La terapia dell’abitare. Intervista a Osi e Svarnet

Il privato è politico, si diceva negli anni della contestazione. Allora l’obiettivo di questo slogan era lo stile di vita borghese e le sue ipocrisie. Oggi, in piena commemorazione del ’68, questa frase ci mette sotto gli occhi, in tutta la sua evidenza, quanto la società in cui viviamo sia scollata dalla realtà che la circonda. Nell’era della precarietà lavorativa e dei rapporti umani, dove il tempo libero è drasticamente eroso da quello della produzione, un popolo di anziani solitari, single, divorziati e conviventi a vario titolo ha elaborato un concetto di intimità molto diverso da quello di quarant’anni fa. Un concetto che, nelle sua rappresentazione mediatica, raggiunge punte estreme di schizofrenia: da un lato l’iper-esposizione dei reality post Grande Fratello, l’informazione gossippara e i casi umani di Alda D’Eusanio; dall’altro il tema della sicurezza che monopolizza i tg, facendo dei furti nelle ville del nord est il paradigma dei problemi connessi all’abitare. Le mura casalinghe diventano sempre più un riparo fortificato dalla pressione, reale o presunta, che esercita il mondo esterno su di noi («finalmente un po’ di pace», sembra che abbiano detto i coniugi Romano in un mese di intercettazioni telefoniche dopo la strage di Erba).

Non è un caso, allora, che alla domanda come funzionano gli eventi di Osi, Annina Di Oronzo, ideatrice del progetto, risponda: «Il lavoro è soprattutto prima degli eventi, sta nel parlare con la gente, convincerli a superare le proprie paure». Osi – la sigla sta per Occupare Spazi Interni – è un progetto nato nel 2005 a Roma, che consiste in un live set art organizzato in un appartamento realmente abitato: un evento, una festa che al suo interno contiene decine di performance artistiche di vario tipo. Perché Osi è composto da una rete eterogenea di artisti, che di volta in volta ridisegnano lo spazio abitandolo, sulla base di un progetto che parte sempre dallo spazio stesso e da chi lo vive. «Quattro settimane prima andiamo nell’appartamento con le telecamere, intervistiamo chi ci vive, guardiamo nei cassetti, nel frigo, dentro gli armadi. I progetti che facciamo partono da questi elementi, non sono performance precostituite, perciò cambiano di volta in volta. La nostra è una riflessione sull’abitare, ma anche sulle abitudini che da questo scaturiscono. Osi ripensa lo spazio, ma anche lo stile di vita dei suoi abitanti, cercando di reinventarli come una forma di spettacolo».
L’esordio del progetto è a Studiovo, atelier nei pressi del Pantheon frequentato dalla rete di artisti, dove circuitano designer, architetti, antropologi e sociologi – tutte discipline che hanno contribuito all’elaborazione del progetto. Il passo successivo sono state le case degli amici, dove si è messo in pratica il tentativo di sovvertire l’idea contemporanea dell’abitare, che vede la casa come luogo dove si dorme e si scaricano le tensioni della giornata; non un luogo dove si vive. Infine Osi si è inserito in vari progetti, da Enzimi a San Lorenzo, dove ha “abitato” 10 appartamenti in contemporanea, alle aule della Sapienza. Fino a varcare le soglie della capitale, approdando a Milano e in altre città.
Osi, tuttavia, resta un progetto nato a Roma, una città dove il problema casa si sente eccome, dove si vive in condivisione in spazi ridottissimi. Una dimensione quotidiana che si riflette anche sul lavoro di Osi. «Non abbiamo mai voluto caricare di contenuti direttamente politici i nostri eventi – spiega Annina – ma è chiaro che, dato che biografie e abitudini sono alla base dei nostri lavori, se queste risentono della situazione abitativa romana lo stesso accade ai live set. Il nostro lavoro però si concentra sull’incontro e l’apertura. Bisogna far superare alla gente le barriere, soprattutto mentali, che ha con l’esterno. Ad esempio, superare la paura che qualcuno possa rubare in casa loro, o danneggiare qualcosa. già questo è molto complesso, ma rende Osi, oltre che una festa, una vera e propria terapia dell’abitare».

Svarnet, formazione fiorentina, ha messo in piedi un progetto per certi versi simile lo scorso anno al festival Es-Terni, partendo però da presupposti diversi. Nato nel 2002 come “multiple name”, Svarnet raccoglie artisti teatrali accomunati dall’esigenza di ripensare il rapporto con lo spazio. Un’esperienza in cui, oltre al teatro, gli artisti portano le proprie differenti formazioni, dalla filosofia all’architettura. I primi esperimenti sono performance dal gusto situazionista nelle rotonde degli incroci cittadini. «Ci interessavano quei luoghi che non esistono finché non li abiti, finché non ci metti un piede dentro e gli dai senso con la tua presenza», racconta David Batignani, uno dei membri di Svarnet.
Poi, con «La pioggia prima che cada», lo spettacolo portato ad Es-Terni, la riflessione si è spostata sullo spazio chiuso, una spazio chiuso con una forte connotazione: l’appartamento, il luogo della vita privata. Lo spettacolo, che riprende il titolo di un recente romanzo dello scrittore inglese Jonathan Coe, non ha nulla a che vedere con la storia del libro – «tanto è vero che alcuni di noi non l’hanno neanche letto», sottolinea David – ma si ispira al meccanismo da cui la storia scaturisce: una ricerca meticolosa di dettagli e pezzi di memoria che si riconnettono solo in un secondo momento.
«La prima differenza forte di questo lavoro, rispetto ai precedenti, è il rapporto col tempo. Lo spettacolo è durato dall’8 al 30 settembre, praticamente 24 ore su 24. Avevamo una residenza e abbiamo chiesto che fosse trasformata in una dimostrazione pubblica continua. Nell’appartamento abbiamo vissuto veramente, incontrato i vicini, e dopo un po’ abbiamo cominciato a proiettare all’esterno le immagini montate – in diretta e non – di quello che accadeva in casa. Ma si trattava di immagini ravvicinate, ad esempio di mani che lavano piatti, cose riconducibili alla propria sfera privata ma non alla biografia di qualcun altro. L’esatto contrario del voyeurismo da Grande Fratello. Rendendo pubblico un luogo privato, volevamo che l’intimità fosse qualcosa in cui riconoscersi, non qualcosa da spiare».
Dopo l’iniziale diffidenza, la gente del palazzo comincia a partecipare, la sera invece di stare davanti alla tv va a guardare le proiezioni di Svarnet, e così fanno altri abitanti del quartiere, molta gente che neppure frequenta il festival. Il contatto con i vicini avviene attraverso lo scambio degli album di famiglia: quello di Svarnet contiene foto degli attori e le loro storie, quelle dei vicini i loro ricordi.
«Con ‘La pioggia prima che cada’ volevamo capire fino a dove possono spingersi, nell’idea di casa, le possibilità di apertura e quelle di chiusura. Di solito le case sono gabbie impermeabili: ciò che è dentro non va fuori, ciò che è fuori non entra. Volevamo sovvertire questo preconcetto».

[da Differenza n°18/2008]

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