Lavorare con cura. L’esperienza di Itinerario Stabile

Logo Itinerario08Venerdì scorso, 20 giugno, ha preso il via la quarta edizione di Itinerario Festival, manifestazione estiva di Cesena che fino al 29 giugno animerà la sponde del fiume Savio, che costeggia il centro storico della città romagnola e lo divide dalla prima cintura periferica. Come racconta il suo nome, Itinerario nasce quattro anni fa come un progetto mobile, un festival in bilico tra musica e arti visive che girò 15 piazze italiane prima di approdare a Cesena per la sua fase conclusiva, «Itinerario Stabile». Da allora, pur restando ancorato al territorio della città, Itinerario non ha perso la sua vocazione di mobilità e di indagine sui territori, e si anzi aperto a discipline come l’architettura e le scienze del paesaggio, che ne hanno influenzato le dinamiche progettuali. Nel frattempo performance e arti sceniche sono divenuti uno dei nodi centrali del festival.
Nonostante il caldo sia arrivato da poco, in questo 2008 i festival tradizionali hanno cominciato a boccheggiare già da tempo. Piccole realtà come Itinerario sono invece in crescita, e se anche non possono rappresentare un’alternativa alle piazze tradizionali che mostrano cenni di cedimento, di sicuro riescono a tracciare la strada di dinamiche nuove, più a contatto con il pubblico e gli artisti. Per questo, in un momento in cui le piazze tradizionali sembrano vivere una strana lacerazione, vittime di due forze contrarie – da un lato le occasioni si moltiplicano, dall’altro la loro consistenza è sempre più in discussione – osservare da vicino una realtà come Itinerario, che si sgancia dal modello della vetrina per inventare nuovi percorsi, può dare degli spunti interessanti.

“La realizzazione del festival non sarebbe possibile senza alcune collaborazioni preziose – spiega Roberta Magnani, che ne cura la direzione artistica assieme a Dario Giovannini e Samantha Turci – Tra tutte, quella con il Teatro Valdoca, che ci mette a disposizione strutture, uffici, e un preziosissimo confronto sulle poetiche; e con Aidoru, formazione musicale presente fin dall’ideazione della manifestazione. Nelle ultime due edizioni, poi, si è andato consolidando il rapporto con la facoltà di Architettura, che è un tassello molto importante. È iniziato nel novembre del 2006 con un corso tenuto da Cesare Ronconi, i cui risultati si sono proiettati sull’edizione 2007 del festival: quell’anno si rifletteva sul concetto di ‘naturale’”.
Quest’anno, invece, il sottotitolo della manifestazione è «Circus City». Un percorso sulle costruzioni effimere, sugli effetti concreti che producono nelle città, compiuto assieme a Istvan Zimmermann, artista poliedrico e scenografo della Socìetas Raffaello Sanzio. «Anche questo è il prodotto di un anno di corso tenuto in facoltà – spiega Roberta – in cui si sono studiate le logiche e le dinamiche degli insediamenti antichi. Per il festival abbiamo creato delle strutture lungo il fiume Savio, ragionando sull’idea di confine, sugli effetti del tracciare linee. Il risultato è un insediamento molto tecnologico, ma di impianto antico».

Il lavoro che dà vita al festival, insomma, parte da molto prima della progettazione della manifestazione. Itinerario è un percorso che si sviluppa nel corso di tutto un anno, e che nella vetrina del festival non trova la sua unica ragion d’essere, ma piuttosto un punto di approdo e di verifica del lavoro. «Non siamo solo un festival, né una vetrina dove transita solo teatro. Questa è la peculiarità e la forza del nostro progetto. Il cui asse principale risiede in una scelta di costante apertura, verso altre discipline come verso collaborazioni ad ampio raggio. Ad esempio, stiamo iniziando una collaborazione con la rete di compagnie Ipercorpo – di cui fa parte una realtà del territorio, Città di Ebla – e con il MalaFesta, ragionando anche su strategie comuni per reperire risorse».
Le dinamiche di apertura, di contaminazione e ibridazione sono probabilmente quelle che mettono maggiormente in contatto Itinerario con gli artisti della scena contemporanea, e allo stesso tempo quelle che maggiormente lo distanzia dai festival tradizionali che oggi vivono una fase di crisi. Ovviamente non si tratta di situazioni equivalenti, e la costante erosione delle risorse destinate alla cultura preoccupa anche dalle parti di Cesena. Ma immaginare modelli e percorsi diversi è un’attività che non produce effetti solo sulla qualità artistica delle manifestazioni.
«Negli ultimi vent’anni i festival si sono chiusi al territorio – dice Roberta – e hanno difficoltà ad aprirsi ad ambiti non teatrali. Le prospettive per il futuro, secondo me, risiedono nel lavorare su progettualità diffuse, e non sulle vetrine, che sono troppe. Avere anche il coraggio di programmare meno nomi, ma di sostenere davvero quegli artisti con cui si è scelto di lavorare. Questo risolverebbe ad esempio alcuni nodi legati alla produzione degli spettacoli. Ma soprattutto occorre aprirsi. Nel nostro caso, lavorare in modo diffuso lungo un intero anno significa risolvere automaticamente il problema del coinvolgimento del pubblico. Non solo: la costanza del progetto ci consente di incidere anche sul livello di cultura e di alfabetizzazione ai linguaggi del contemporaneo degli spettatori». Insomma, lavorare con lentezza. E con cura.

[da Differenza n°24/2008]

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