La danza dell’incontro che fa saltare gli schemi

«Il giocattolo con i fili»Il Teatro delle Apparizioni di Roma e il Teatro dei Sassi di Matera hanno presentato al pubblico il frutto della loro peculiare collaborazione, che vede l’esperienza di un gruppo storico della ricerca italiana fondersi con l’estro di una delle formazioni più riconoscibili del panorama contemporaneo più recente. «Il giocattolo con i fili» – che sarà di nuovo in scena ad Andria il 26 aprile – è indubbiamente figlio dell’esperimento che la formazione romana aveva presentato al pubblico al Rialto Santambrogio con il titolo «L’Omino di Carta», e successivamente al festival Teatri di Vetro con il titolo attuale.

In questa più ampia e complessa versione dello spettacolo, gli spettatori vengono introdotti in un ambiente di penombra e rilassatezza, dove una serie di omini scuri muovono luci, musiche, tecnologie, variando l’ambiente a seconda della situazione; mentre due bianchi “burattini di carne” si aggirano per lo spazio con il loro incedere disarticolato, di chi ha da poco perso i fili che lo tenevano legato e sta imparando per la prima volta a stare nella propria pelle. I burattini di carne cercano, guardano, a volte persino annusano e toccano, finché trovano l’autore della danza, il coreografo che finalmente farà danzare i burattini di carta, che attendono inermi al centro della scena. Ogni sequenza è il risultato di una variazione che solo in parte è in mano agli omini scuri, che possono passare da una musica lounge a una pop, da una luce tenue e una acida: il resto è indubbiamente frutto dell’incontro tra il burattino e chi lo anima.

Al centro dello spettacolo, recita la presentazione, c’è il mistero di una danza antica, in grado di risvegliare i burattini che attendono di essere animati. Ma la “danza antica” non è un contenuto che deve essere svelato, bensì un’alchimia che deve innescarsi, il deflagrare di una relazione tra burattini di carne e di carta, danzatori e coreografi; insomma, l’instaurarsi di un momento autentico di condivisione, in grado di scavalcare le barriere difensive che tengono lo spettatore al di là di un velo di maya che, di solito, si guarda bene dal sollevare.

Ma non bisogna pensare che lo spettacolo del Teatro delle Apparizioni e del Teatro dei Sassi sia l’ennesimo tentativo di sfondare la quarta parte: perché la quarta parete semplicemente non c’è, non è prevista. E con essa non è previsto il suo sfondamento, il tentativo forzoso di coinvolgere il pubblico in un meccanismo spettacolare preordinato. Parlare in questi termini del «Giocattolo» significa porre male il problema; lo spettatore scelto può scegliere di declinare l’invito, o si interpretare la danza nel suo modo del tutto peculiare, ma il centro della questione non cambia: se non c’è incontro, non c’è spettacolo. Se non c’è condivisione e apertura, neppure.

«Il giocattolo con i fili» è una tappa intermedia di un progetto di «Danza del Mahabharata» per uomini e burattini. Una tappa di un lavoro che, prima ancora che cercare di capire “cosa” dire cerca di inventarsi un modo per dirlo. Una modalità che è una lenta e progressiva costruzione di una relazione con l’altro, e in questo si riconnette a uno dei sensi più profondi che stanno alla base dell’arte teatrale, e nello specifico quello che al giorno d’oggi è il più politico: l’incontro.

L’attività degli omini (Massimo Lanzetta, omino delle musiche; Fabrizio Pallara, omino delle luci; Stefania Frasca, omino dello spazio; Simone Memè, omino dei video) e dei burattini di carne (Luciana Paolicelli e Giovanna Staffieri) è tutta volta a creare la dimensione per questo incontro. Così come lo è la voce del Marinheiro, sorta di spirito guida dell’intera operazione, che nella sua etimologia portoghese rimanda immediatamente all’omonima opera teatrale di Fernando Pessoa, “Il marinaio”, piéce dal tempo immobile e dall’atmosfera rarefatta, tutta incentrata sull’impossibilità di distinguere la vita vera dal sogno. Sul costante rimando tra l’una e l’altro. Sull’inevitabile rimozione che l’adesione totale all’una comporta verso l’altro.

E un continuo rimando, un continuo specchiarsi, è anche la piéce dei Sassi e delle Apparizioni: si entra in un teatro per vedere un teatro più piccolo dove si animano i burattini; i burattini di carta sono animati da persone in carne ed ossa, a loro volta sospinte da burattini di carne; si viene alla ricerca di qualcosa da conoscere, da apprendere, e ci si trova ad apprendere attraverso se stessi (e in alcuni casi persino ad insegnare…).

Ovviamente un simile “giocattolo” può portare anche a momenti di stallo o di incartamento. Può avere cadute di tensione, persino di interesse. Uscire dalle logiche spettacolari significa anche fare a meno di una “macchina oleata”, lanciarsi senza rete. Come già per il suo predecessore, del «Giocattolo con i fili» si può dire che starebbe bene dentro la tenda di un circo, con un pubblico di curioso pronto a lasciarsi incantare come da una chiromante, ma altrettanto pronto a uscire e lasciare il suo posto a qualcun altro. Eppure, in questa versione più complessa, un elemento drammaturgico, un filo che ci porta da un momento all’altro, da un’incontro all’altro, c’è – anche se è fuori dalla scena. È la voce del Marinheiro, che interagisce con le danze e le commenta, che si fa didascalia per i presenti e salvifica forma di interlocuzione per i coreografi disorientati. Strumento scenico (potremmo dire “tecnico”) che nel suo usare la parola in modo improvvisato e antidrammaturgico, riesce invece a guardare dentro la drammaturgia, a far sì che essa si guardi in se stessa e tiri fuori la sua essenza, al di là delle pastoie della retorica che abitualmente la struttura. E che così facendo si scopra parola che racconta, e che nel farlo porta realmente chi ascolta in un altro posto nello spazio e nel tempo.

«Se almeno potessimo gridare per svegliarci!», dice una delle vegliatici del dramma pessoiano. Nello spettacolo del Teatro delle Apparizioni e del Teatro dei Sassi, invece, l’unico modo per svegliarsi è continuare a sognare, a danzare.

[da Differenza n°16/2008 – con il titolo «Parole fuori scena»]

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