Ombre di guerra e d’amore. Il cubo magico dei Muta Imago

(a+b)3Un cubo di due metri per due delimita il campo dell’azione; attorno e dentro di esso si muovono due figure, un lui e una lei, raccontandoci una storia che sembra la più semplice del mondo, quella di un incontro amoroso, del gioco di sguardi e di languide boccate di sigaretta dove proiettare – con le scritte di un videoproiettore – i propri sentimenti verso l’altro. È «(a+b)3», prova convincente e matura della giovane compagnia romana Muta Imago, che anche grazie al gioco d’ombre di questo spettacolo sta facendo parlare di sé a livello nazionale.

Nel mondo geometrico dei Muta Imago tutto è ridotto all’essenziale, tutto sembra discreto e misurabile: «(a+b)3» è la più semplice espressione algebrica e umana. Una lei e un lui [Claudia Sorace e Riccardo Fazi, anche rispettivamente regista e drammaturgo]; A e B, personaggi senza nome né parola, come nelle immagini distillate di certi testi di Beckett. Ma qui l’essenzialità non mira al minimalismo, e anzi è ricca di una storia da raccontare. Raccontare attraverso le ombre proiettate sui teli che coprono i lati del cubo, i quali a tratti, al ritmo convulso della musica elettronica, si squarciano come veli di Maya e ci rivelano ciò che c’è dietro, dentro il cubo.

Feste, cene, tintinnii di bicchieri e sigarette: tutto si fonde in un racconto senza parole, dove ogni elemento si legge visivamente come parte di una vera e propria narrazione – ed è questa tensione verso il «dire» il lato più fecondo del lavoro. Ma la liaison tra i due personaggi non può proseguire a causa della guerra, che invade l’intimità della coppia e costringe B a partire soldato. Ciò che resta è l’immagine della sua testa, dipinta seguendo la proiezione dell’ombra, ritagliata e amorevolmente custodita da A. Nel mondo sconvolto dal conflitto [di sottofondo si coglie la voce di Bush che lancia l’operazione Enduring Freedom] di «tangibile» resta solo l’immagine delle cose, l’ombra delle persone. Dietro il velo non c’è più nulla, nessuno è più fuori della caverna. E la fine dello spettacolo è un’inevitabile sovversione delle sue geometrie.

In «(a+b)3» ogni elemento si sposa col resto senza cedere al puro gusto del visivo: l’ombra con l’immagine, il dentro con il fuori, il materiale tecnico «a vista» con lo stile quasi giapponese dell’architettura. Tutto convive in un’economia coerente e coinvolgente, complice anche l’estrema pulizia delle azioni, del suono [curato da Fazi] e delle scene di Massimo Troncanetti, terzo elemento della compagnia.
Lo spettacolo sarà in scena alla Biennale dei giovani artisti di Bari [23 maggio], a Roma al festival Teatri di Vetro [25 maggio], a Furore, organizzato dall’Ente teatrale italiano a Tuscania [30 maggio], e infine al Festival di Castrovillari [Cs] Primavera dei Teatri [31 maggio].

[da Carta 19/2008]

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