Tour de Bois. Intervista ad Andrea Satta

Nel mese di luglio Andrea Satta, il cantante dei Têtes des Bois, ha lasciato a casa il microfono per vestire i panni del giornalista sportivo. Fedele allo spirito di Avanti Pop, che ha animato le ultime imprese del gruppo, è salito sul pulmino con una carovana di amici ed è andato a seguire il Tour de France come inviato del manifesto. «L’idea è venuta a Gianni Mura – racconta Andrea – Con lui stavamo pensando di scrivere un disco sulle biciclette. Gianni al Tour de France ci va dal 1967, mentre io non c’ero mai stato prima. Come si fa recuperare tutta quella esperienza? Parti e vai al Tour, mi ha detto lui, fai quello che sai fare: sai scrivere, e allora scrivi. Così, d’accordo col manifesto, abbiamo cominciato questa avventura, un po’ giornalismo, un po’ narrazione, e un po’ viaggio, come nello spirito di Avanti Pop».
Con Andrea sono partiti un eterogeneo gruppo di persone, una giornalista musicale, Timisoara Pintor; una ricercatrice di storia, Elisabetta Malantrucco; una pittrice, Marta Dal Prato; un analista ambientale, Gianni Abruzzese; e Lucio Esposito, fotografo, regista e cameraman. Insomma, una composizione che promette un eclettismo di pensieri e linguaggio, in stile Têtes de Bois. «Volevo che ognuno di noi potesse respirare quello che avviene al tour, lasciarlo sedimentare e vedere che succede», spiega Andrea.

Cosa ti ha colpito maggiormente del Tour?

Il tour de France è una macchina gigantesca. 5.200 persone si spostano ogni giorno da un paese all’altro. spessa vanno in paesi che per popolazione sono più piccoli della gente che ospitano. Sono cioè ben al di sotto dei cinquemila abitanti. Ci sono decine e decine di tir.
Tu in televisione vedi il ciclista, la sua bici, il numero che ha dietro, gli alberi che scorrono via mentre pedala. E ti sembra di stare a guardare un sogno dal buco della serratura. Ma tutt’attorno, nei 359 gradi che restano fuori dallo sguardo, c’è una macchina da Apocalyps Now. Il Tour è anche questo. È una carovana pubblicitaria lunga chilometri, che sforna e vende gadget di tutti tipi alla gente che è lì in attesa. Ma allo stesso tempo c’è una fede straordinaria, una passione autentica, la voglia di viverla con la famiglia, con gli amici, facendo pic nic. Ho visto coppie di anziani e di ragazzi stare fermi su una curva alle undici di mattina a guardare là dove più tardi, verso le cinque del pomeriggio, passerà il ciclista in fuga. Già guardano come se potesse arrivare da un momento all’altro, mentre magari i ciclisti non sono ancora partiti. Questo dimostra che c’è un radicamento e una passione molto forti.
Il Tour de France è uno dei principali eventi di business sportivo del mondo. Compete tranquillamente con i mondiali di calcio. Andandolo a vedere mi è venuta voglia di chiedermi cosa ci può essere dietro questa macchina. Ad esempio, quanto vengano rispettati i diritti fondamentali di tutta quella gente che prende le transenne, le infila una affianco all’altra per creare il viale dell’arrivo. Ci saranno le tutele adeguate? Che contratti hanno? Quanto sono pagate?
Tutti ci appassioniamo a un evento sportivo di questa portata, ma bisogna anche chiederci cosa comporta metterlo in piedi e a quali condizioni di lavoro viene realizzato.


Che storie hai incontrato lungo il Tour?

Mi ricordo di una ragazza che mi ha raccontato di aver lavorato per dieci anni nella carovana pubblicitaria. Quest’anno invece stava lavorando più all’interno della macchina, e rimpiangeva quell’effimera popolarità che le dava stare in piedi su una macchina, passando a cinquanta all’ora davanti a migliaia di facce di sconosciuti. Eppure nessuna di quelle persone la riconoscerebbe mai, né lei sarebbe in grado di farlo. Tuttavia, fare questa sfilata di centinaia di chilometri per lei era qualcosa di estremamente gratificante. Poi un giorno scene da quella macchina e si dice: non ero niente per nessuno, ero solo un’immagine, una fotografia, ma adesso non sono più neanche quella fotografia.
Poi abbiamo fatto una deviazione nel giorno di riposo del Tour e siamo andati a Lourdes. Siamo andati a vedere questo gran teatro che è Lourdes, con le foto di gruppo da duecento persone, il prete atletico che le accompagna, quello cadente, la suora onnipresente, la carrozzella con scritto sopra “sono guarito nel 58”, l’acqua, le brocche in vendita, i ceri e i vari prezzi dei ceri, le madonne in vendita, lo spreco dei souvenir, i salmi cantati in francese dall’alto, la tappa alla grotta dove la sosta vale il tempo di un passo, perché non puoi nemmeno fermati a guardare… Tutto questo lì si svolge ogni giorno dell’anno e questa è una cosa incredibile. Mentre noi beviamo il caffè la mattina, lì ci sono centinaia di persone in fila davanti alla grotta. È una considerazione che ti dà un senso di secolarizzazione della speranza, come se il male e la guarigione esistessero a prescindere da chi li vive. È allucinante questa dimensione.


Sia Lourdes che il Tour sono due mitologie francesi dell’Italia di qualche decennio fa…

Sì, è vero. Eppure, nonostante questo tu vedi la vecchia che arriva con un fazzoletto celeste sulle spalle con su scritto Napoli-Lourdes che fa la trattativa sulla madonna, perché la vuole pagare un po’ meno. Tu dici, si può trattare sulla madonna? Una madonna non vale a prescindere? Però lì di madonne ce ne stanno a centinaia, sono tutte sistemate in fila per otto. Allora duecento madonne non valgono come una madonna sola. È come vedere venti cristi morenti: il primo ti commuove, il ventesimo. Allora ti chiedi: questa signora ci crede, è venuta fin qui, eppure si mette a trattare per pagare 50 centesimi in meno su quella madonna che poi terrà per tutta la vita in casa sua, e sarà probabilmente l’unica, perché poi a Lourdes probabilmente non ci verrà più… E anche la signora che gliela vende, sta lì a tirare sul prezzo perché non vuol cedere sul prezzo. Eppure vende migliaia di madonna, e fa la trattativa su migliaia di madonne, che è assurdo. E l’altra fa la trattativa per quell’unica madonna della sua vita. Si può essere soli o in migliaia, ma non si riesce a uscire da questa logica…


C’è la storia di Fabio Casartelli, il ciclista morto nel 1995

Per me fare questo viaggio al Tour è stato anche andare sulla curva dove è morto Casartelli, dove abbiamo lasciato una maglia di Avanti Pop. Su di lui abbiamo scritto una canzone, e io tempo fa ho anche conosciuto i suoi genitori, grazie a Pierluigi Marzorati, un campione di pallacanestro di qualche anno fa. Siamo stati su quella curva in un giorno di pioggia, proprio come quel tragico giorno del 1995. Poi siamo andati via, a vedere l’arrivo sui Pirenei.
È bellissimo vedere i ciclisti appassionati, non i professionisti, che seguono lo stesso percorso che faranno i loro campioni, salgono il passo del Galibier, che va su fino a 2.600 metri, e poi lo discendo come quaglie sfinite. Il passo del Galibier non ha nemmeno il parapetto, la strada è larga due metri e mezzo, e sulla destra c’è uno strapiombo. E loro la fanno a tutta velocità, mentre le macchine come la nostra vengono in senso contrario, in salita. Ed eravamo noi a doverli evitare, perché loro piuttosto che frenare si sarebbero spiaccicati sul vetro dell’auto.
Eppure anche questo è un grande atto di passione. Ho vissuto il Tour come qualcosa di molto radicato nella gente, non come un mito passato. Probabilmente lo è soprattutto per i francesi, forse perché avviene a cavallo della loro festa nazionale, forse perché si svolge in quello che in Francia è il principale mese di vacanza… Sia come sia, ho visto centinaia di persone distribuirsi lungo 200 chilometri di tappa pirenaica per assistere all’arrivo. Eppure il francese meglio classificato era diciottesimo.

E che dici del doping, che ha caratterizzato questa edizione?

Speravamo nel sogno di un atleta italiano che potesse eguagliare le gesta dei nostri migliori ciclisti. Invece Riccò è stato beccato ed escluso dal Tour. Per l’Italia, dal punto di vista strettamente sportivo, il Tour è andato male. Però attorno al Tour, nel bene e nel male, c’è sempre molto altro. Una volta ci si rompe la bombola del gas. Ho chiesto aiuto a dei signori di Varese, che hanno riparato il guasto in un attimo. Sapendo che scrivevo mi chiedono notizie, e io parlo del doping. Ma loro mi raccontano che questa cosa è molto diffusa anche tra gli amatori. Per superare l’avversario ci si prende di tutto.
Questa cosa mi ha colpito molto, perché va molto al di là della correttezza sportiva di un atleta che comunque ha dietro di se un equipe di medici specializzati. Mi domando cosa può accadere a un sessantenne che utilizza un fai da te di farmaci per essere ancora competitivo, o quanto può rovinarsi la vita un sedicenne alle prime armi che ha solo voglia di vincere.

Che cosa resta di autentico nel Tour?

Resta tantissimo. Il Tour è una carta asciutta che si può incendiare da un momento all’altro. Basta che arriva il gesto sportivo che prende fuoco l’entusiasmo, e tutto diventa bellissimo, epico. Da raccontare. È stato così anche quest’anno, anche se poi c’è stato il problema del doping. Magari succederà l’anno prossimo.
Certo, quando arriva la doccia gelata del doping, che ti dice che proprio quel campione che ti ha acceso la fantasia e ti ha reso attuale il mito del Tour è la causa della tua delusione e del tuo disincanto, allora si fa tanta fatica a ripartire. Tuttavia il Tour resta qualcosa che può diventare magico da un momento all’altro. È sempre così nei grandi accadimenti sportivi. Quando la nazionale va ai quarti di finale chi è che si perde i calci di rigore? Sono quei momenti in cui si recupera l’infanzia, la voglia di giocare.

Da giornalisti come ci si trova?

Ho capito che è un lavoro faticosissimo. Vi faccio i miei complimenti. Si pensa sempre che è un mestiere che può fare chiunque, o almeno chiunque sa scrivere un po’. Invece non è così. Ci sono i tempi, i vincoli, la forma, è un tipo di scrittura molto particolare.
Il primo articolo non è un problema, e neanche il secondo. Poi però per continuare devi aver capito. Non devi solo essere curioso, ma devi anche trovare, e devi essere tempestivo per far fare bella figura al tuo giornale. Mi sono sentito responsabilizzato verso il manifesto, e spesso mi sono chiesto che cosa avrebbe fatto un giornalista vero. Poi, è chiaro, io sono andato con altri intenti narrativi, ma i miei pezzi andavano sulla pagina sportiva, non potevo non sapere cosa accadeva e di cosa si discuteva al Tour. E infine dei trovare il modo di rendere la tua scrittura sempre appassionante, e magari per farlo dei levare 300 battute anziché aggiungerle.

Un’ultima domanda. Da narratore, raccontaci una faccia in particolare che ti ha colpito.

Ce se sono tante, in realtà. Molte quelle dei ciclisti che ho fotografato, come quella di Riccò, o quella di Cunego stanchissimo. Poi mi ricordo di due ragazzi in un sacco a pelo. Era l’alba, noi ci siamo svegliati molto presto e dovevamo andare, ma non ci eravamo resi conto che questi due si erano messi a dormire proprio davanti al furgone. Allora gli abbiamo offerto un caffè, perché dovevamo svegliarli per poterci spostare. Poi ci sono le facce di Lourdes che mi hanno molto impressionato. A me, che sono così laico, mi hanno impressionato anche in senso critico. Nel senso che ti pongono delle domande, al di là del fatto se ci credi oppure no. Ti domandi delle vite parallele, di come esse scorrano l’una accanto all’altra. Poi c’erano le facce dei No Tav della Val di Susa, che abbiamo incontrato perché abbiamo fatto una piccola deviazione: abbiamo conosciuto gente bellissima, Ludovico, Claudo, Chiara. Gente che fa una battaglia vera per una valle che amano, e che va molto al di là del dibattito ferrovia sì ferrovia no. Di facce ne abbiamo incontrate davvero tantissime.

[da Carta n°30/2008]

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