La girandola grottesca del Nord del mondo (secondo Roberto Latini)

L’ultimo spettacolo di Fortebraccio Teatro non mancherà di sorprendere chi ha apprezzato i lavori precedenti di Roberto Latini, incentrati sulla sua stessa presenza e sull’uso incredibile della voce di cui è capace l’attore e regista romano [come il concerto scenico «Iago», in cui le sonorità vocali si intrecciano con la musica e i campionamenti di Gianluca Misiti in una spirale di grande intensità e lirismo]. «NNord», invece, procede per quadri, visualizzando per giustapposizioni il fulcro ideativo dello spettacolo: rappresentare una condizione, quella di essere il nord del mondo. Ciò nonostante, il linguaggio frammentario dello spettacolo – che nel titolo porta, per rimando, un omaggio a «Sudd» di Leo de Berardinis e Perla Peragallo – centra l’obiettivo di creare uno shock attorno a quella che, con sempre maggiore indifferenza, chiamiamo quotidianità.
«NNord» [che è stato di recente al Teatro india di Roma] è una sorta di indagine antropologica fatta attraverso la lente focale della scena, che passa in rassegna con feroce ironia la condizione umana, politica, sociale dell’occidente moderno, sempre più distante da quel sud del mondo che preme alle porte della Fortezza Europa [o America], rivendicando il suo diritto di partecipare alla festa del benessere. Una festa che, secondo la visione di Latini, si articola come un carnevale grottesco, inscenato con bravura, oltre che dallo stesso Latini, da Sebastian Barbalan, Guido Feruglio, Fabiana Gabanini, Vinicio Marchioni, Alessandro Riceci, Marco Vergani.
Tra cloni di Marilyn mascoline – siamo nell’era della riproducibilità tecnica dell’icona pop, anche quando è scadente – e biondi ragazzotti [che non hanno superato la fase della «lallazione»] in delirio per una partita di pallone, tutto il kitsch della contemporaneità ci viene vomitato in un crescendo di immagini grottesche. E se anche si ride, è un senso di disagio che si prova quando i fiumi di champagne delle eterne feste contemporanee si estinguono, e le urla di gioia suonano come latrati ferini urlati al silenzio che c’è attorno. Al vuoto, che scuote e spaventa. Una quasi invocazione, che si concretizza nella preghiera di Latini che squarcia in due lo spettacolo, quel «tienimi» rivolto ad un’ipotetica alterità o divinità, prima sussurrato e poi gridato tra due torrenti di insulti. Ma alla fine ciò che resta è la spinta al consumo compulsivo, che sovrasta e invade ogni altra situazione: la spazzatura, che ci guarda muta da un angolo del palco, a ricordarci senza speculazioni la tragedia campana; e il carrello del supermercato, epilogo e manifesto di «NNord», incastonato tra un circolo di stelle, quelle stesse che celebrano sulle bandiere di ambedue le sponde dell’Atlantico una pluralità e una libertà sempre più stilizzata.

[da Carta n°10/2008]

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