A teatro nei comuni laziali

Tre ragazze sul lungo mare di Gaeta ci guardano incuriosite, mentre facciamo loro una domanda insolita: «Ma la gente ci va a teatro?». Siamo nell’estremo sud della provincia di Latina, in una città famosa per il carcere militare (dal golfo che una gigantesca nave da guerra che osserva minacciosa) e per essere stata l’ultimo insediamento a nord del regno borbonico. Qui l’unico palco disponibile è il cineteatro Ariston, che ospita una programmazione fatta di eventi singoli: l’appuntamento del giovedì, ma a cadenza praticamente mensile. È da qui che l’Ente Teatrale Italiano è partito per il suo progetto che vuole portare il teatro nelle periferie: quattro eventi singoli, tra cui il balletto di Roma e Moni Ovadia, che si sono aggiunti alla programmazione dell’Ariston.
«La gente ci va a teatro, ma più che altro gli abbonati, gente di una certa età», ci rispondono le ragazze. E voi? «Mai. Andiamo al cinema». Le risposte dei ragazzi del posto sembrano contraddire un po’ – diciamo correggere – quelle degli operatori dell’Ariston e delle bariste dell’antistante bar, che ci raccontano serate piene di gente di tutte le età. Un signore che ci ascolta discutere alza le spalle e dice: certo che c’è gente, fanno uno spettacolo al mese per una sera sola.
E la programmazione? Quella più gradita ha a che fare con la cultura napoletana. O televisiva, come Vincenzo Salemme. «Il resto è noioso – dice la ragazza dietro al bancone – spesso ho visto gente andarsene via poco dopo l’inizio». Di quale programmazione parlerà? All’Ariston non passa c’erto la ricerca: sul cartellone di quest’anno spiccano i nomi di Corrado Tedeschi, Gianfranco D’Angelo, Lello Arena. Il più apprezzato, Luigi De Filippo.

A Gaeta vengono pure dalla vicina Formia, dove un teatro non c’è. C’era una volta una sala chiamata Caposele e un Cineteatro Miramare, ma oggi sono chiusi e resta solo il nuovo multisala. L’assessore alla cultura Giovanna Grimaldi ci spiega però che a breve saranno aperti due nuovi posti, il Miramare restaurato, che sarà dedicato al teatro tradizionale, e un nuovo spazio, un prefabbricato che ospiterà laboratori soprattutto per bambini. Dello spettacolo contemporaneo non si fa menzione – nonostante Formia, a differenza di Gaeta, ha una compagnia di professionisti, il Teatro Bertold Brecht. Però ci sarà l’Eti a gestire le prime stagioni.
«Una volta Formia aveva una sua vita culturale, negli anni sessanta. Qua passavano anche bei nomi, e spesso veniva Carmelo Bene, ma era tanto tempo fa. Poi più niente». A parlare è un signore del posto, che alla domanda di quale sia la vita culturale del luogo allarga le braccia. «Che vita culturale volete che ci sia? Non c’è continuità, e se manca quella manca tutto». Al momento la stagione dello spettacolo dal vivo è soprattutto estiva, legata alla musica: ci sono due consolidate rassegne di jazz e musica classica. D’inverno invece si va a Gaeta. Ma dalla prossima stagione, con due sale nuove, la musica cambierà. Cosa si aspettano i cittadini da questi interventi? Non molto pare. Molti neanche sanno delle prossime aperture. Sono abituati da troppo tempo ad andare a cercare altrove l’offerta culturale che qui manca, o semplicemente ad accettare il fatto che non ci sia.

A vedere le cose da questa angolazione, sembra che il lavoro da fare sia tanto, e a partire dal nulla. In parte è così, e certo pesa una concezione di spettacolo che ha a che fare soltanto con l’intrattenimento. Però la curiosità della gente è più viva di quello che si crede (o si vuol credere). I ragazzi di Gaeta ci raccontano di piccole esperienze amatoriali ospitate dalla scuola o dalla parrocchia, e a Forma la domanda di formazione c’è, come ci raccontano le stesse istituzioni. E quello è certamente un bacino importante da cui attingere, con cui dialogare, a cui rapportarsi. L’esperienza di Isola del Liri, in provincia di Frosinone, interessata sia dal progetto dell’Eti per il sostegno alla danza sia dalle Officine Regionali, lo racconta in modo chiaro.
«Certo che i dubbi sul tentativo di portare lo spettacolo contemporaneo in un posto dove non c’è mai stato nessun tipo di offerta culturale ci sono venuti; però ci siamo subito resi conto che il fulcro reale del problema è un altro: se attorno agli spettacoli si costruisce qualcosa con la gente del posto, si fa comunità, si creano delle connessioni, allora non solo ha senso, ma diventa una cosa necessaria per loro e per noi». A parlare è Francesca Corona, di Pav, e organizzatrice per Area06 del progetto Officine Regionali, ma che segue anche il progetto dell’Eti sulla danza. Ci spiega come nella loro esperienza l’aspetto della formazione ha un ruolo fondamentale: è da momenti come quello che si parte per creare non solo il pubblico, ma anche e soprattutto il dialogo che permette di familiarizzare con temi e linguaggi degli artisti, e fa sì che il «consumo culturale» non sia come «consumare» un oggetto.
Nella piccola comunità del frosinate il lavoro per creare un pubblico attento ha le sue radici nelle Officine, ma è comunque molto fragile. Il motivo? Lo stesso che lamentava il signore di Formia: la continuità. «Senza continuità ci si gioca la gran parte del lavoro fatto – spiega Francesca – Con le Officine abbiamo finito nel dicembre 2007, ma il nuovo bando è uscito solo ora, le graduatorie si sapranno a luglio e bene che va si ricomincia a lavorare a settembre. Ma un buco di otto nove mesi significa buttare tutto alle ortiche. Per fortuna, lavorando io anche per il progetto Eti, la comunità percepisce l’intervento come una continuazione del precedente. Ma il motivo è che identificano me, la mia presenza fisica, con la programmazione teatrale».

L’esperienza di Isola del Liri potrebbe insegnare molto. Sia per i problemi strutturali – la continuità – sia per i risultati ottenuti. «Non c’è diffidenza verso i linguaggi del contemporaneo, anzi, molta curiosità. Un po’ lo sospettavo e un po’ lo speravo. La gente arriva senza i pregiudizi di chi conosce magari il teatro di tradizione e paragona tutto a quel tipo di arte. Vede gli spettacoli e ne coglie il bello, la qualità artistica. Alle volte sfuggono delle dinamiche – c’è chi ha chiesto perché nella danza contemporanea la gente non… balla – ma prevale sempre la curiosità. Perché la gente si sente partecipe, incontra gli artisti al bar o in rosticceria, chiacchiera con loro, domanda. In una parola: fa comunità. E poi è anche il modo migliore per superare il rischio di “colonialismo” insito in progetti come questi».

[da Differenza n°17/2008]

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