Spara prima al ghegghio e poi al lupo

Medea ArberescheDalle parti del Pollino, sul versante calabrese del Massiccio, c’è un vecchio detto che recita così: «Se vedi un lupo con un ghegghio, spara prima al ghegghio e poi al lupo». I lupi nelle comunità montane, va da sè, rappresentavano un pericolo. E il “ghegghio”? Con questo termine nella zona della provincia di Cosenza venivano definiti spregiativamente gli appartenenti alla minoranza di lingua albanese, gli “arbëreshë”.
Gli arbëreshë sono i discendenti degli albanesi che si stanziarono nell’Italia meridionale a partire dal XV secolo, dopo la morte di Skanderbeg, l’eroe della resistenza all’invasione ottomana, la cui statua ancora campeggia nella piazza principale di Tirana. Dal 1999 la lingua arbëreshë è riconosciuta e tutelata dallo Stato Italiano, e certo oggi non esiste alcun problema di integrazione tra le comunità di lingua albanese e italiana. Ma la resistenza, anche in chiave scherzosa, di detti e nomignoli, testimonia come nella storia l’identità di un popolo si sia quasi sempre fondata sull’opposizione a un altro popolo, meglio ancora se una minoranza.
Non che questo si traduca sempre in contrapposizioni e asti insanabili. Un illuminante detto berbero spiega bene come il collante umano cambi di consistenza a seconda delle situazioni: «Io contro mio fratello; io e mio fratello contro mio cugino; io mio fratello e mio cugino contro il vicino di casa; tutti quanti contro lo straniero». Così, mentre ci incamminiamo verso il Protoconvento di Castrovillari, dove è in corso il Festival Primavera dei Teatri organizzato da Scena Verticale, capita che un signore al bar ci domandi: Dove andate? A vedere la Medea in arbëreshë. Ah… spara prima al ghegghio e poi al lupo!, ci risponde col sorriso.

«Un Vajtim Arbëresh» del Centro R.A.T. di Cosenza, parte proprio da una delle tragedie greche più conosciute per parlare di una tragedia attuale, quella dei migranti costretti per necessità a lasciare i luoghi di origine per cercare fortuna altrove. La Medea diretta da Francesco Suriano, che ha curato l’adattamento assieme a Nando Pace, è una donna albanese giunta sulle coste calabresi e rinchiusa in un centro di accoglienza. Come per la Medea di Euripide, la pulsione che anima la donna è il desiderio di vendetta nei confronti del marito, giunto in Italia prima di lei e diventato un “caporale” del locale boss: per cementare questa alleanza, sta per prendere in moglie la figlia del boss, abbandonando Medea e i figli che con lei ha avuto al loro destino.
Sul palco della sala del Protoconvento si alternano lacrime e rabbia, ma soprattutto si alternano i simboli che accompagnano il moderno calvario dei migranti clandestini, condizione che da sola basta nell’Italia di oggi per fare di essi dei fuorilegge: il camice dei medici, le divise dei carabinieri, le croci rosse dei volontari, le spocchiose catene d’oro dei malavitosi. E i sei attori di lingua arbëreshë (Vicky Macri, Lello Magliaro, Nando Pace, Riccardo Baffa, Francesco Mazza, Adriana Ponte), quasi tutti non professionisti, pescano nel lato più vivo della loro tradizione per dare colore a questa tragedia moderna: i canti tradizionali, dove ricorrono i temi della nostalgia per la terra lontana, del pregiudizio, dell’inospitalità verso lo straniero. Temi e canti che sembrano scolpiti nel tempo, sospesi tra un’origine antica e una drammatica attualità.

«Un Vajtim Arbëresh» è il primo testo classico tradotto in arbëreshë, e l’operazione, oltre a sostenere il recupero di una tradizione meno viva nelle generazioni più giovani, riesce a mettere l’accento su qualcosa di specifico come una minoranza linguistica dandole un respiro molto più grande. Un respiro che rovescia, agli occhi di chi guarda, la condizione di chi nell’Italia di oggi vive la condizione di migrante (o di minoranza), trattata dalla narrazione dei grandi media sempre in termini di emergenza, sicurezza, problematica sociale. Merito anche del personaggio Medea, che in sé accentra potentemente la condizione di straniera, di donna, di maga (accusa che viene spesso riservata anche ai rom) nei cui confronti l’Occidente razionale e calcolatore non può che rispondere col rifiuto e con il confino.
E se la parte recitata dello spettacolo ha forse una portata limitata, legata esclusivamente al lato simbolico dell’operazione, i canti tradizionali arbëreshë hanno il potere di trascinare chi ascolta al centro della storia, passando direttamente per le emozioni. Merito della musicalità intensa di questa lingua, e dell’interpretazione dei cantanti, che colma ogni distanza linguistica e di comprensione delle parole.

[da Differenza n°22/2008]

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