L’addio dei La Crus, orchestra pop

Tornano i La Crus, con un disco di live che ripercorre la loro carriera più vera, lasciando a casa i singoli e brani più conosciuti a favore di quelli più sentiti dalla formazione composta da Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti. È anche un disco di addio, però, perché il duo milanese ha già da tempo annunciato il suo scioglimento. Ad arricchire il percorso, tre inediti che sembrano sospesi tra le atmosfere delle origini e la maturità compositiva di oggi.
«Sono molto contento del disco – racconta Giovanardi – Nasce dopo 15 anni di rapporto con la Warner. All’inizio ci avevano proposto di fare un’antologia, aggiungendo pezzi inediti. Io e Cesare abbiamo fatto subito una controproposta, perché non era nelle nostre corde. Se bisognava dare uno sguardo sul lavoro dei i La Crus, doveva essere un progetto di questo tipo: sono stati lasciati a casa i pezzi più pop, e ci siamo concentrati su pezzi di atmosfera. Il tutto amplificato dalla versione orchestrale. Questo è il nostro vero immaginario; anche se discograficamente è un’anomalia: una sorta di raccolta dove ci sono solo tre singoli. Ad ogni modo, la maggior parte delle canzoni sono in una versione diversa, con arrangiamenti che abbiamo fatto solo dal vivo. Ci sembrava bello recuperare questo materiale, ed è una cosa molto diversa dalla raccolta».

Come è avvenuta la scelta dei brani?

Avevamo registrazioni dal 1999 al 2005. All’inizio avevamo solo tre brani arrangiato per orchestra: «Come Ogni volta», «Da un’altra parte» «Inventario», più gli otto pezzi di «Dietro la curva del cuore». Ma, suonando dal vivo con un’orchestra, ci sembrava un peccato fare un concerto con 11 pezzi. Così abbiamo chiesto a degli arrangiatori di lavorarci su. In seguito ci è capitato molte volte di suonare con orchestre, alcune di queste molto importanti, e almeno nove di queste situazioni le abbiamo registrate. Ci siamo ritrovati ad avere un materiale vastissimo. Ho passato due mesi a risentire le versioni che avevamo.

E gli inediti?

«Entra Piano» è un pezzo che mi piace tantissimo. Forse perché ho scritto anche il testo. Mi piace per il lato un po’ morboso, cupo, che riprende certe atmosfere degli inizi, ma lo fa in modo del tutto naturale. Come una direzione naturale della nostra evoluzione musicale. In questi inediti c’è qualcosa degli inizi, pur essendo molto “di oggi”.
Poi c’è «Mentimi». Abbiamo scritto poche volte testi che avevano una tematica sociale, perché ho sempre paura della retorica. Con altri dischi ci siamo voluti confrontare con il pop, ma spesso i singoli, girando per radio, davano un’idea sbagliata di quello che c’era nel disco, magari una dozzina di brani più complessi, che non si fermano alla forma canzone classica. Con «Mentimi» è diverso. È una canzone compatta, che ti entra dentro, e pur essendo pop si sposa bene con il resto del disco.

Come è andata la lavorazione?

È stata molto naturale. Avevo un po’ di remore a tornare in studio, perché avevamo avuto delle tensioni anche molto forti, che mi prendevano allo stomaco. Ma appena siamo entrati in studio abbiamo ritrovato quella tranquillità di un tempo e abbiamo buttato giù subito sette pezzi inediti. Era da tantissimo tempo che non avvertivo un clima di serenità di questo tipo.


Però sono sparite le trombe…

Anche per me i La Crus originali sono quelli dei primi tempi, con solo la chitarra classica di Cesare, la tromba, le basi e la mia voce. Già in altri lavori avevamo levato le trombe, e ne avevo sofferto maggiormente. Il fatto è che col tempo si cambiano direzioni, si sperimenta, ed è giusto così.

Gli archi, invece, danno maggiore profondità sonora.

Sì, certo. Abbiamo avuto la fortuna e anche l’intelligenza di scegliere alcuni arrangiatori piuttosto che altri. Non sembra, ma un’orchestra di 30 elementi, quando la registri, hai un supporto sonoro incredibile, devi stare attentissimo, perché qualcosa di troppo pesante, o mielosa, subito si amplifica a dismisura l’effetto. Questo è molto evidente nei pezzi più lenti: se l’arrangiamento è azzeccato si valorizza tantissimo, sennò si appesantisce. È stato molto interessante lavorare su queste sfumature.


Cosa ti mancherà dei La Crus?

La prima cosa, tangibile, che mi mancherà è la macchina oliata che sono i La Crus. Poi mi mancherà la concretezza di Cesare, che ha cercato di insegnarmi a trasformare questa grande passione in un lavoro. Devo dire che ci è riuscito fino a un certo punto, perché se il mio pregio più grande è che metto tutto me stesso nel mio lavoro, il difetto più grande è che metto troppo di me stesso. Cesare invece è una persona concreta. Io sono un appassionato, farei tutto in questo lavoro, perché sono molto curioso e anche se non tutte le collaborazioni possono andare in porto sono pronto a tuffarmi in ogni cosa. Certo, rispetto a Cesare io sto molto più con i piedi sulle nuvole.
L’esperienza con i La Crus non posso certo cancellarla, perché sono cresciuto: avendo dato tanto in questo progetto, mi è rimasto dentro tanto. Sto già iniziando a lavorare su pezzi miei. «Cuore a Nudo» (il primo disco solista, ndr) è stata un’esperienza che volevo fare esattamente così; ma sono consapevole che il mio prossimo album da solista deve essere un album di inediti. Devo fare in modo che suoni meno “La Crus” possibile; ma, inevitabilmente, lo sarà. Vorrei sviluppare la mia parte ironica che, nei La Crus, è uscita molto poco. Come nel brano «La Figa»: quando sei sul palco e ti abbandoni all’ironia escono fuori cose pazzesche.

[da Carta n°09/2008]

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