Necessità dell’eros. Il lavoro del Gruppo Nanou

Nanou in «Tracce...»In un’atmosfera sospesa, ma allo stesso tempo densa e oppressiva, prende il via l’azione dei due individui che animano l’ultimo spettacolo del Gruppo Nanou, Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto – Tracce verso il nulla, andato in scena nel mese di maggio a Fabbrica Europa a Firenze, al RialtoSantambrogio di Roma, e sabato scorso a Giostra di Maggio a Fidenza (sarà poi a Treviso e, a luglio, a Dro). Questa dimensione da mondo al collasso – o di autismo che fuoriesce dalle dinamiche dei performer per materializzarsi in scena – si conferma una cifra caratteristica del gruppo di Ravenna, intento a indagare le possibilità di creare una visione scenica disegnandola attraverso tre elementi cardine: la luce, il corpo, il suono (curato da Roberto Rettura). Un orizzonte percettivo da cui è espulsa ogni struttura narrativa, dove sono i sensi – vista, udito, prossemica (e quindi, per estensione, tatto) – a disegnare l’azione, fino a toccare le corrispettive corde nello spettatore.

In Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto Rhuena Bracci e Marco Valerio Amico indagano le dinamiche di un rapporto erotico – come già in un loro precedente lavoro, Namoro (parola portoghese che indica il periodo di relativa intimità che precede il fidanzamento). Ma se in quel caso la ricerca o la fuga dall’altro era mediata dal rapporto d’amore, in Tracce verso il nulla l’erotismo si articola come tensione continua, un insieme di traiettorie e gesti che tendono all’incontro senza mai centrarlo realmente: i due corpi-personaggi al massimo si sfiorano, a volte persino ostacolandosi, ma senza mai costruire un’armonia, come atomi impazziti nella stessa orbita. Quando la tensione giunge al massimo, esplode in una serie di urla animalesche, e l’erotismo rivela il lato ancestrale della sua animalità: i corpi diventano allora figure ferine, galline starnazzanti, ombre dal passo felino che gridano la loro esistenza e il loro diritto all’incontro, al contatto, all’amore. Più che figure stilizzate di animali, i danzatori sembrano trasformarsi in bestie antropomorfe, che della dimensione umana conservano un’irrazionale – e in fondo, del tutto incomprensibile – anelito di infinito. Una tensione a volersi, cioè, proiettare oltre il proprio finito, oltre i limiti del proprio corpo (e della propria solitudine), verso la sfera sconosciuta dell’altro da sé: un gesto che trasforma la tensione erotica, da dolorosa pulsione biologica, in una disperata richiesta di amore. Di quel contatto, cioè, che non si esaurisce nell’erotismo, in grado in questo caso solo di rimarcare i bordi del vuoto con tratto più spesso.

Eppure c’è un tentativo frammentario di comunicare, attraverso le frasi scritte da Marco Valerio Amico su un cartello. Ma quel cartello, sospeso sulla nuca mentre la testa reclinata guarda in basso, incassata tra le scapole e lo sterno, nel rassicurante spazio delimitato dal proprio corpo, ricorda un rabbioso e inesperto (quasi adolescenziale) tentativo di mettersi in contatto. Di cercare l’altro, l’oggetto del proprio desiderio – ma un desiderio che non riesce ad articolare se stesso senza pensare l’altro come oggetto è forse sempre destinato al fallimento. Alla constatazione dolorosa dell’irrazionalità della propria pretesa.

Tutto questo si sviluppa in una scena fatta di un’eterna penombra, rotta dai disegni concentrici di una lampadina fluttuante. Una scena scarna ed essenziale. Come già nei lavori precedenti (e altrettanto sarà nel prossimo progetto, Motel, come si legge dal sito della compagnia) il grado zero della visione per Nanou è un mondo esploso, una sorta di scena post-beckettiana dove, anziché i fantasmi decrepiti di uomini in attesa della morte, troviamo corpi vitali intenti a danzare sulle macerie astratte del presente. La «Catastrophe» è già avvenuta, ma nei limiti angusti che ha disegnato si può ricominciare a muovere dei passi. A pensarli, cercando di capire cosa si portano dietro.
Non è un caso che Nanou, e altre formazioni con loro, portino avanti questo tentativo attraverso la fisicità: anche quando l’esplosione centrifuga dei linguaggi resta vittima dell’autocompiacimento della propria frammentazione, è attraverso il corpo, la sua presenza, che essi riescono a ricompattarsi per diventare segno, a volte persino storia.

[da Differenza n°20/2008]

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