La morte in busta paga. Alessandro Langiu e Nicola Lovecchio

«Di fabbrica si muore» [Manni editore], uscito nelle librerie il 1 maggio, racconta una storia, quella di Nicola Lovecchio, operaio dell’Enichem di Manfredonia. Una storia che, fino a un certo punto, è come le tante storie della gente del Sud. Nel 1971 viene assunto nello stabilimento dell’Enichem, come tanti altri ragazzi del posto. A quel tempo Nicola ha 24 anni, e certo non immagina l’impatto che il grande petrolchimico avrebbe avuto sull’ambiente, sui comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata, e sulla vita della gente che ci vive. Per lui, come per tanti altri ragazzi, il nuovo impianto catapultato in Puglia dall’alto dei Palazzi del governo di Roma rappresenta la possibilità di una vita diversa, di un lavoro stabile, di una busta paga sicura a fine mese.
È la politica di industrializzazione forzata del Sud voluta negli anni sessanta, quando si pensava che lo sviluppo e il progresso fossero la soluzione per tutti i mali (non che, a quasi 50 anni di distanza, i programmi di Berlusconi e Veltroni abbiano proposto qualcosa di diverso). Una politica che ha certamente dato i suoi frutti, ma sono stati frutti amari. La storia di Nicola Lovecchio, operaio e padre di famiglia, cambia improvvisamente nel 1994 quando gli viene diagnosticato un tumore al polmone, a lui che neanche fuma. Ma anziché chiudersi in se stesso per affrontare il proprio calvario, Lovecchio trova nella sua malattia la forza per lottare. Assieme al dottor Maurizio Portaluri compie un’indagine sui suoi colleghi, ricostruendo gli effetti disastrosi che l’esposizione alle sostanze tossiche usate dall’Enichem per migliorare le prestazioni del fertilizzante che commercializza ha avuto nel tempo sugli operai. «Non posso stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del tutto e senza aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo», scrive Nicola in una lettera destinata a un convegno di Medicina Democratica a cui è invitato ma non può partecipare a causa delle sue condizioni di saluti. È il gennaio del 1997; tre mesi dopo Nicola Lovecchio muore.

La storia di Nicola Lovecchio è stata ricostruita con grande sensibilità e attenzione dal narratore tarantino Alessandro Langiu, che nel suo «Anagrafe Lovecchio» – ha debuttato la scorsa estate proprio a Monte Sant’Angelo – dà voce alla battaglia di un uomo che, da personale, diventa di portata generale e collettiva. Voce tra le più interessanti del panorama della narrazione teatrale, Langiu ha già raccontato gli effetti devastanti dello sviluppo nel Sud, portando in scena due spettacoli che raccontano dell’Ilva di Taranto, la sua città, e di chi ci ha vissuto attorno e dentro.
Alla base del lavoro di Langiu c’è un doppio passo che proietta i suoi spettacoli al di là dello stretto recinto della narrazione, e che gli permette di superare l’impasse in cui questo genere sta incappando a causa della sovraesposizione. Da un lato le approfondite ricerche che Langiu compie prima di scrivere i suoi testi gli permette di basarsi su un materiale vivo e ricchissimo, in grado di restituire l’umanità che c’è dietro le vicende che racconta; dall’altro la dimensione letteraria dei suoi testi li proietta fuori dalle pastoie della retorica della denuncia che il teatro sociale – fatto da gente di sinistra per un pubblico di sinistra – rischia costantemente.
Non è dunque un’operazione peregrina quella di Manni, che con il volume «Di fabbrica si muore» recupera, anche nel supporto, la dimensione letteraria del racconto di Langiu. Ma il volume, oltre al suo testo, raccoglie anche la ricostruzione degli avvenimenti fatta da Maurizio Portaluri, il medico che aiutò Lovecchio nella sua indagine. Un accostamento di memorie, documenti, lettere (quella dello stesso Lovecchio indirizzata al convegno) con l’elaborazione artistica, che restituisce il senso profondo della vicenda di un uomo e ci ricorda come, dietro i grandi eventi della storia, ci sia la vita delle persone. E se pure la vicenda di Nicola Lovecchio non cambierà gli equilibri di potere, tutti orientati al profitto, che hanno portato alla sua morte – il processo contro l’Enichem si è concluso in primo grado nel 2007 con l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” – resterà certamente nelle nostre coscienze, a ricordarci come troppo spesso siano i singoli a pagare, con l’unica moneta che hanno, la loro esistenza, il prezzo salato di un “interesse generale” il cui peso specifico è tutto sbilanciato sulla prima delle due parole.

«Nicola Lovecchio muore a causa del tumore polmonare – scrive Portaluri – Egli ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza degli effetti di una produzione industriale sulla salute dei lavoratori. Infatti, a prescindere dall’esito del processo penale oggi sappiamo che una cosa sono gli impianti progettati ed un’altra quelli funzionanti; che la medicina e la scienza non sono neutrali ma possono essere a servizio di differenti e contrastanti interessi […]. Il coraggio di Lovecchio e la socializzazione che egli decise di fare della sua malattia ci permettono oggi di raccontare una storia che altrimenti sarebbe stata dimenticata o, meglio, dispersa». E allo stesso tempo ci ricorda che il racconto resta uno dei grandi antidoti a una società che fa dei rapporti umani qualcosa di sempre più inconsistente, di quasi impraticabile; che ci vorrebbe molecole sacrificabili della formula chimica del profitto.

Alessandro Langiu, Maurizio Portaluri – «Di fabbrica si muore»
[Manni, 104 pagine, 11 euro]

[da Differenza n°19/2008]

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