I Pathosformel, tra arte concettuale ed emozione

Tra le presenze costanti e più apprezzate nei festival di questa estate 2008 vanno annoverati sicuramente i Pathosformel. La compagnia, nata appena quattro anni fa a Venezia, chiude questa settimana la ventottesima edizione di Drodesera, il festival di Dro [Trento], con lo studio del loro nuovo lavoro: «La più piccola distanza. Primo movimento», in scena venerdì 1 e sabato 2 agosto. Si tratta di un lavoro per diversi aspetti differente dal precedente, «La Timidezza delle ossa», spettacolo che ha proiettato il lavoro della compagnia in ambito nazionale a partire dalla segnalazione ottenuta lo scorso anno al premio Scenario [quest’anno lo spettacolo è approdato a Castiglioncello e a Santarcangelo]. Come suggerisce il titolo, ne «La Timidezza delle ossa» centrale è ancora il corpo che, anche se non mostrato direttamente, imprimeva la sua impronta su un telo bianco, protendendosi verso il pubblico e lasciando intuire la traccia rigida che lo anima, lo scheletro appunto, che si disegna lungo un susseguirsi di particolari anatomici, una coralità di frammenti da cui finiscono per scaturire immagini autonome e plurali, che suggeriscono un corpo che si moltiplica ma che non è mai in grado di ricomporsi.
Con «La più piccola distanza», invece, il corpo sparisce del tutto. Nella scena creata da Daniel Blanda Gubbay e Paola Villani ci sono una serie di corde parallele, tese orizzontalmente, che ricordano le linee di un pentagramma. Su di esse scorrono dei pannelli quadrati di varie tonalità di rosso – così venivano marcate le note nella scrittura diastematica medievale – che procedono nelle due direzioni con differenti velocità. Allo scorrere dei quadrati si somma la musica eseguita dal vivo [due violini e un organo] che ne sottolinea i movimenti, le incertezze nell’incedere, la tentazione di un quadrato di seguirne un altro, lo smarrimento di quello che resta solo. In questo modo, l’azione delle figure geometriche, rigidamente incasellata nei binari orizzontali, diventa antropomorfa, e lo scorrere dei quadrati ricorda quello della gente che tira dritto lungo la strada, quando si affolla negli incroci, quando si cerca e si segue. Tanto più le figure geometriche “prendono vita” tanto più si moltiplicano le possibilità drammaturgiche, e con esse le storie, dall’incontro romantico allo scorrere di varie fogge di solitudini lungo i binari segnati della propria esistenza. A questo punto le immagini di questa scena, priva di biologia ma ricca di vita, si illuminano di poesia e si fanno persino struggenti.
Con questo spettacolo i Pathosformel confermano la loro capacità, assai rara, di unire la dimensione concettuale all’emozione del teatro, grazie a una creazione scenica estremamente pulita e raffinata, che si conferma una cifra costante dei loro lavori.

www.pathosformel.org

[da Carta n°29/2008]

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