L’isola dei rifiuti. Il Crusoe contemporaneo di CapoTrave

Cosa sarebbe accaduto se Robinson Crusoe avesse fatto naufragio su un’isola fatta di sacchetti di plastica, spazzatura, rifiuti, anziché approdare nella natura incontaminata descritta da Defoe? È la visione inquietante e significativa che ci propone «Robinsonade», la nuova produzione della compagnia CapoTrave, presentata questa estate al festival di Castiglioncello e a Sansepolcro nell’ambito di Kilowatt. Scritto e ideato da Lucia Franchi e Luca Ricci, che ne cura anche la regia, «Robinsonade» ci mette davanti un altrove letterario tra i più famosi tramutato dalla mano dell’uomo in un ammasso di rifiuti. Il rapporto con la natura e l’ambiente è mutato di segno, ma resta ostile: prima una natura selvaggia da domare, ora un ambiente compromesso in cui a stento si trovado gli elementi per sopravvivere – l’acqua, che Robinson [Pietro Naglieri] beve da involucri di plastica sigillati, e il cibo, mele che cadono dal cielo e vanno a mischiarsi al mare di plastica e gommapiuma.
Il pubblico è invitato a disporsi in cerchio attorno all’isola, una struttura circolare fatta interamente di sacchetti di plastica, dentro la quale si muovono un Robinson guardingo e taciturno e un Venerdì [Simone Faloppa] isterico e logorroico, abitante di lunga data dell’isola, che ricorda a Crusoe le concause che hanno spinto prima lui, sporco e trasandato parassita sociale, e ora Robinson, bianco rappresentate della media borghesia dei consumi, fuori dalla società, alla deriva, nel mare di spazzatura creata dalla dall’opulenza cieca dell’occidente, unico orizzonte praticabile del mondo. Rifiuti umani tra i rifiuti di plastica. La formula magica della società dell’esclusione.
Nel monologo di Venerdì ogni tassello del nostro modo di vivere “socialmente accettabile” mostra violentemente la sua scoria: le merci producono rifiuti materiali; la cittadinanza produce i “rifiuti umani” stoccati nei Cpt; la ricchezza produce l’accattonaggio, ostracizzato in maniera bipartisan [dalla destra romana, che vieta il “rovistaggio” e il “bivacco”, alla sinistra fiorentina che dà la caccia ai lavavetri].
Non basta presidiare i margini di un benessere che, come un pugno di sabbia, ci scappa tanto più lo stringiamo. Non basta ricacciare i barbari nelle loro isole di spazzatura. Le regole della contemporaneità ci impongono una rimozione che sia totale, ammantando l’esclusione di termini come “decoro urbano” e invocando i diritti dei minori per sostenere la schedatura di un intero popolo, come nel caso dei rom. Ma anche la rimozione lascia le sue scorie, e così l’isola che si illumina di colpo, trasformando i sacchi di rifiuti nelle luci calde e avvolgenti di un varietà (o forse, trattandosi di un isola, di un reality show), ci ricorda come quei rifiuti non solo continuino ad esistere, ma stanno avvelenando, oltre all’ambiente in cui viviamo, anche le nostre menti.
Impreziosito dall’interpretazione energica di Faloppa e dal Robinson grottesco di Naglieri, lo spettacolo – che forse sottolinea persino troppo quello che riesce bene a dire con immagini e atmosfere – è ancora in fase di lavorazione. Sarà in giro all’inizio nella prossima stagione.

[da Carta 31/2008]

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