Danzare i silenzi. Beckett e la danza contemporanea

«Abq»Nella sua produzione tarda, tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, Samuel Beckett dedicò la gran parte della sua produzione ai drammi televisivi, brevi e intensi quadri visionari quasi sempre realizzati senza l’uso di parole in scena. Che sia proprio Beckett, tra i massimi drammaturghi del secolo scorso e sicuramente quello che ha espresso la cifra più intensa nell’uso della parola a teatro (tanto da far tracimare l’aggettivo “beckettiano” dal linguaggio teatrale al lessico comune), è indicativo di quanto l’autore irlandese cercasse, attraverso la costruzione verbale, di costruire di un mondo. Un mondo in grado di manifestarsi in tutta la sua complessità, pur nel lasso limitato di tempo e spazio di una rappresentazione.
Osservando queste opere tarde, che certo hanno un forte collegamento con le opere più conosciute di Beckett, ad esempio «Finale di partita», risulta immediatamente evidente come anche il suo teatro parlato sia un incredibile catalizzatore di immagini sceniche, costruite proprio grazie alle parole. Parole pesate in modo maniacale – è nota l’ossessione del premio Nobel per l’integrità dei suoi testi e per la puntigliosità con cui autorizzava o meno le traduzioni in altre lingue – ma assolutamente distanti dal formalismo, che invece ha infestato la produzione di molti emuli diretti e indiretti della scrittura beckettiana.
Ovviamente questa è – e non potrebbe essere altrimenti – una lettura a posteriori. Mentre Beckett scriveva «Aspettando Godot» i furori rigeneratrici delle avanguardie erano forse già presenti, ma la dicotomia oppositiva tra drammaturgia e ricerca, così come si è delineata nei decenni successivi, doveva ancora venire. Ed è per questo che la sua scrittura, oltre a sovvertire le regole del dramma (certo, dall’interno), era però al tempo stesso tanto sperimentazione quanto letteratura.
Allo stesso modo, anche quando la parola di Beckett esce fuori dalla scena, e si fa pura didascalia, essa non cessa di essere letteratura, di creare immagini vive e di portare chi la legge nella dimensione dell’altrove letterario caro all’immaginario dell’artista. Così, sceneggiature che sono all’apparenza strumenti tecnici – come «Quad», «Trio degli spiriti», «Nacht und Träume», ma prima ancora c’erano stati gli esperimenti tutti teatrali dei due «Atto senza parole» – sono oggi pubblicate nelle raccolte di testi di Samuel Beckett, e come tali letti e considerati.

Dalla geometria all’eterodossia

Del rigore compositivo che caratterizza queste sceneggiature si sta nutrendo, oggi, molta danza contemporanea, che parte proprio dagli schemi ferrei dei drammi televisivi beckettiani, a volte per cercare un contenitore entro cui poter muovere la grammatica frammentaria di questi anni, altre volte per confrontarsi con esse e trovare la chiave per sovvertirle.
Uno degli esempi più felici è «ABQ», titolo del progetto realizzato dalla compagnia di Cagliari Ooff.ouro e dal danzatore e coreografo Alessandro Carbone, a partire da «Quad», presentato alla scorsa edizione del Festival di Santarcangelo. Il progetto esplora il concetto di “zero”, entità a-spaziale e non-numero, proprio a partire da un meccanismo fortemente geometrico e matematico come la piéce beckettiana.
Realizzata da Beckett per la Scuola di danza di Stoccarda e trasmessa per la prima volta dalla rete televisiva tedesca Süddeutscher Rundfunk l’8 ottobre 1981 con il titolo «Quadrat 1+2», la piéce è essenzialmente una visione dall’alto dei movimenti di quattro figure (quattro mimi, e non quattro danzatori come si ritiene erroneamente) che appaiono e scompaio dalla scena lungo gli assi geometrici di un quadrato. Da solo in scena, Carbone ripercorre la sequenza di Quad tracciando a sua volta su un pavimento di polvere bianca le linee geometriche del suo passaggio, che si disegnano lungo il tempo scandito da un metronomo; ma ben presto la partitura di entrate e uscite, rigorosamente ascrivibile nelle proporzioni geometriche del quadrato che la contiene, disegna nella percezione dello spettatore un tempo circolare, che fa collassare nella ripetizione la scansione matematica del tempo, e con essa la sua manifestazione come entità misurabile. Nel finale la struttura quadrata, fluorescente, si erge dal suolo nel mezzo dell’oscurità, quasi a restituire la visione dall’alto dell’originale beckettiano.
La traiettoria disegnata da «Quad», nel progetto di Ooff.ouro, diventa ricerca filosofico-matematica e riflessione sulla storia del calcolo e sull’applicazione del numero nella creazione coreografica. Ma allo stesso tempo si fa traiettoria geografica, viaggio reale per verificare la declinazione di questo astratto nelle varie culture dell’oriente medio ed estremo. «ABQ», infatti, si è sviluppato in tre tappe, toccando dapprima l’India nel 2006, per proseguire in Cina nel 2007, mentre la tappa conclusiva prende il via in questi giorni in Iran, dove la compagnia sarà ospite di un festival organizzato dall’università di Teheran, nei giorni tra il 25 e il 30 aprile. Cinque giorni che prevedono un fitto calendario di laboratori, seminari e rappresentazioni dello spettacolo «ABQ».
Il progetto «From Quad to Zero» carica dunque la ricerca coreografica del gruppo di una valenza come percorso antropologico e geografico, compiuto in luoghi socialmente e politicamente distanti l’uno dall’altro come India, Cina e Iran, dove a detta della compagnia la riflessione matematica si fa luogo per una “complessa ricerca tra tradizione ed eterodossia”.

Tra il sogno e la notte
Sempre in questi giorni torna il binomio Beckett-danza contemporanea, all’interno della seconda tappa di «Trasform’azioni», il festival di danza butoh organizzato dalla compagnia Lios presso il Teatro Furio Camillo di Roma. Marie-Thérèse Sitzia e Mattia Doto presenteranno al pubblico, giovedì 24 aprile, un doppio lavoro ispirato al «Nacht und Träume», ma composto da due composizioni butoh, o meglio della sua variante romana che, proprio grazie al lavoro di Lios e di altri artisti come Habillè d’Eau e Non Company, è diventata una delle sponde più feconde della ricerca nell’ambito del teatro fisico.
Trasmessa per la prima volta dalla rete televisiva tedesca Süddeutscher Rundfunk il 19 maggio 1983, «Nacht und Träume» deve il suo nome a un lied di Schubert, che viene in parte canticchiato dal vecchio protagonista e della sua personificazione nel sogno, che nella piéce beckettiana diviene il suo doppio tangibile, visibile quando l’altro si addormenta. E a questo modello di alternanza si ispira la serata «Natch un Traum»: a partire da «Cronologia del rito segreto di un pastore di polli» di Mattia Doto, che ruota attorno all’enunciato della notte (nacht), per arrivare a «Genealogia di un pesce» di Marie-Thérèse Sitzia, che porta in sé l’evocazione del sogno (traum), in un lavoro che parte da una peculiare idea di limite: una saldatura che, nel tempo, si sfalda.

[da Differenza n°16/2008]

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