Lo spazio e le sue grandezze. Intervista a Ooff.ouro

Al debutto più atteso – quello pratese svoltosi la scorsa settimana per Fabbricaeuropa – Alessandro Carbone, anima di Ooff.ouro, ci parla del suo nuovo percorso di ricerca e delle delicate dinamiche che muovono un progetto basato imprescindibilmente sulla percezione dello spazio e dello spettatore.

Iniziamo a recuperare la genesi di questo progetto…

WBNR è una parte della trilogia che stiamo sviluppando a partire da un’indagine sull’oriente contemporaneo. L’intero progetto si chiama From Quad to Zero e nasce da una residenza di due mesi che abbiamo avuto l’anno scorso in Cina. In quel periodo sviluppammo una linea di ricerca che affrontava il tema dello spazio come territorio e lo facemmo viaggiando per città estremamente diverse fra loro per storia e relazioni sociologiche con il contemporaneo e che pure appartengono tutte all’insieme più vasto del territorio cinese. Abbiamo allora attraversato Pechino, Hong Kong, il Tibet, cercando di interpretare nel modo più esatto quei segnali che ci parlassero di come l’individuo si modifica in dipendenza dell’impatto che su di esso ha la città. Si sono aperte allora diverse strade per noi, che andavano dalla psicogeografia al concetto di deriva e di nuove mappe.
Una volta tornati in Europa abbiamo messo tutto il materiale raccolto in una serie di “piattaforme” di lavoro, cui abbiamo invitato diversi studiosi, urbanisti, architetti, danzatori, tecnologi, perché ci aiutassero a sviluppare un lavoro multilivello. La prima piattaforma è stata sviluppata a Londra, poi ad Aosta e ora a Prato.

La quarta e la quinta tappa (che sarà a giugno) di questo percorso, infatti, hanno come base la città con la più grande comunità cinese in Italia, Prato. C’è un rapporto particolare, un rapporto “inverso” rispetto alla genesi del lavoro?

Una relazione c’è. Tuttavia l’idea centrale di WBNR è quella di esportare tendenzialmente ovunque gli spunti da cui siamo partiti. La “macchina” dello spettacolo, dopo aver istruito il percorso ora tende a dimostrare le potenzialità di una messa in relazione fra psicogeografia, coreografia e tecnologia costruendo un’interpolazione fra spazio scenico e città.

In che senso?

L’idea è di far convivere un danzatore in scena e un performer o walker in città. Abbiamo costruito un software che consentisse, attraverso un sistema di tracking per il danzatore e un sistema gps per il walker in città, di mettere in comunicazione i percorsi. È una pratica di localizzazione estremamente precisa che volevamo mettere in pratica anche in un luogo estremamente vicino (anche se a occidente) rispetto a quello da cui eravamo partiti.

È da questo tipo di rapporto incrociato fra diverse percorrenze spaziali che nasce la vostra idea di psicogeografia…

L’idea centrale è quella di interpolare due spazi. Un corpo grande in uno spazio piccolo (in scena) e un corpo piccolo su uno spazio grande (in città). Tale rapporto di misure e di grandezze, messe in una relazione nuova ci ha permesso di creare nuovi percorsi, flussi di movimento completamente inusuali all’interno dei diversi luoghi. È quello che accade al walker in città, il cui percorso è determinato dal danzatore in scena e lo stesso accade per quest’ultimo, i cui movimenti sono guidati dalla traccia degli spostamenti del primo.

Ma come accade esattamente?

Il motion tracking in scena e il gps in strada permettono una connessione tra i due performers in tempo reale. I segnali raccolti vengono elaborati in diretta da un software e vengono rimandati ai due “terminali” come fossero i segnali di guida dei loro movimenti. Noi lo chiamiamo guida trasparente e si manifesta attraverso segnali visivi su degli schermi o attraverso indicazioni verbali tipo: “segui persona” o “ripeti percorso precedente”.

E in scena, effettivamente, cosa accade?

In scena c’è un tappeto bianco con cinquemila pedine allineate ortogonalmente in una forma quadrata di cinque metri per cinque. Con queste piccole unità il danzatore crea una forma che rappresenta la città. Ci sono poi due schermi. In uno c’è la traccia del danzatore e nell’altro una linea grafica risultante dal movimento del walker. E infine c’è una traccia audio che è data dalle indicazioni. È una coreografia generativa che pretende dallo spettatore una particolare logica percettiva che passa dalla messa in rapporto tra la presenza dell’attrore in scena, l’assenza dell’walker, e la trasparenza della tecnologia che mette in comunicazione le due figure.

[da Differenza n°20/2008]

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