La danza che nasce dalle parole. Murakami secondo Caterina Inesi

Da venerdì 7 a domenica 9 marzo va in scena, al Teatro Furio Camillo di Roma lo spettacolo «Tutto di Prima», della compagnia Immobile Paziente. La compagnia romana, nata dall’incontro tra la regista e coreografa Caterina Inesi – già attiva con Travirovesce, formazione di danza tra quelle che più hanno caratterizzato la scena capitolina degli anni novanta – e un gruppo di artisti della scena contemporanea della capitale. Tra questi, l’attore e danzatore Francesco Villano, protagonista dello spettacolo ispirato al racconto «Tutti i figli di Dio danzano» dello scrittore giapponese Murakami Haruki. Il confronto con la letteratura non è puramente astratto, come a volte accade negli spettacoli della scena contemporanea, ma instaura un vero e proprio dialogo con il testo originale, con le suggestioni della storia ovviamente, ma anche con i meccanismi della narrazione.
Nel racconto di Haruki (che dà il titolo alla raccolta in cui è contenuto, pubblicata da Einaudi), il giovane Yoshiya, annebbiato da una nottata di sbronze, incontra uno strano personaggio senza un lobo e decide di seguirlo. Yoshiya è infatti convinto che si tratti del suo padre naturale, nonostante la madre gli abbia sempre ripetuto infinite volte che lui è solo figlio di Dio. Il pedinamento lo porterà in un campo di baseball, e quello che vivrà cambierà il corso della sua esistenza. Nel mezzo della narrazione, una serie di flash back portano alla luce il passato del protagonista, riconnettendo i suoi ricordi al presente e alle sensazioni che sta vivendo. Solo alla fine i tasselli del puzzle si ricompongono il senso della storia.
Allo stesso modo, la coreografia di Caterina Inesi procede per sequenze che, accennando percorsi in apparenza autonomi, porgono allo spettatore una serie di elementi che soltanto alla fine si riconnetteranno in un insieme di senso. Così procedono pure le parole e le immagini (opera di Francesca Neri Macchiaverna), accomunate da un andamento che sembra avvitarsi su se stesso, e invece disegna una progressione “a spirale”, che dà vita a una narrazione non lineare. Esattamente quello accade sulla pagina scritta nel racconto di Haruki.
«Tutto di prima» – il baseball qui viene mutuato per un nostrano campo da calcio – cerca dunque una soluzione in grado di ricomporre «l’estetica del frammento» che da anni caretterizza il processo creativo contemporaneo, domandandosi se è possibile riarticolarla in una forma di narrazione del tutto teatrale, pensata per la scena. Sicuramente, in questa traduzione del racconto di Haruki, si delinea un percorso interessante e fecondo, che mette coreografia e narrazione in un ruolo paritetico ma mai didascalico, né strumentale, dell’una nei confronti dell’altra.

[da Carta n°08/2008]

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