L’avanspettacolo crudele della realtà. «Antò le Momò» di Andrea Cosentino

Il teatro di Andrea Cosentino, con le sue spirali comiche di storie che sembrano non trovare mai una conclusione, ci parla del nostro presente frammentario e difficile da afferrare, e lo fa in modo trasversale, facendo ridere ma anche riflettere. Se con «Angelica» era il cinema – e il saggio di Pasolini sul montaggio e la morte – al centro del suo racconto impossibile, nel suo nuovo spettacolo «Antò le momò» [in scena al Teatro Colosseo Nuovo di Roma fino al 24 febbraio, per la regia di Andrea Virgilio Franceschi] sotto i riflettori c’è il teatro stesso. E non si tratta di una novità, per Cosentino, che della marginalità del teatro, del suo essere fuori delle logiche di mercato, ha fatto una lente in grado di leggere la contemporaneità.
In questo «Avanspettacolo della crudeltà» si rincorrono alcune delle maschere che animano gli spettacoli di Cosentino, come la vecchietta abbruzzese, protagonista qui di una formidabile parodia dell’arte popolare che non esiste più, e che ci ostiniamo a preservare nelle sue forme (quali?) più pure. Ecco allora il canto della «sconocchiatrice di quatrani», che quando finisce il suo lavoro si mette seduta a raccontare storie: quelle della soap «Beautiful», con i sempiterni personaggi Ridge, Booke e Thorne “interpretati” da uno stuolo di Barbie. Torna dunque anche qui, come in «Angelica», la parodia della tv e dei suoi linguaggi, che Cosentino smonta come fanno i bambini coi giocattoli: della sua aura irrestistibile restano i pupazzi e la cornice vuota di TeleMomò.
La comicità struggente di Cosentino sta nel farsi burattinaio delle sue maschere, che indossa con maestria e una sorta di amore parteno, ma dalle quali esce con naturalezza per parlare col pubblico dei ragionamenti che lo portano a giocare con quelle frattaglie di realtà – le uniche possibili – che ci vengono servite sul vassoio mediatico della tv. E in alcuni casi la marionetta c’è davvero: il Wojtila di «Angelica», e qui un melancolico Antonin Artaud alle prese con Dio, che se c’è gli ruba le sigarette. Artaud è il nume tutelare dello spettacolo già dal titolo, in cui ironicamente si fonde con l’eco [o la rima] di Totò; ma la crudeltà che lui voleva riempisse il suo teatro, è oggi il pane quotidiano con cui ci imbocca l’informazione, «teatro» del racconto quotidiano della violenza. Ecco perché a parlarci della strage di Erba c’è la più spigolosa delle maschere di Cosentino, un pulcinella che indossa «cuturni contemporanei» [scarpe con le zeppe] e ha i modi scostanti dei protagonisti di questa tragedia di oggi. Ma nemmeno lui sarà in grado di raccontarla; riuscirà a pronunciare solo ciò che la precede e la segue. Perché per farlo non ci sono più parole, e se ci sono, sono già compromesse.

[da Carta n°05/2008]

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