Gli spazi per la danza non abitano a Roma

Il 2008 è l’anno della danza. O almeno così dovrebbe essere, a giudicare dai tanti interventi rivolti a sostegno di questa perenne “cenerentola” dello spettacolo dal vivo. Già a partire dal 2007, ma con una forte incidenza pratica sull’anno in corso, sono diverse le programmazioni, le rassegne, i concorsi che hanno per oggetto la valorizzazione della danza contemporanea e del teatro fisico – perché non si può racchiudere questa scena complessa e ricchissima nei confini del “ballo”, tuonano giustamente i suoi protagonisti.
Quella che si delinea all’orizzonte, dunque, è una stagione di rinnovata attenzione a questo settore dello spettacolo dal vivo, che più degli altri fatica a trovare il posto che gli spetta nei cartelloni dei teatri? È di sicuro troppo presto per dire cosa accadrà. Ma abbiamo comunque cercato di delineare le aspettative, le speranze e i timori di danzatori e coreografi, che proprio in questi mesi – attraverso coordinamenti nazionali e locali – stanno cercando di far sentire la loro voce.
Il punto di partenza è la città di Roma. Perché? Perché da qualche parte occorre cominciare; e anche perché Roma è un microcosmo sufficientemente grande da lasciare intravedere i meccanismi di un sistema. Certo, vanno tenute in considerazione le specificità della capitale d’Italia: storica difficoltà nel trovare giusta collocazione alle arti contemporanee accanto a un’effervescenza del territorio che sembra addirittura in espansione. Ma Roma è anche la città trasformata nella piazza culturale più ambita d’Italia da due mandati del sindaco – ora candidato premier – Walter Veltroni; chi cerca di fare teatro all’ombra del cupolone, sa che deve destreggiarsi tra i grandi eventi e grandi operatori, e conosce dunque quello strano “effetto ottico” per cui si può diventare praticamente invisibili tanto più si hanno gli occhi di tutti puntati addosso. Infine, Roma è interessata tanto dal progetto interregionale dell’Eti sulla danza, quanto dal Premio Equilibrio di Giorgio Barberio Corsetti, due delle novità sostanziali a cui si faceva riferimento.
Certo, gli artisti non hanno la palla di vetro e non sanno come si prospetterà il futuro. Ma partendo da questo dato interessante di una rinnovata attenzione per il teatro fisico, abbiamo chiesto loro di riflettere attorno al più classico tra i temi scottanti: quali spazi per la danza contemporanea? Dove si articola la produzione degli spettacoli e la possibilità di far conoscere il proprio lavoro?

Il rapporto con le istituzioni
«Se penso ai luoghi per la danza contemporanea a Roma mi vengono in mente il Teatro Vascello e l’India – spiega Caterina Inesi, coreografa di Immobile Paziente ed ex TraviRovesce – Sono gli unici veramente adatti. Ed è un problema. Perché anche se non sono luoghi completamente impermeabili – io sono stata sia nell’uno che nell’altro spazio – dietro la loro programmazione non c’è un pensiero che tenga conto della danza se non in modo sporadico. A Roma non esiste una continuità sulla danza. Il che è come dire che non ci sono luoghi deputati. Poi, certo, noi possiamo “scegliere” di fare danza ovunque, negli spazi non convenzionali, nei centri sociali. Ma la danza ha bisogno di certe condizioni. Esistono luoghi come il Furio Camillo, ma certo restano spazi intermedi, non in grado di supportare le necessità del mondo artistico romano».
Caterina ha anche partecipato attivamente al Core (il coordinamento regionale della danza di cui è coordinatrice Giovanna Velardi) e al Tavolo nazionale dei coordinamenti della danza contemporanea. Da dove nasce una preoccupazione sul futuro. «Abbiamo ragionato molto sull’articolo del Ministero inserito dal Sottosegretario Elena Montecchi, che divide nettamente danza e teatro. E siamo preoccupati degli effetti. I teatri che “fanno teatro” non potranno fare programmazione di danza chiedendo il relativo rimborso. In questo modo la danza, nell’economia dei grandi teatri, diventerà una voce ulteriormente in perdita».
Alessandra Sini (Sistemi Dinamici Altamente Instabili) è invece convinta che la valorizzazione della danza debba passare dagli enti territoriali, più che dai ministeri. «È il Comune che si occupa della qualità della vita dei suoi cittadini, della valorizzazione di un territorio. Spetta al Comune attivare luoghi e manifestazioni, come già accade; quello che manca è la continuità, che renda stabile il lavoro». Perché secondo Alessandra, che conosce e lavora nella scena romana da tempo, se si parla di luoghi la risposta è: «Non ci sono. Né luoghi né produzioni. Esistono spazi che ospitano quella parte di lavoro fisico legato alla sfera performativa, come il Rialto Santambrogio. Ma la danza ha bisogno di luoghi deputati, come potrebbe essere il Vascello. E di luoghi ne servono molti.
Io immagino, nella più rosea delle ipotesi, la moltiplicazione di spazi polifunzionali in grado di ospitare il lavoro di produzione e la presentazione degli spettacoli di più compagnie alla volta. Non solo di danza, in modo da stimolare la contaminazione di ambiti artistici differenti. L’importante è che siano molti: Roma è il polo di aggregazione anche per tutti gli artisti di teatro fisico del centro-sud. Accanto a questo bisognerebbe lavorare affinché la danza venga conosciuta: creando una Casa della Danza, volendo, nella logica del comune di questi anni (non una “Casa del Ballo”, che è già in cantiere); un luogo che possa ospitare mostre e garantire servizi per gli artisti. Ma, prima di tutto, stimolando luoghi ufficiali come il Teatro Argentina e l’India a programmare la danza contemporanea. Non dico quella di Roma e del Lazio, ma quella internazionale. Solo così è possibile che il pubblico la conosca e vi si appassioni».
Una pratica auspicabile, secondo Alessandra Sini, sarebbe quella di sfruttare i grandi musei, come il Macro e il Palazzo delle Esposizioni, abbattendo la barriera tra l’arte contemporanea e l’arte performativa.

L’indipendenza
Quella di Roma dunque, si presenta come una realtà caotica, fatta di mille interventi senza una continuità, dove gli artisti del territorio, per sopravvivere, debbono fare i conti con il peso delle istituzioni e la loro scarsa permeabilità. Nascono così strategie per vivere e creare i propri lavori in modo del tutto indipendente. Una di queste è quella messa in atto da Kataklisma Teatro, che qualche anno fa ha aperto uno piccolo spazio nel cuore del quartiere Pigneto. «A Roma spazi per la danza non ce ne sono – racconta Elvira Frosini – così ci siamo ingegnati e ne abbiamo aperto uno, che si regge economicamente grazie all’attività laboratoriale. Però si tratta di uno spazio minuscolo. Poi c’è il Duncan 3.0, mentre la programmazione degli spettacoli di danza è di solito ospitata da luoghi come il Teatro Furio Camillo e il Rialto. Non c’è altro, se non in forma episodica, mentre Roma avrebbe bisogno di un grande centro di produzione dedicato alla danza contemporanea. È un problema che non riguarda solo la possibilità degli artisti di esprimersi, ma una vera e propria “questione culturale”. Ospitando Donatella Bertozzi a Uovo Critico [un ciclo di incontri tra critici e artisti che presentano il proprio lavoro, ospitato da Kataklisma, ndr.], lei stessa ammetteva che non ci sono nuove leve tra i critici che si occupano di danza. Non c’è nessuno in grado di “leggere” quello che stiamo facendo, e questo è indicativo dello stato di salute culturale di una nazione».
Chi invece dell’indipendenza ha fatto una scelta persino stilistica, imboccando una direzione ostinata e contraria per principio, è la compagnia MK. «Il problema fondamentale della danza è che richiede stanzialità per poter lavorare al meglio – commenta Michele Di Stefano – Ma a Roma ottenerla è impossibile, perciò fin da quando ho iniziato questo lavoro mi sono organizzato per trasformare questa “emergenza” in una parte del mio lavoro, che è improntato sulla mobilità».
Non che la capitale sia sprovvista di sale attrezzate dove produrre spettacoli, ma ne esistono solo in affitto e a prezzi carissimi. Ovvero, occorrono delle produzioni per potersele permettere. «E qui sta il vero nodo – puntualizza Michele – A Roma non esistono progetti che sostengono la produzione. Bisogna sempre andare altrove. L’unica mosca bianca, in questo panorama, è ZTL-pro, che sta sostenendo la nostra prossima produzione. Ma è un caso isolato, e alla sua prima edizione».
Insomma, se è impossibile «uscire dalla dimensione della sala in affitto» e del tutto improbabile trovare una produzione, l’unica soluzione resta la fuga. «Anche perché anche il tasto della visibilità è dolente – spiega Michele – A Roma si passa da una serata all’Auditorium alle repliche al Furio Camillo. Non esistono spazi intermedi e le oscillazioni di pubblico, anche per le dimensioni dei luoghi, sono notevoli».

Riconoscimento e continuità
«Il vuoto». È questa la risposta di Silvia Rampelli alla domanda sugli spazi a Roma. Lei, con la sua compagnia Habillè d’Eau ha la fortuna di essere ospitata dal Teatro Furio Camillo, che ne produce i lavori. Ma si tratta sempre di una sala di pochi metri quadri. «Affittare una sala è impossibile, a meno di voler mettere i soldi di tasca propria. I contributi di produzione (non produzioni, contributi) sono sempre pagati in forma di cachet, come pagamento di repliche, e di solito vengono accreditati tra i 3 e i 5 mesi dopo le repliche. Va da sé che è impossibile, a questi livelli, permettersi una sala».
E se il teatro ha trovato una sponda negli spazi sociali, per la danza questo è molto più complesso: «Serve il pavimento di legno, il riscaldamento – sottolinea Silvia – Per quanto vuoi ampliare i linguaggio, la danza fa un lavoro sul corpo che ha bisogno di certi presupposti. Anche da un punto di vista degli spazi. Il Furio Camillo ad esempio fa la sua parte importante, ma lì il rapporto di fruizione è per poche persone sulla scena e per pochi spettatori. Di questo ne risente l’ideazione degli spettacoli. Certo, l’India e il Vascello sarebbero perfetti, ma il primo fa poco per la danza, il secondo praticamente non esiste più. E anche spazi nuovi come il Teatro Palladium, che ci ospiterà per ZTL-pro, ha una visibilità inadatta: il palco è rialzato, il lavoro a terra non si vede. Quali possibilità restano a Roma?»
Il problema di fondo è che la danza contemporanea non viene riconosciuta nelle sue specificità, che comporta un ambiente protetto per il lavoro sul corpo e una visione pensata per il teatro fisico. «Le proporzioni e la prossemica sono aspetti importantissimi, che incidono fortemente sul lavoro – ribadisce Silvia – Quando sono stata alla Biennale di Venezia, la prima cosa che mi ha chiesto Romeo Castellucci è stata “Per quante persone hai pensato lo spettacolo e come pensavi di disporle?”. È chiaro che chi lavora in teatro ha coscienza dell’importanza di questi aspetti, eppure a Roma non si riesce a trovare una sensibilità adeguata allo specifico della danza. Il teatro fisico manca di riconoscimento».
Dello stesso avviso è anche Simona Lobefaro, coreografa della compagnia MAddAI, reduce dalla finale del Premio Equilibrio per la danza contemporanea. «La compagnia MAddAI nasce al centro sociale Forte Prenestino, dove prova e presenta i suoi spettacoli – racconta – Da un punto di vista umano e politico noi scegliamo di lavorare lì, ma è chiaro che le condizioni non sono ottimali. Quello che ci stanca maggiormente è che non c’è mai un “travaso” tra l’ufficialità e l’arte che si muove in spazi indipendenti, qualcosa che garantisca almeno delle condizioni di lavoro adeguate per quelle realtà i cui lavori divengono contenuti di occasioni ufficiali, come il festival Equilibrio».
Che la creatività contemporanea nasca spesso “abusivamente”, in luoghi occupati dove è possibile abbattere le spese vive della produzione degli spettacoli, è una dinamica che interessa non solo l’Italia, ma un po’ tutta l’Europa. «Solo che nelle altre capitali europee – spiega Simona – spazi ufficiali e luoghi alternativi interagiscono in modo paritetico, nel comune interesse di valorizzare i lavori artistici del territorio. Questo, a Roma, è un’utopia».
«Tuttavia nell’ultimo periodo stiamo registrando una serie di interventi a sostegno della danza, e una rinnovata attenzione delle istituzioni. La Regione Lazio e il Comune di Roma si sono mossi in tal senso, il progetto delle tre regioni dell’Eti coinvolge molte realtà, il Premio Equilibrio è il primo del genere dedicato alla danza. Questo ci rallegra. Tuttavia mi sembra che non si stia facendo molto per creare reti e attivare scambi reali. È ancora presto per giudicare, ma mi sembra che ci si stia fermando alla facciata, e cioè agli eventi. Invece, per modificare davvero la situazione occorre garantire due presupposti: la continuità del lavoro; si deve tendere a creare cose che restano nel tempo. Tutti questi progetti, invece, mi sembrano decisamente troppo rapidi per entrare davvero in contatto con le esigenze degli artisti. E per quale motivo? Perché il centro di tutto, il vero interesse di chi mette i soldi, è l’evento spettacolare».
Un esempio concreto? «Posso parlare per la mia esperienza. Al Premio Equilibrio, al di là della apprezzabile sensibilità di chi organizza, c’erano molti aspetti tecnici che non andavano. Il palco della Sala Studio è rialzato, non permette di vedere il lavoro a terra, e la platea è tutta allo stesso livello, si perde completamente la profondità della visione: non è un luogo adatto. Poi, in una struttura come l’Auditorium, le serate erano organizzate tutte sulle spalle degli artisti, senza un minimo riconoscimento economico del lavoro se non per il vincitore, che si porta a casa il premio. Insomma, ben venga un premio dedicato alla danza che mette in palio una produzione, è uno dei progetti di cui Roma sentiva disperatamente bisogno. Ma non è possibile realizzarlo rispettando il lavoro di tutti gli artisti?».

[da Differenza n°12/2008]

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