Il paradosso di Murakami

Kafka in lingua ceca significa corvo. Ma se la parola non rimandasse immediatamente allo scrittore praghese, potrebbe suonare come un nome proprio piuttosto singolare. Soprattutto in Giappone, dove è ambientato l’ultimo romanzo di Murakami Haruki, e dove non è raro che i nomi maschili finiscano in “ka”. È così che il giovane protagonista di «Kafka sulla spiaggia», quindicenne in fuga dal padre e dall’oscura profezia che egli gli ha rivelato, assume questo nome. Tamura Kafka. Tamura il corvo. Come il ragazzo chiamato corvo, alter ego di Tamura che lo accompagna nel suo viaggio, esortandolo a trovare la forza che occorre per arrivare in fondo al proprio cammino. Proiezione della coscienza che, meglio dello stesso Tamura, è in grado di trovare le parole giuste per descrivere i sentimenti.
Sul lato opposto della storia, in una narrazione alternata, c’è la vicenda di Nakata, un vecchio che vive senza mai uscire dal quartiere di Nakano, a Tokyo. Nakata è rimasto vittima di uno strano incidente durante la guerra, quando aveva nove anni: lui e tutta la sua classe persero conoscenza contemporaneamente senza una spiegazione. Ma mentre poche ore dopo gli altri bambini si svegliarono tornando alla normalità, Nakata restò senza coscienza per diverse settimane. Al suo risveglio aveva perso la memoria e la facoltà di leggere e scrivere; era diventato “stupido”. Nakata inizia così la sua esistenza ai margini della società, da “disagiato mentale” sostenuto da un misero sussidio. Ma Nakata, al contempo, ha sviluppato una diversa sensibilità, che sfugge alla gente normale: ad esempio, è in grado di parlare correntemente la lingua dei gatti.

Nakata e Tamura Kafka non si incontreranno mai direttamente, ma le loro storie convergeranno nella biografia di una persona, la signora Saeki, direttrice di una biblioteca che sorge nella ricca dimora del suo amore di gioventù, morto giovanissimo, al quale aveva dedicato una poesia diventata una canzone di successo dal titolo “Kafka sulla spiaggia”. La signora Saeki ha solo metà della sua ombra, come Nakata, ma la sua esistenza è l’esatto contrario di quella del vecchio. Se Nakata non ha memoria e vive nel presente, lei vive nel passato della sua storia d’amore, nell’amarezza del ricordo che è l’unica testimonianza del fatto che un tempo ha davvero vissuto. Tamura Kafka, la cui fuga lo porta a rifugiarsi proprio tra i libri di quella biblioteca, incontra prima lei in carne ed ossa, poi il suo “spirito vivente”, la proiezione della Saeki quindicenne innamorata, che è la vera dimensione in cui la donna ancora vive. Se ne innamorerà perdutamente, dando corpo alla profezia edipica del padre, che suona come una maledizione: tu giacerai con tua madre e tua sorella, e ucciderai tuo padre.

Saeki è davvero la madre che ha abbandonato Kafka quando aveva quattro anni? E Sakura, la ragazza che lo aiuta all’inizio della sua fuga, potrebbe essere sua sorella? Non è essenziale saperlo. Murakami Haruki, in questo romanzo fortemente onirico, non si cura di dare spiegazioni. La sua prosa, abile come poche altre nel portare il lettore in territori fuori da ogni logica evitando accuratamente anche l’ombra della pretestuosità, diventa col progredire della storia sempre più simbolica, fino quasi a sfiorare l’allegoria. Il viaggio di Kafka da Tokyo a Takamatsu è certamente una storia di formazione, per quanto piuttosto singolare; ma l’universo magico che sprigiona dal suo inconscio e dai destini dei personaggi che lo circondano dà vita a una dimensione fiabesca, dove tutto accade perché deve accadere.
Tuttavia, i destini incrociati che convergono nella biblioteca, che contiene l’immagine silenziosa di un preadolescente sulla spiaggia ritratto molti anni prima – il quadro all’origine della poesia, che è all’origine della canzone, che è all’origine del nome, che è all’origine della coscienza –, non sono pretesti narrativi utili solo a far proseguire la storia senza pagare pegno al meccanismo della verosimiglianza. Sono piuttosto tessere di un mosaico che trae forza, più che dalle immagini che compone, dai riflessi che esse sprigionano. Il loro progredire è fuori dalle logiche diacroniche dello scorrere del tempo e delle leggi che regolano l’alternarsi degli eventi.
Murakami ci fa sprofondare in un sogno di cui lui è il sapiente orchestratore, dove ogni cosa acquista il suo significato in relazione con l’altra. La rabbia che il ragazzo chiamato corvo soffia nelle orecchie del protagonista, spingendolo a diventare “il quindicenne più tosto del mondo” è lo specchio della rabbia di Kafka per essere stato abbandonato. La malinconica assenza con cui Saeki affronta il presente è lo specchio del suo vivere interamente in un passato reciso troppo violentemente. I fantasmi e le inspiegabili situazioni che si trovano ad affrontare i personaggi – compreso Nakata che intraprende viaggi per capire dove deve andare – scaturiscono dal rapporto non risolto che tutti hanno con il loro passato.
Il passato, i ricordi, sono dei prismi di coerenza; se si guarda attraverso di essi ogni cosa appare al suo posto, ordinata e piena del senso che permetterebbe di affrontare la vita. Ma quella coerenza non esiste, o non esiste più. Il ricordo allora diventa dolorosa testimonianza di una possibilità negata, di qualcosa che avrebbe potuto esistere e non è stato. Una madre presente per Tamura, un amore mai finito per Saeki, sapere leggere e vivere una vita normale per Nakata. Di conseguenza, il presente non può essere altro che questo insieme indistricabile di presagi e accadimenti che non hanno una spiegazione, che a volte non hanno neppure senso, eppure siamo costretti ad affrontare.

Senza consegnarci alcuna “sconvolgente rivelazione”, Murakami ci porta per mano lungo una storia struggente che ci fa vedere la vita come un insieme di rivelazioni non esprimibili a parole e di incoerenze brucianti e inspiegabili; ma allo stesso tempo ci mostra come quello che può essere rivelazione per qualcuno, per un altro può apparire come un abisso privo di senso.
E forse è proprio qui l’aspetto più interessante e paradossale di «Kafka sulla spiaggia», le cui vicende sono mosse da un determinismo simbolico, eppure sono fortemente relative. Da questo rifiuto degli schemi esce con forza quella che è la visione di Murakami, che sovverte i parametri di bene e male, così come ci vengono imposti per regolamentare la vita sociale, per riscoprirne il senso di valori etici. Non è mai in discussione la bontà del protagonista, ad esempio, che pure si trova a uccidere il padre (sia pure in sogno) e giacere con la madre.
Visti nell’insieme, da un punto di vista sociale i personaggi di Murakami Haruki sono “il male”: omicidi, incestuosi, transessuali, fuggiaschi, matti, teppisti (il camionista Hoshino, che accompagna Nakata nel suo viaggio). Eppure dal loro incontro scaturisce la possibilità del bene. Una possibilità che è un lenitivo alla violenza del mondo.
Addirittura un’istituzione come quella della famiglia, che nella consanguineità nasconde il terreno di maggior confusione per l’idea di bene e di male, né esce profondamente rovesciata. Il padre biologico di Kafka è la profezia da fuggire, il destino già segnato da uccidere. La madre e la sorella sono due assenze brucianti. Ma nel suo viaggio Tamura Kafka ricostruirà un suo nucleo familiare sulla base di un’intima affinità. Una famiglia fatta di una sorella che non è tale e verso la quale nutre fantasie erotiche; di una madre che forse è la sua vera madre, ma che amerà comunque  fisicamente; e della complicità del Signor Oshima, l’assistente della signora Saeki, strano tipo di transessuale donna che si veste da uomo.

L’ultimo viaggio Tamura Kafka lo fa nel cuore della foresta che circonda la casa di montagna del signor Oshima, dove si rifugia per non farsi trovare dalla polizia, che lo cerca dopo il misterioso (e realissimo) omicidio del padre. La foresta è un luogo reale, dove è facile perdere l’orientamento e non trovare più l’uscita. Ma è anche un luogo simbolico. Kafka vi si addentrerà nonostante le raccomandazioni di Oshima, e giungerà nel limbo dei suoi ricordi, presidiato da due soldati dispersi nella foresta dagli anni della guerra. Nel limbo il tempo non scorre, non c’è il bene e non c’è il male. Ma non c’è neppure il dolore assordante del mondo esterno. Tuttavia Tamura decide di tornare, prima che il varco aperto tra i due mondi – quello reale e quello dell’autismo dei sentimenti – si richiuda per sempre. Perché si rende finalmente conto di trovarsi “stretto tra due vuoti”. Ma è il vuoto del mondo quello che, nell’imprevedibilità delle relazioni con gli altri, nasconde ancora una dimensione di possibilità.
Al suo ritorno Kafka è diverso. Ha sconfitto la profezia pur restandone vittima, e probabilmente ha imparato ad affrontare la vita. Nel suo cuore risuona quella consapevolezza che il dolore di essere stato abbandonato non gli lasciava intuire: per quanto sia forte e benefico l’amore, è impossibile amarsi senza farsi del male.
Perché ciò sia possibile, è superfluo saperlo. Come per gli inspiegabili accadimenti che costellano il romanzo, non c’è soluzione del mistero. C’è solo la possibilità, intuita, di poter trovare il proprio percorso dal fondo della foresta per tornare alla luce.

[Murakami Haruki, «Kafka sulla spiaggia», Einaudi, 524 pagine, 20 euro]

[da Differenza n°28/2008]

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