Pre-testi. Armonie e Dissonanze e Lotte Rudhart

Armonie e DissonanzeSulle scale del lotto 12 ci sono tre donne vestite di nero (Gaia Camanni, Marzia Colandrea, Manuela Montanaro), che passano il tempo a parlare dei loro ricordi. Ma è un parlare che non può proseguire, che si tronca sul nascere, come i nomi delle tre donne – Flo, Ru, Vi – e lascia come unica alternativa l’esclusione a turno di una delle tre, per poterne liberamente sparlare. La versione del breve testo di Samuel Beckett «Va e Vieni» proposta da Armonie e Dissonanze – formazione diretta dalla stessa Colandrea assieme a Valeria Baresi – trasforma il balletto delle sedie immaginato dal drammaturgo irlandese nel pretesto di una brevissima coreografia. Certamente l’associazione non è peregrina, e lo stesso Beckett finì per trasformare i suoi “dramaticule”, passando dalla scena alla tv, in vere e proprie coreografie. Ma al di là del testo, c’è molto poco Beckett nei corpi giovani delle tre danzatrici, avvolte in abiti scuri che fanno pensare più alle “comari” di un paese del Sud – o della Garbatella di molti anni fa – che a delle anziane donne nordeuropee. Così come la musica sognante dei Pink Martini ci rimanda ad atmosfere radicalmente differenti. Difficile giudicare una performance basata su un testo di cui si scrisse: «è così breve che è finito prima che si sia riusciti a sistemare nei propri posti». Tuttavia, pur nell’apprezzabile semplicità di simboli e azioni, questa resa quasi astratta e priva dell’ironia di fondo di Beckett fa pensare più a un saggio che a uno spettacolo compiuto.

Con l’assolo della danzatrice berlinese Lotte Rudhart arriviamo all’oblò internazionale – come lo definiscono gli stessi organizzatori del festival. «Frank Z» è una composizione ispirata in modo istintuale alle musiche del genio musicale di Zappa, che pervadono lo spettacolo assumendone un ruolo centrale. È dalle composizioni di Zappa che nasce la verve con cui Lotte Rudhart balla e “canta”, spaziando tra una varietà notevole di stili. Tra le canzoni che riempiono la scena si fa largo il testo di «Tengo na minchia tanta», in cui Zappa giocava con le proprie radici italiane, mentre contemporaneamente Rudhart – che viene dalla Folkwang Hochschule (dove studiò Pina Bausch) e l’italiano non lo conosce – recita alcune parole nella nostra lingua. Più che in una direzione precisa, lo spettacolo prosegue per ondate che sembrano ispirarsi ad una dimensione emotiva, epidermica, fatta delle scosse che nascono ascoltando una musica che si ama.
Nel panorama di questa vetrina coreografica il lavoro di Lotte Rudhart spicca per la qualità della danza, per la pulizia del gesto e la consapevolezza del proprio corpo e dello spazio. Rispetto ai colleghi italiani c’è uno scarto in fatto di tecnica, che fa balzare agli occhi due questioni: da un lato, come le condizioni di lavoro – inesistenti nel panorama indipendente capitolino – incidano sulla danza; dall’altro, in che modo, poi, ciò abbia una ricaduta (e di che tipo) sugli spettacoli. Per quanto riguarda il fronte degli spettacoli dei danzatori nostrani, non è questa la sede per rispondere. Nel caso di «Frank Z», invece, si può paradossalmente sollevare lo stesso dubbio dello spettacolo precedente, e cioè che Zappa sia in fondo solo il perimetro – in questo caso emotivo – in cui esercitare le proprie capacità, in una sorta di dimostrazione di lavoro che, tuttavia, si esaurisce negli stessi lampi che evoca. O, si potrebbe dire, nel lasso di tempo di una canzone.

[da Differenza n°21a/2008]

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