L’isola che c’è

«Isola Fabbrica Danza». Tre parole accostate che danno in un colpo solo le coordinate dell’intervento che l’Ente teatrale Italiano ha voluto e sostenuto a Isola del Liri, in provincia di Frosinone, nell’ambito del progetto di sostegno alla danza e intervento nelle zone periferiche. Tre parole che suonano come una frase di senso compiuto, quasi un auspicio per il futuro di questo piccolo centro della Ciociaria che ha già ospitato un intervento istituzionale nell’ambito delle Officine Regionali. E se dal punto di vista del rapporto con il territorio, il lavoro svolto precedentemente ha spianato la strada a «Furore. Danze non stop» – l’evento conclusivo che si è svolto domenica primo giugno coinvolgendo cinque formazioni del panorama artistico contemporaneo – di certo la risposta del pubblico ha dimostrato in maniera lampante due cose: da un lato, che è un pregiudizio pensare che lo spettacolo contemporaneo sia destinato esclusivamente a un pubblico colto, metropolitano e di elite; dall’altro, che la continuità degli interventi istituzionali è un fattore cruciale affinché il lavoro di artisti e operatori dia i suoi frutti.

C’è molta gente che aspetta l’inizio di Furore, in questa serata mite di fine primavera. La gente di Isola del Liri è stata preparata all’evento dalle incursioni dei Tony Clifton Circus, che con il loro format di tv demenziale ha traghettato l’attenzione della gente del posto verso le ex Cartiere Boimond, imponente struttura di archeologia industriale che sorge a pochi minuti di macchina dal centro. L’esplosione di non-sense degli irriverenti neo-clown è stata condensata in un video di apertura – curato da Lorenzo Letizia – che tra immagini di un improbabile uomo ragno che troneggia sui cornicioni dei municipio e strampalati intermezzi musicali a chitarra spenta che svelano vere scritte sui muri ancor più surreali («Dio ti sgama»), ha toccato anche temi più concreti, come la ricezione dell’iniziativa da parte degli abitanti di Isola del Liri. E se qualcuno confonde la danza con il “ballo” nelle balere, e qualcun altro pur felice dell’iniziativa è costretto a disertare per questioni di lavoro, in molti si dicono soddisfatti e assicurano che parteciperanno.
E infatti sono in molti nella sala interna della cartiera, dove va di scena «Concerto per voce e musiche sintetiche» dei Santasangre. La gente sciama dalla zona palco, dove i Tony Clifton sono arrivati in mutande alla testa della banda del paese; qualche signora, per sicurezza, si porta dietro la sedia. La partitura per corpo e ologrammi della compagnia romana, che chiude la trilogia «Studi per un teatro apocalittico» viene qui presentata in uno studio della durata di venti minuti. Lavoro di forte impatto visivo, il “concerto” dei Santasangre si annuncia, già in questa prima fase, come la punta più alta – tecnicamente e stilisticamente – raggiunta dalla compagnia nella sua ricerca visiva a livello olografico. Un percorso per immagini attraverso l’elemento acquatico e la sua assenza, compiuto attraverso una particolare danza fatta di gesti, immagini tridimensionali e suoni in connessione, che si sviluppano lungo un immaginario che fa pensare all’animazione giapponese. Non a caso nella prima fila i ragazzini del luogo osservano in silenzio, concentrati, il dipanarsi di immagini e suoni, in grado di decifrare senza difficoltà l’allestimento visuale dei Santasangre.
Si prosegue all’esterno con due danzatrici di diversa estrazione e percorso di ricerca. Beatrice Magalotti propone un solo intitolato «Hoh-h», che riflette attorno al respiro, visto come un processo che anima il corpo invadendolo e spingendolo a muoversi indipendentemente da esso, come un’entità a sé – una sorta di “gioco” attraverso il quale Beatrice Magalotti indaga potenzialità impreviste del movimento. Alessandra Cristiani viene invece dalla tradizione butoh, meglio ancora da quella particolare espressione della “danza delle tenebre” creatasi a Roma negli anni, grazie all’impegno di un agguerrito gruppo di performer e danzatori. «Fiori» si svolge in un angolo della struttura lasciato volutamente incolto, non bonificato, un pezzo di prato lungo il quale l’evoluzione fisica e temporale del corpo nudo evoca la solitudine. Il pubblico osserva questa evoluzione da una balaustra, affacciandosi verso il basso, verso una visione insolita e magnetica, che conferma la qualità del movimento raggiunta da questa danzatrice nel corso dei suoi assoli. A spezzare la tensione giunge la performance dei Tony Clifton «Me da igual», con un irresistibile scimmiottamento di «I’m singing in the rain» di Sinatra.

La chiusura della serata è affidata a «Fortezza», un lavoro site-specific di MK, immaginato da Michele Di Stefano all’interno della struttura sottostante, l’acquario di Isola del Liri – una struttura che doveva divenire il più grande acquario di acqua dolce d’Europa, e che non è mai stata terminata. Accelerazioni e movimenti sospesi, come l’atmosfera di questo luogo mai giunto a compimento, si muovono lungo spazi cilindrici abitati tanto dai danzatori quanto dal pubblico. Il lavoro proposto da Di Stefano e compagni affonda le radici nell’ambito della ricerca portata avanti dalla compagnia nei suoi ultimi spettacoli, ma le immagini proposte sono intimamente connesse con il luogo, una struttura interrata di cemento armato – è il caso del pugile che si allena con il volto coperto dal cappuccio, che “abita” questa palestra bunker come le tante ricavate nei casermoni delle periferie parigine – oppure propongono immagini deflagranti, come l’uomo in completo bianco, quasi surreali nel trascinarci altrove. Alla fine della serata, nei commenti delle signore più anziane, sarà proprio questo lavoro fortemente “contemporaneo” nel linguaggio a suscitare i maggiori apprezzamenti.

Ma al di là dell’indubbia qualità artistica, gli spettacoli che hanno animato la serata del 1 giugno, abitando questo luogo immenso dal punto di vista del fascino e delle possibilità, hanno tracciato un percorso importante. Quello della riqualificazione degli spazi attraverso la cultura, certo, ma sottolineando contemporaneamente il fatto che quando avviene lungo dinamiche di continuità, questo processo produce frutti maggiori e al contempo sostiene concretamente il lavoro degli artisti. In un mondo quasi perfetto uno spazio e un patrimonio umano simili dovrebbero funzionare tutto l’anno, animando con residenze e momenti spettacolari questo luogo – e dalla cura di chi ha lavorato al progetto, artisti, operatori, enti pubblici, si avverte una tensione che si proietta altrove, nel futuro. Ma la politica culturale italiana da sempre è stata una politica dei “segnali”, che vanno dati ma muoiono lì. Sarebbe saggio che i segnali mutassero di segno, diventando strategie e prospettive concrete. Di modo che le tante Isole create dagli immaginari degli artisti non restino isole non trovate, sperdute in mezzo al mare, ma si trasformino in fari e porti accoglienti.

[da Differenza n°23/2008]

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