La finestra sull’Altrove

Les Tetes en l\'AirCon un pulmino “ape” che monta (a stento) sul piazzale antistante al Teatro Palladium, si inaugura la seconda edizione di Teatri di Vetro. Oltre ad uno zoo di animali di plastica incollata sul tettino, il pulmino trasporta le due strampalate soubrette di Les Têtes en l’air, ovvero Fiora Blasi e Luisa Merloni, impegnate nelle performance di apertura – progetto che conferma il sodalizio artistico in salsa comica delle due attrici. Ideato e tagliato su misura per la fiera del teatro indipendente, «Noi non siamo qui» è una non-performance che riflette ironicamente sulle problematiche storiche del teatro sommerso, le sue nicchie, le sue idiosincrasie, e persino sui suoi tentativi di emersione – festival incluso. Con accento tra lo slavo e il francese, e due labbra-canotto da usare a mo’ di mascherina per coprire i risolini, le due ricciolute soubrette “danno i numeri”. Quelli del festival, che con 43 eventi, 45 compagnie coinvolte, 9 giornate di programmazione, un numero imprecisato di metri quadri di “lotto garbatellese” – per dirla alla Cosentino – calpestabili, si prospetta come un tour-de-force da seguire «tutto fitto fitto, 24 ore su 24, pranzo al sacco!», come intima Fiora Blasi con fare minaccioso.
Siamo alla seconda edizione. Il teatro indipendente ha trovato un’interlocuzione con il mondo “ufficiale”, momentaneamente anche una casa, e persino un nome, o definizione – indipendente – che magari può andar stretta, ma comincia a rendere chiaro di cosa si sta parlando da un po’ di anni a questa parte. Ma poiché la stasi non si addice a un mondo di artisti, appena si parla di identità è inevitabile che comincino le crisi della stessa. Che cos’è questo Ti-Di-Vi che campeggia sui lati del pulmino e strizza l’occhio al pubblico da tutti i comunicati stampa? Un partito regionale modello Sud Tirolo? Un progetto sull’alta velocità? Un “Teatro DiVerso?”. No, un “Teatro di Vetro”, metafora di trasparenza e di fragilità. Forse. Ma poi perché incaponirsi a trovare giustificazioni sul nome? In fondo lo ha scelto Roberta (Nicolai) – suggerisce Luisa Merloni.

Alle due soubrette, che trascinano il pubblico nel foyer in un crescendo compulsivo, non resta che passare in rassegna tutti gli aspetti di questo variegato mondo, con una passione smodata per le sigle – TiDiVi promosso da ZiTiLi grazie a TiSiTi, in collaborazione con UCi (Uovo Critico) e Idi (Indipendenz Dei) – e trasformare il tutto in materia plasmabile, molle, comica e non seriosa. Come a dire non prendiamoci sul serio proprio ora che le cose si stanno facendo interessanti…
In questo grande “pout purri” l’ultima stretta d’occhio è per la critica, presente anche quest’anno con l’osservatorio della Differenza ma – a guardare le presenze di ieri – anche con colleghi della carta stampata che nella prima edizione scarseggiavano un po’. È vietato sparare sugli artisti, intimano le soubrette sventolando le bocche con fare minaccioso; perché in mezzo al trambusto esistenziale (e del festival) «artisto fa quello che pò». Non ne dubitiamo. Intanto la macedonia è servita. Si può pure cominciare. (A quanto pare, dalla frutta).

Tornando sul piazzale ci aspetta il «R’umorismo» del Teatrificio Esse, un divertente gioco di mimo le cui dinamiche sono racchiuse già tutte nel titolo. Due operai (Pasquale Scalzi e Davide Savignano, con Armando Sanna) compiono una serie di gesti legati al lavoro: segano, piallano, fresano, ogni tanto vanno in bagno, ma in scena non c’è nulla. Solo gli operai bendati, e i suoni registrati delle loro azioni. Si guarda “con le orecchie”, in un crescendo comico fatto di divertenti esagerazioni, di porte che si aprono dopo centinaia di mandate, di animali feroci che spuntano dai cassetti, di passi che fanno rumore come in un vecchio videogame, di panfili che passano strombazzando in un bagno allagato. Il tutto avviene in un ipotetico ambiente delineato a terra dal nastro per transennare, quello bianco e rosso, gli stessi colori delle magliette e delle salopette dei due operai.
Il gioco di Teatrificio Esse è divertente e ben congegnato, e si snoda lungo una fitta serie di citazioni soprattutto cinematografiche, dalle pareti invisibili di Lars Von Trier alle tute da lavoro di Super Mario Bros e di suo fratello Luigi, passando per gli spassosi “concerti” per rumori in sincrono di cui sono ricchi i film di Jeunet et Caro («Delicatessen» su tutti) e le gag alla catena di montaggio di Charlot, indimenticabile capostipite di ogni figura di operaio alienato.
Se prima sotto i riflettori c’era il mondo traballante e surreale del teatro indipendente, primatista per definizione di ogni precarietà lavorativa (il prototipo del lavoratore flessibile nasce negli studios hollywoodiani), nella fabbrica dei rumori creata dal Teatrificio Esse gli operai sono alle prese con il vecchio modello di lavoro. Eppure anche qui la cifra delle azioni è convulsa e compulsiva, e i due attori finiscono a terra letteralmente sovrastati dai rumori, fino a svenirne. Che cos’è tutto questo affanno? La cifra della contemporaneità che i teatranti ci restituiscono, sprezzanti, sbandierandocela in faccia? O un moderno canone stilistico degli artisti contemporanei?

Il dubbio sorge guardando «Hoh-h Sleepy Walls», coreografia di Beatrice Magalotti, in scena assieme ad Anna Lea Antolini, Alessandra Gianbartolomei, Gea Lucetti, Cristiana Morelli. Le cinque danzatrici, sedute su altrettante sedie davanti all’ingresso del Palladium – con la partecipazione divertita di due signore del quartiere – danno vita ad una serie di azioni quotidiane, il sonno, l’attesa, il riso. Recitano scioglilingua come mantra, si afflosciano completamente sulle loro sedie, per poi riprendere i loro gesti, anche stavolta grottescamente convulsi. Finché le singole azioni si sciolgono in una vera e propria coreografia, sottolineata da una musica ora classica ora rock, e da una cascata di limoni (non pietre) rotolanti. Ulteriore elemento di quotidianità, e di materialità, il limone diventa estensione e baricentro dei movimenti delle danzatrici, usato come appoggio, come antistress, persino come boccia da lanciare. Quelle che finora erano azioni compiute in modo autonomo, quasi autistico, si fondono in una coreografia sincronizzata dal sapore sportivo: gli agrumi vengono “bilanciati” come altrettanti dischi da lanciare, e la quotidianità convulsa sembra prendere le sembianze surreali – e un po’ inquietanti – di quei filmati dell’istituto Luce dove schiere di ginnaste si muovono all’unisono. Ovviamente, il tutto secondo il gusto stralunato della scena di ricerca.

Si torna infine nel foyer, dove ancora Les Têtes en l’air introducono prima lo spettacolo di Habillè d’Eau, recitando in ordine alfabetico tutto il programma di Teatri di Vetro, per poi scortare il pubblico verso il lotto 12, dove si terrà «La Festa del Paparacchio», spettacolo finale di questa prima giornata di festival – dove Andrea Cosentino citerà la composizione di danza di Silvia Rampelli come uno dei “balli tipici” della sua finta festa di paese. È questo l’Altrove citato da Fiora Blasi e Luisa Merloni, il “luogo ipotetico” che è alla base ideale di tutte le performance che si sono avvicendate in questa mite serata di primavera: è il teatro stesso, che coincide con l’indefinito perché è il luogo delle possibilità. E, a giudicare da come sono in grado di parlarsi tra di loro artisti e spettacoli tanto diversi nei linguaggi e negli intenti, è anche il luogo dell’incontro.

[da Differenza n°21a/2008]

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