cose non siano scollegate l’una dall’altra.

Quale è stata la storia che ti ha colpito di più tra quelle che hai ascoltato durante la tua ricerca?

Una storia che alla fine non è rientrata nello spettacolo, ma che secondo me racchiude in sé il senso di questo tipo di pesca e del mondo che c’era dietro. Me la raccontata “u zio Mimmu”, detto “o iattareddu”, il gattino. I sardari un tempo stendevano le reti davanti a un terreno della baia, che apparteneva a un barone, il barone Ravaggi. Il figlio del barone passava per il terreno facendo il gradasso, e questo facendo infuriare i sardari. Questi gli intimarono di non passare più e lui, per tutta risposta, disse che il terreno era suo e che anzi avrebbe fatto loro causa affinché non potessero più stendere le reti davanti alle sue proprietà. I sardari risposero al figlio del barone: “Noi abbiamo un terreno che non secca mai”. La causa cominciò, e i sardari decisero di impiegare una parte dei guadagni che tutti loro facevano con la pesca per mandare avanti la causa. Passò del tempo, e alla fine fu il barone a decidere di lasciar perdere. Da questa storia nasce il detto locale, che si usa ancora, “Mettiti contro tutti, ma non metterti contro i sardari”.
È una storia che ci racconta come anche degli umili pescatori, mettendosi insieme, riuscirono a farla franca contro un barone. È una storia di solidarietà e di unione.
Ma c’è stato un altro incontro molto importante, quello con lo “Zio Mico”, che è la persona che mi ha spiegato i dettagli tecnici della pesca. Gli avevo dato appuntamento alle quattro del pomeriggio per l’intervista, lo trovo che stava arrostendo un sarago. Lui mi vede e mi fa: “Oggi non parliamo; oggi ti siedi e ti mangi questo sarago”. Mentre lo mangiavo, mi chiedeva se sentivo il sapore particolare. Lo aveva preso da una persona di fiducia che pescava i saraghi a largo. Perché nel golfo la pesca dei saraghi è scomparsa, a causa della costruzione dei pontili.

[da Carta n°31/2008]

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