Vysotsky, un lupo solitario. Intervista a Eugenio Finardi

«Il cantante al microfono» [Ala bianca publishing] è un omaggio al grande cantautore russo Vladimir Vysotsky, scomparso nel 1980 a Mosca. A realizzarlo, l’ensemble classico Sentieri Selvaggi, uno dei più importanti ensemble italiani di musica classica contemporanea diretto da Carlo Boccadoro, con Eugenio Finardi che interpreta i brani dell’artista russo che capì e cantò l’anima vera del suo popolo e perciò fu duramente osteggiato dal regime sovietico. Abbiamo incontrato Eugenio Finardi, artista milanese passato dalla nuova musica italiana degli anni settanta alla canzone d’autore.

Come ti sei trovato coinvolto in questo progetto?

Le orchestre classiche, usano fare una stagione e poi chiamare dei solisti per cantare o per eseguire un concerto. Sentieri selvaggi, l’anno scorso, ha condotto una stagione sui diritti, e una delle serate è stata dedicata al dissenso, scegliendo Vladimir Vysotsky: così è nato questo progetto. All’inizio erano sei canzoni, che abbiamo proposto anche al Festival della letteratura di Mantova. In tre giorni abbiamo fatto le riprese, i mixaggi e le masterizzazioni. C’è stato un profondo lavoro di preparazione che ci ha permesso di registrare dal vivo, raggiungendo una intensità che non si ottiene con le sovra-incisioni.

I testi sono molto importanti.

La scelta è stata fatta da Carlo Boccadoro di Sentieri Selvaggi. Sono stato invitato a cantare. Un grande onore. La musica classica ha accolto questo progetto a braccia aperte. Ci saranno festival molto importanti ai quali parteciperemo questa estate, come Ravello, o come il RomaEuropa in novembre.

Cosa comunica la storia di Vysotsky al pubblico italiano?

Stiamo perdendo gli spazi di libertà. Un esempio: oggi per entrare a Repubblica, il quotidiano, ho dovuto passare i controlli come in aeroporto. Sono spazi di libertà che si perdono pian piano e non so quanto questo sia realmente necessario. Ho la sensazione che stiamo entrando un un’era di un generale, globalizzato totalitarismo, anche solo il totalitarismo delle poche proposte culturali, dell’omologazione di tutto. Vysotky era un lupo solitario, una vera anima libera: non è stato corrotto dal potere, dal denaro. Eppure avrebbe potuto scatenare una rivoluzione, da solo. Ma non gli interessava. Gli interessava inseguire la verità.

Vysotsky ha subito una forma di censura che, in qualche modo, è molto contemporanea.

Oggi non esiste la critica negativa, semplicemente vieni ignorato, non si parla di ciò che fai. Se sei inviso al potere o a qualche potente, semplicemente sparisci. Vysostky, prima hanno cercato di nasconderlo, poi di sputtanarlo facendogli fare telefilm, cose così. Ma lui aveva una personalità così forte che li fregava sempre. Faceva i concerti in cui arrivava la milizia e diceva che non c’erano le uscite anti-incendio e bisognava fermarsi, e allora tutti andavano a suonare al bar più vicino, alla taverna, al circolo dei minatori. Arrivava ancora la milizia ed erano tutti ubriachi, e andavano a suonare dentro al pozzo della miniera. Era un puro, uno vero fino in fondo.

Vysostky metteva in luce che il potere interviene sulla vita delle persone. Non era un anticomunista, ma era contrario alle perversioni di quel regime.

Quelli non erano comunisti, erano totalitaristi. I dittatori si assomigliano tutti, usano tutti gli stessi metodi. La cosa straordinaria è quanto lui sia entrato nell’animo della gente nonostante la totale assenza di comunicazione di massa: è il personaggio più popolare, per i russi, persino più di De Andrè in Italia. Una signora russa, con le lacrime agli occhi, mi ha detto che non avevamo scelto le canzoni più rivoluzionarie. C’è un attaccamento quasi viscerale non solo dei russi ma anche degli ucraini, dei polacchi, di popoli che di solito non hanno una grande simpatia per i russi. Le sue canzoni sono leggibili anche contro la dittatura del consumismo. Opponendosi al consumismo scelse di tornare in Russia, quasi suicidandosi.

La traduzione deve essere stata complessa.

I russi mi hanno fatto i complimenti. Sono figlio di una cantante lirica, quindi ho una preparazione classica. Sul palco c’è una dimensione fisica molto forte in cui cerco di riprodurre anche quella di Vysostky. All’inizio ho fatto una cosa mia, non ascoltando gli originali, per i primi sei pezzi, poi invece per gli altri, ad esempio «La caccia ai lupi», ho ascoltato l’originale, l’ho quasi memorizzato e gli ho dato quasi gli stessi impulsi.

Che vita avrà questo lavoro?

Lo porteremo negli spazi deputati alla musica classica ma non escludiamo gli altri, ad esempio un palasport. Il bello di Sentieri Selvaggi è che è composto da musicisti classici che sono consapevoli anche di altre realtà come i Rolling Stones, Duke Ellington, James Brown. Suonano musica classica con una grinta incredibile.

A chi si rivolge il disco?

Spero che arrivi al pubblico che ascolta la classica. Non per snobismo, ma perché semplicemente è un pubblico che è aperto a sonorità più coraggiose. Purtroppo la musica leggera italiana è industrializzata al punto che tende sempre di più all’abbassamento del livello medio. Perciò penso che nessuna radio commerciale lo manderà in onda. Questo album richiede molta attenzione, non è un disco che metti su e ti tiene compagnia, lo devi guardare, come un libro da leggere, gli devi dare un’attenzione quasi totale e se gliela dai ti ripaga con una  ricchezza di contenuti. Ci vuole impegno, come per leggere Dostoevskij.

[da Carta 11/2008]

*****

NOTE SU VYSOTSKY: Vladimir Vysotsky nasce nel 1938. È figlio di un ufficiale dell’Armata rossa e di una interprete di tedesco. A 22 anni si dedica alla chitarra e comincia a cantare storie di esclusi, galeotti e diseredati. La sua faccia non è ancora nota al grande pubblico, in Unione sovietica, ma le sue canzoni sì: cominciano a circolare su cassette registrazioni artigianali delle sue canzoni. Nel 1964 viene scelto dal teatro Taganka non tanto per le sue doti di attore quanto per la sua fama di cantante. Nel 1965 pubblica il suo primo disco, che contiene le musiche della colonna sonora del film «Verticale». Il Partito comunista rifiuta la sua iscrizione all’Unione degli scrittori. Nel 1975 ottiene [grazie al fatto di essere sposato con una straniera, Marina Vlady, iscrittasi al Partito comunista francese] il passaporto. Ma rimane in Russia, nonostante il boicottaggio di regime a cui è sottoposto. Nel 1979 ha una crisi cardiaca, dovuta all’alcolismo e alla dipendenza dalla morfina. Il 25 luglio 1980 muore per infarto: i suoi funerali si tengono a Mosca. Vi partecipano centinaia di migliaia di persone, malgrado la notizia della sua morte fosse stata taciuta dalla stampa sovietica.

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