La presenza dell’altrove. «Il flauto magico» secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Se la settimana scorsa siete passati davanti al Teatro Palladium di Roma, dove andava in scena «Il Flauto Magico» di Mozart riveduto e corretto dall’Orchestra di Piazza Vittorio, vi sarete di certo imbattuti in un capannello di gente che cercava disperatamente un biglietto per assistere al concerto. I romani hanno accolto con entusiasmo questo nuovo progetto dell’orchestra interetnica guidata da Mario Tronco, e non colpisce tanto che si sia registrato il tutto esaurito, quanto la forma particolare di entusiasmo con cui viene seguita l’Orchestra. Un sentimento che ha certo a che fare con la qualità artistica dei concerti, ma che lascia intravedere una nota di familiarità. L’Orchestra di Piazza Vittorio è ormai diventata un simbolo non solo di dialogo e intercultura, ma anche di qualcosa di prodigioso che avviene “a casa nostra” – e non a caso porta nel nome il luogo simbolo della Roma interetnica, una delle sue piazze più famose tra quelle “non turistiche” (oggi anche in letteratura, grazie al romanzo di Amara Lakhous).
Insomma, paradossalmente l’ensamble musicale che più di tutti fa della “liquidità” delle sue radici uno status, sembra riesca a sviluppare nei romani (almeno in quella parte di romani che non voteranno Alemanno alle prossime amministrative) un sentimento che ha a che vedere con “l’identità”. Un’identità, va da sé, di segno diverso da quella dei nazionalismi, ma anche da quella “popolare” di musicisti e ricercatori che ruotano attorno al campo della etno-musicologia. Ci si riconosce nelle atmosfere evocate dagli strumenti dell’Orchestra, in quel loro proiettarsi senza soluzione di continuità dalla sensualità mediorientale alla vivacità afrocaraibica, dalla spiritualità asiatica a quella africana, senza dimenticare il fascino del repertorio classico europeo. Ci si riconosce anche se la musica proviene da luoghi lontani – e come potrebbe essere altrimenti nell’era della globalizzazione? – perché non è il legame con il passato a far vibrare l’anima di chi ascolta, ma il senso di simultaneità in cui ci si sente immersi. Quello in cui siamo soliti vivere il presente: simultaneità di musiche, odori, sapori, visioni del mondo che ha molto a che fare con la dimensione metropolitana. Una dimensione che può stordire, persino spaventare, ma che ci è oggi assai più familiare dei canti delle mondine (o di quello delle “sconocchiatrici di quatrani”, per citare un recente spettacolo di Andrea Cosentino, che prende di mira le culture “tipiche paesane” dal sapore un po’ posticcio, recuperate ad uso e consumo del turismo).

L’Orchestra di Piazza Vittorio, con quel suo processo creativo che si aggira con disinvoltura nelle tradizioni di mezzo mondo e usa sonorità anche molto distanti tra loro come parole di una stessa lingua, ci parla di noi, di ciò che viviamo ogni giorno nelle vie di Roma e che a volte ancora stentiamo a capire, storditi come siamo tra i codici della tradizione e quelli del consumo.

In questo contesto, il concerto presentato al Palladium ha tutto il sapore di una traduzione. La traduzione in una lingua viva, presente e in cui si è in grado di riconoscersi, di un’opera della tradizione classica europea. Non a caso, l’idea di mettere in scena «Il Flauto magico» di Mozart, racconta Mario Tronco, venne a Daniele Abbado, che gli propose di farlo per le strade di Reggio Emilia, in chiave popolare, da spettacolo di strada. «Sulle prime ho pensato fosse impazzito – racconta Tronco – poi invece ho iniziato a riascoltare l’opera come non facevo da un sacco di tempo. Avevo dimenticato la radice popolare delle arie del flauto magico. Ho pensato che una possibilità di rifarlo con l’Orchestra era di affrontarlo come se non facesse parte della tradizione scritta, ma orale, come se fosse arrivato nei paesi di origine dei musicisti dell’Orchestra tramandato attraverso canti e racconti, per cui anche con le imperfezioni del ricordo, le trasformazioni che avvengono quando uno trasferisce nella propria lingua le melodie che gli sono arrivate all’orecchio».

Alla prima emiliana e a Roma è stato presentato soltanto il primo atto dell’opera; Mario Tronco ci informa a fine spettacolo che la versione completa dovrebbe essere pronta a settembre del 2009. Ma già in questa veste si delinea con chiarezza il percorso intrapreso. Le vicende di Tamino e Pamina, nella versione dell’Orchestra, hanno il sapore di una fiaba raccontata attraverso il potere evocativo della musica, senza scenografie, solo immagini evocate dalle note e dalla voce del narratore, l’afrocubano Omar Lopez Valle, che con la sua verve e la sua pronuncia un po’ stentata e un po’ “partenopea” guida il pubblico nell’antico Egitto del “singspiel” mozartiano. E se Tamino ha le fattezze cubane di Awalys Ernesto Lopez Maturell, mentre Pamina ha la voce d’oltremanica di Silvie Lewis, non sarà strano trovarsi allora di fronte a un Papageno “griot” (El Hadiji Yeri Samb) e a un’Astrifiammante – la regina della notte – impersonata da una banda di arabi. L’Orchestra, in questo modo, rende sua la favola mozartiana, e attraverso questa migrazione di suoni e tradizioni restituisce allo spettatore contemporaneo il senso del fantastico, che doveva colpire il pubblico dell’epoca . In qualche modo l’origine della musica ci rimanda sempre ad un altrove, ed è lì che opera sia la fascinazione legato all’esotico, sia il riconoscimento che coglie lo spettatore. La presenza dell’altrove, definizione che suona come un ossimoro, è allo stesso tempo la fonte di una dimensione fantastica – che ci riporta alle origini dell’opera mozartiana, alla dimensione della sua fruizione – che uno specchio in cui guardarsi. Per ritrovarsi in sonorità lontane geograficamente, ma non spiritualmente. Perché forse, in questa contemporaneità che dissolve i ritmi dell’esistenza e i cicli della vita (anche culturale), l’unica misura che abbiamo per le cose è la distanza che abbiamo da esse, quando non addirittura la loro assenza.

[da Differenza n°9/2008]

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